Concorso “Libri Mai Mai Visti”

lmmv-EL-2014

Questo è un concorso completamente diverso rispetto a tutti quelli che segnaliamo di solito, ciò nonostante mi sento in dovere di parlarne proprio nei miei questi spazi virtuali dedicati alla scrittura creativa, alle arti in confusione di genere e alle sperimentazioni linguistiche e artistiche di ogni tipo.

LIBRI MAI MAI VISTI 2014

XX EDIZIONE
Libri mai mai visti è – e vuole restare- un gioco per persone intelligenti e creative

L’associazione culturale VACA vari cervelli associati e il Comune di Russi, indicono la ventesima edizione di LIBRI MAI MAI VISTI 
concorso e mostra per libri manufatti, mai editi né presentati in pubblico o recensiti

Dopotutto, io non sono certo una scribacchina, ma ho un passato molto recente da imbrattatrice di margini, prime pagine, copertine… ho spesso smontato e rimontato i libri, fabbricato personalmente i miei diari, tagliuzzato riviste e doppie copie per attaccare i pezzi in giro per casa o farci dubbie cose, ecc. ecc. Dunque, per la tendenza all’universalizzazione che è insita nel giudizio estetico -Kant insegna- sono portata a pensare che, come piace a me far queste cose, possa piacere anche ad altri. Bene. Se avete un rapporto altrettanto fisico con il libro, abbondate di creatività e avete anche una discreta manualità questo concorso fa per voi. Quello che vi serve è: un testo, vostro, personale, nuovo, scritto da voi, oppure anche un testo già noto, d’autore antico o moderno che però vi susciti la voglia di dargli una forma, un corpo nuovo e adatto a lui. Poi vi servono tutte le cose possibili e immaginabili che vadano bene per costruire questo corpo. Il risultato dovrà essere un manufatto di forma e dimensione a piacere, di qualsiasi materiale, maneggiabile e leggibile dal pubblico: un Libro Mai Mai Visto.

Quindi tirate fuori dal magico cilindro (o dalle polveri della soffitta) quel che riattiva le mani e la creatività rimodellando l’idea stessa di Libro: qualunque tipo di materiale, qualunque tipo di grafia, simboli e caratteri, qualunque tecnica di realizzazione, decorazione, illustrazione – qui le arti si sprecano. I manufatti devono esser inviati all’associazione VACA di Russi dal 15/9 al 30/9/2014. I manufatti vincitori e molti altri selezionati dalla giuria verranno esposti a Russi, ex chiesina in Albis, da sabato 6 dicembre 2014 a giovedì 15 gennaio 2015. La mostra stessa sarà un evento davvero sui generis, una vera e propria esperienza sensoriale del libro; un’occasione che ridefinisce l’idea del “piacere di leggere” fuori dall’ordinario.

REGOLAMENTO
· La partecipazione è gratuita.
· Possono partecipare tutti coloro che hanno compiuto il 16° anno d’età.
· Sono ammesse opere di singoli e collettive.
· Per manufatto s’intende un libro di forma e dimensione a piacere, eseguito con qualsiasi materiale, ed abbastanza robusto per poter essere maneggiato dal pubblico.
· Il testo di qualsiasi lunghezza, può essere inventato o già noto, d’autore antico o moderno.
· Le opere selezionate resteranno esposte a Russi, ex chiesina in Albis, Piazza Farini, da
sabato 6 dicembre 2014 a giovedì 15 gennaio 2015.
· Essendo peculiarità irrinunciabile della mostra che il pubblico possa toccare, sfogliare e maneggiare le opere, non saranno ammesse quelle che presentino pericolosità per i visitatori, in particolare vetri, specchi, lame, ecc.
· È fatto obbligo allegare traduzione in italiano qualora l’opera presenti testi in lingua straniera.
· È necessario allegare al manufatto una richiesta di partecipazione firmata (per accettazione del regolamento in ogni sua parte), in caratteri ben leggibili, indicando: titolo dell’opera ed eventuale descrizione, nome e cognome del/i partecipante/i, indirizzo e recapito telefonico, e-mail (se possibile).
I dati saranno tutelati a norma di legge. Per i gruppi, indicare nome e cognome di tutti ma indirizzo e recapiti di un unico referente.
· L’organizzazione declina ogni responsabilità per eventuali danni ai manufatti durante i lavori d’allestimento e smontaggio della mostra, nonché per quelli dovuti ad usura, incidente o furto durante l’esposizione al pubblico, garantendo comunque la massima attenzione e sorveglianza delle opere.
· L’organizzazione si riserva di utilizzare i manufatti e la loro riproduzione parziale o totale per tutto quanto possa promuovere l’iniziativa, inoltre si riserva di prendere decisioni inerenti la manifestazione anche fuori dal presente bando.

