Scrittori.
I Monologhi di Sana – Rubrica
Senso di sospensione, incredulità.
Sensazioni confuse, angoscia.
Cos’è questa angoscia che mi batte in petto?
Cos’è questa, questa, questa?
Cos’è?
Noia, stanchezza del cuore, voglia di fresco, voglia d’estate, di una di quelle estati fiorite, di una di quelle estati dorate.
Che sogni assurdi, che mi arrivano nella testa ad ogni battito di ciglia, cosa sono i sogni, cosa significano, cosa resta di loro al mattino?
Un salto indietro nel tempo…a tanto, troppo tempo fa, ho scordato quel tempo, non è più esistito, non è mai esistito.
È lontano nella memoria come sepolto sul letto di un fiume, ormai nulla più di un pallido di riflesso appena intravisto dalla riva, che lentamente, scorre via.
Sono passati quasi sette anni, non sono poi molti, ma a guardarli da qui sembrano una vita, appena un riflesso che ora c’è ed un istante dopo non c’è più, inghiottito dai fluttui della memoria.
Sette anni in cui ho amato, pianto, combattuto, sofferto,gioito.
Ed ora?
Ed ora mi sento vuota.
Con quelle sensazioni che mi ostino ad amplificare, nella speranza di ritrovare quelle vibrazioni avvolgenti del cuore.
Forse il problema è proprio questo, l’angoscia del nostro secolo: la non esistenza, l’indifferenza.
Io non mi rassegno a non esistere, ad essere una, ed essere generica, non accetto questa vita in sordina fatta di piccole conquiste e grandi rinunce; cerco ovunque il caos, lo sconvolgimento, il filo del rasoio, ma più il tempo passa e più è difficile trovarlo, più è difficile staccarsi da questa vita, metterla in gioco, rischiando di perdere, e farla correre, farla rotolare,in una continua competizione con l’inesistenza.
Più si allargano i confini del mondo e più io mi faccio piccola ed insignificante, più passa il tempo e più regredisco, ritorno me stessa, la bambina che guardava ma che non voleva essere guardata.
Più passa il tempo più la mia mente costruisce mulini a vento per farmi raccontare favole in cui io sono l’eroina, la protagonista.
Perennemente in cerca di attenzioni, perennemente maliziosa, perennemente vanitosa, sogno di essere Pandora nell’incantato giardino di un Epimeteo che mi adori, che ogni giorno mi stupisca, mi diletti, mi idolatri.
Sogno di possedere la perfezione,il magico pomo d’oro, “Ta Kallista”, alla più bella, immortale come le dee dell’Olimpo, unica e suprema, superba.
Come risuonarono quelle parole nella mia testa, avevo tre o quattro anni, come potevo capire? Come potevo comprendere? Eppure compresi…
Al posto dell’Oscuro Signore tu vorresti installare una regina? Ed io non sarei cattiva, ma stupenda e terribile come il mattino e la notte, e tutti mi ameranno e si dispereranno.
Carpii un pensiero enorme e struggente, romantico e decadente, sentii che in qualche modo mi apparteneva, era mio.
Ed ora cosa rimane della regina? Una donnetta spaurita, incerta, insicura persino dell’unico amore che possiede, una viandante che cerca con un lumino, di casa in casa, un ultimo bagliore dei bei tempi andati, dello splendore decaduto.
Una spilla, un frammento, un ricordo della regina che è stata, nel bene e nel male, di quando nelle sue mani poteva girare tutto un piccolo mondo, un minuscolo universo regolato da leggi proprie e proprie divinità.
Divinità di carne e sangue, ma dal grande spirito. Divinità ascese al potere in mezzo a tanta mediocrità, inesistenza, divinità che giocano e battibeccano e si innamorano, mentre la folla, incredula, resta a guardare.
Siamo noi, ora, la folla, i mediocri, discesi da un Olimpo tutto nostro che è esploso in un miliardo di pezzi e più non si può ricomporre.
Eravamo divini, ma ora non più, i nostri animi non si dilettano di arte o sentimento, né di ideale o perfezione, i nostri animi, ora, hanno appetiti ben più umani, non più nutriti da nettare e ambrosia.
Anche queste righe mi riportano là dove sono stata e dove non sono più.
Ridiscendo, lentamente, come tornassi nel mio corpo dopo un viaggio astrale, stordita dalla fatica che mi costano queste parole di cui tuttavia non posso fare a meno,no, non posso, ma è strano da spiegare.
Sono costretta a vivere, e voglio vivere, cose degne di essere scritte, poiché io devo scrivere, devo sezionarmi senza pietà per capirmi davvero, poiché solo quando leggo il nero su bianco, riportato sul foglio come in trance, mentre intraprendo un viaggio dentro me stessa mi comprendo davvero, solo dando ordine, soggetto verbo e complemento ai miei pensieri, alle mie sensazioni, riesco a capire di che si tratta e chi sono davvero.
Noi scrittori abbiamo bisogno di imprigionare i nostri demoni sulla carta, per batterli, senza le parole noi scrittori non esistiamo, proprio come non esistono i cavalieri senza l’armatura…
E quando non abbiamo nulla da scrivere stiamo male, impazziamo.
Che sia di gioia o di dolore abbiamo bisogno di gridare, non ci arrendiamo alla non esistenza, non ci basta.
Ci abbandoniamo spesso a pensieri frivoli o romantici o rossi di campi di battaglia, ci piace sognare, vedere dietro ad ogni gesto e ad ogni parola un perché più grande, poiché per noi nulla è insignificante, siamo fragili come libellule e vivi come cuori pulsanti, siamo rondini in picchiata nella vita, siamo liberi.
Liberi di distruggere tutto ciò che creiamo, facendoci del male, pur di vivere davvero, pur di pulsare.
Creare qualcosa di magnifico e perfetto, anche solo per un secondo, per un momento e poi struggerci e sfinirci nel perderlo e decantarlo.
Ma arrendersi così, alla mediocrità no, non ne siamo capaci, non ci vogliamo credere, di esserci dentro, ci ripugna, ci stordisce, ci soffoca.
Ci esaltiamo per un lunghissimo momento, nell’atto di scrivere, godendo di un piacere perverso nel sezionarci l’animo, poi ridiscendiamo sulla terra, sfiniti ma rincuorati, pronti a creare nuovi sogni, immensi dipinti carichi di sensazioni, avvolgenti e vibranti, dipinti vivi che parlano, pensano e si muovono, perfetti negli equilibri che danno loro il calcio d’inizio, bellissimi nella loro casualità, incomprensione, nella loro imprevedibilità di sviluppo.
Ci rincuoriamo liberi da un altro demone, curiosi e maliziosi, impazienti di iniziare una nuova opera, è così che creiamo, è così che viviamo, è così il nostro essere divini.
Pubblicato il luglio 4, 2012, in Soliloqui con tag dipinti, divinità, esistere, mediocrità, monologo, sana kiurata, scrittura creativa, scrivere, sensazioni, sogni, vita. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.





















“Io non mi rassegno a non esistere, ad essere una, ed essere generica, non accetto questa vita in sordina fatta di piccole conquiste e grandi rinunce; cerco ovunque il caos, lo sconvolgimento, il filo del rasoio, ma più il tempo passa e più è difficile trovarlo, più è difficile staccarsi da questa vita, metterla in gioco, rischiando di perdere, e farla correre, farla rotolare,in una continua competizione con l’inesistenza.”
I tuoi monologhi sono come ricevere una spinta
tnx!!
beh in un qualche modo cercano di esserlo, prima di tutto per me stessa…se poi riesco ad esserlo anche per altri ancora meglio!!! =)