SELEZIONE
· L’organizzazione selezionerà le opere da esporre.
· Tutti i partecipanti riceveranno l’invito all’inaugurazione della mostra e all’assegnazione dei premi: SI PREGA INVIARE PROPRIA MAIL O MAIL DI RIFERIMENTO SCRITTA IN MODO LEGGIBILE!
– Vincitori, segnalati e ammessi alla mostra saranno preavvertiti via mail.
· L’organizzazione non motiverà le scelte selettive in quanto si avvale di esperti nei quali ripone totale fiducia e dei quali non discute le decisioni.

GIURIA
· La giuria selezionatrice (la scorsa edizione composta da: Sabrina Raggini, Roberto Barbanti, Ferruccio Giromini, Cesare Reggiani e Gianni Zauli), assegnerà i primi tre premi; gli altri premi e le menzioni saranno assegnati dall’associazione VACA.

PREMI
· I premi saranno in libri illustrati antichi e/o moderni.
– 1° premio – valore circa euro 1.000
– 2° premio – valore circa euro 750
– 3° premio – valore circa euro 500
– premio VACA
– premio”Editoria”
– premio “Stupor sensibile
– premio “Arti e mestieri”
– premio “Genialità e simpatia”
– premio “Alvaro Becattini”
– premio “Bookbinding”
– eventuali premi ad hoc.

· I vincitori e segnalati sono invitati a lasciare le opere al Fondo Libri mai mai visti per ulteriori esposizioni.

SCADENZE
· I manufatti devono esser inviati dal 15/9 al 30/9/2014 (fa fede il timbro postale o la data di consegna al corriere) al seguente indirizzo:
Fucina VACA Via Dei Caduti per la libertà, 19 – 48026 RUSSI (RA) – I .
· Le consegne di persona sono possibili nei giorni: sabato e domenica dalle ore 16 alle 19 (sempre del periodo detto sopra) allo stesso indirizzo.

IMPORTANTE! RITIRO E RESTITUZIONE DELLE OPERE
· Il ritiro delle opere sarà possibile dalle ore 10 alle 12 e dalle 16 alle 18 di sabato 17 e domenica 18 gennaio 2015 presso la sede della mostra (ex Chiesa in Albis, Piazza Farini, Russi -RA-); dopo questa data i manufatti segnalati e /o vincitori di premi non ritirati saranno accorpati al Fondo libri mai mai visti, tutti gli altri saranno donati il 19 gennaio 2015 alle ore 19 ad un’associazione di volontariato che organizzerà un’asta benefica a favore di Emergency e altre realtà.
· Chi intende ricevere l’opera restituita tramite posta (nelle dimensioni accettate), deve darne comunicazione all’atto dell’invio e allegare 15 euro o versarli nel ccp 33576182 intestato a VACA vari cervelli associati Via Dei Caduti per la Libertà 19, 48026 Russi -RA- e documentare l’avvenuto versamento. Per questioni organizzative non si accettano versamenti posticipati alla spedizione o consegna delle opere. Le rispedizioni avverranno entro il 31 marzo 2015.

MODALITÀ PARTICOLARI
· Si prega di non allegare cataloghi e curriculum.
· Non saranno date risposte telefoniche di nessun genere. Tutte le comunicazioni devono avvenire o via mail o per posta tradizionale all’indirizzo VACA dove è stato spedito il manufatto.

TUTTE LE INFO SUL SITO:http://www.vaca.it/pagine/lmmv-n/lmmv-n/lmmv-n-regolamento.html

 

 

Hannah Arendt. I pensieri vengono a me

Hannah Arendt 4

Hannah Arendt 4

“Non parlare se sai leggere;

non leggere se sai scrivere;
non scrivere se sai pensare.”

 

 

 

 

Pensieri e poesie tratte da “Hannah Arendt, Quaderni e diari 1950-1973, a cura di Chantal Marazia, Neri Pozza editore 2007.”

Giugno 1951

I pensieri vengono a me,
non sono più un’estranea per loro.

Cresco e divento la loro dimora
come un campo coltivato.

Vieni e abita
nella buia stanza obliqua del mio cuore,
ché la vastità delle onde ancora
si chiude allo spazio.

Vieni e cadi
nei fondi colorati del mio sonno,
che ha paura del ripido
abisso del nostro mondo.

Vieni e vola
nella lontana curva della nostalgia,
che l’incendio divampi
all’altezza di una fiamma.

Stai e resta.
Aspetta che l’arrivo giunga
inesorabile dal lancio
di un istante.

Maggio 1952

Sono solo una
Delle cose,
Quelle piccole,
Che riuscirono
Per esuberanza.
Stringimi fra le Tue mani,
Che si espandano
Oscillanti
Nella riuscita,
Quando hai paura.

L’ombra di Lear

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Ed io chi sono?”la-storia-di-Re-Lear-per-sito1-642x335-660x330

Bella domanda. Chi è Re Lear? Lui non lo sa più. Prima era Re, potente e rispettato, ed era padre, dolce e generoso. Ha dato via la sua corona, ha spartito le sue terre e i sui titoli: non ha più attributi da far precedere alsuo nome. E’ ancora padre e non vuol dare via questo titolo. Chiede rassicurazione. Vuol sapere quanto lo amino le sue figlie.

Lear è vecchio e probabilmente è malato. Se ne accorge pian piano, ma non vuole che gli altri se ne accorgano, vuole esser potente come era prima, amato come prima. Lear non conosce la differenza tra l’affetto e l’adulazione, non la conosce perché è sempre stato Re e continua ad esserlo, nella sua mente. C’è una lezione che dovrà imparare dalle sue figlie: come Regina non hai bisogno di esser figlia; come figlia non hai bisogno di esser Regina.  GONERIL e REGAN sono figlie ingrate? Io non penso. Sono statiste, sono dame di corte e reggenti, mogli importanti di duchi, uomini forti che manipolati dalle loro arti femminili. Sono vere regine: sarebbero piaciute a Macchiavelli. CORDELIA invece è la pietà filiare e assieme la fedeltà al vero: chiama le cose col loro nome, non con i titoli. Cordelia sa chi è. Goneril e Regan sanno cosa vogliono essere. E Lear?  “Non ha mai conosciuto se stesso.”: dice Regan.

LEAR – (A Gonerilla)
Tu saresti mia figlia?

GONERILLA – Evvia, signore,
vorrei che usaste la vostra saggezza
della quale vi so certo provvisto,
e rinunziaste a queste esibizioni
che vi stan trascinando da alcun tempo
fuori da quel che siete.

MATTO – Anche il somaro
sa quand’è il carro che tira il cavallo.
Arri, morello, ch’io ti voglio bene!”

LEAR – C’è qui qualcuno che mi riconosca?
Non è Lear, questo! Cammina così
Parla così? Sono questi i suoi occhi?
O la sua mente s’è rimbecillita,
o gli è andata in letargo la ragione!
Ah, è sveglio?… Ma no, che non è vero!
Chi di voi mi sa dire chi son io?…

MATTO – L’ombra di Lear.

Strano gioco di specchi è il “Re Lear”: il pazzo è l’unico a dire il vero, colui che vuole dire il vero deve fingersi pazzo. Chi non ha mai conosciuto il vero, poco alla volta, scoprendolo, diventa pazzo.

MATTO – Zietto, se tu fossi il mio buffone,
te n’avrei fatte dare di frustate,
per esserti invecchiato innanzi tempo.

LEAR – Che vuoi dire con questo?

MATTO – Che non avresti dovuto permetterti
d’essere vecchio prima d’esser saggio.

LEAR – Oh, no, cieli pietosi, matto no, non fatemi impazzire!
Conservatemi il seme di ragione!

Non voglio essere matto!

Vi propongo la scena VI del IV atto. Il vecchio Gloucester, ingannato dal figlio illegittimo in un crescendo di crudeltà e menzogna, ha dapprima bandito il primogenito dalle sue terre, ha ospitato la coppia regale di Danimarca ed è stato da loro torturato per aver tentato di salvare Lear dalla tempesta. Senza più gli occhi, come Edipo, si affida a quello che crede un folle, perché lo porti su un’alta rupe dove potersi gettare e porre fine alla sua vita di sbagli. La scena è quanto più tragica quanto più comica: il folle è quel figlio amato che ha bandito e che piange nelle sue ultime parole. Lo accompagna per mano senza svelarsi, accompagna suo padre a una finta morte sopra un masso qualunque, dove non potrebbe rompersi neppure un dito. Un finto matto, porta suo padre cieco a una finta morte, mentre questo piange il figlio lontano che gli tiene il braccio.

ATTO IV, SCENA VI – Campagna presso Dover

Entrano GLOUCESTER e EDGARDO, questi travestito da contadino

GLOUCESTER – Quanto c’è ancora per giungere in vetta?

EDGARDO – Stiamo appunto salendo.
Non avvertite anche voi la salita?

GLOUCESTER – A me sembra di camminare in piano.

EDGARDO – È ripidissimo, invece… Ascoltate:
il mare, lo sentite?

GLOUCESTER – Non lo sento.

EDGARDO – Vuol dire allora che anche gli altri sensi
han risentito dal dolor degli occhi.

GLOUCESTER – Sì, può esser così. Ma ho l’impressione
che tu abbia cambiato la tua voce,
e che ti esprimi meglio
e con migliore costrutto di prima.

EDGARDO – V’ingannate. Non son mutato in nulla,
salvo che nel vestito, che ho cambiato.

GLOUCESTER – Eppure sento che ti esprimi meglio.

EDGARDO – Ecco, siamo arrivati. Questo è il posto.
Restate fermo lì. Oh, che paura!
A gettar l’occhio in giù dà le vertigini.
I corvi e le cornacchie
che si vedon volare là a mezz’aria
sembrano appena degli scarafaggi.
A mezzacosta sta aggrappato un uomo,
sta raccogliendo finocchio marino…

Terribile mestiere!… La sua sagoma
vista da qui, non appare più grande
della sua testa. I pescatori in fila
sulla battigia sembran tanti topi;
e quel grosso barcone laggiù, all’ancora,
non è più grande della sua scialuppa,
e la scialuppa stessa un gavitello,
che da qui si distingue sì e no.
Da questa altezza non si percepisce
il mormorio dell’onda che spumeggia
sugli infiniti pigri sassolini
del greto… Ma non voglio più guardare,
che non m’abbia a venire il capogiro,
e la vista, offuscata,
non mi faccia piombar giù a capofitto.

GLOUCESTER – Fammi mettere là dove sei tu.

EDGARDO – Porgetemi la mano.
Ecco, ora siete ad un passo dal ciglio
dello strapiombo. Non farei un sol passo
in avanti da lì, dico un sol passo
per tutto ciò che sta sotto la luna.

GLOUCESTER – Lasciami pur la mano.
Ecco, qui c’è, amico, un’altra borsa,
e dentro c’è un gioiello il cui valore
che può far molto comodo ad un povero.
Che gli dèi e gli spiriti benigni
lo faccian prosperare insieme a te!
Allontànati, adesso. Dimmi addio.
Fa’ ch’io senta il tuo passo allontanarsi.

EDGARDO – (Fingendo di andarsene)
Come volete. Addio, mio buon signore.

GLOUCESTER – Addio, con tutto il cuore.

EDGARDO – (A parte)
Se prendo così a gioco la sua angoscia,
lo faccio solamente per guarirla.

GLOUCESTER – (Inginocchiandosi)
O dèi onnipotenti,
rinuncio a questo mondo,
e sotto gli occhi vostri, rassegnato,
mi scrollo della mia grande afflizione.
Potessi ancora trascinarmi in vita
a sopportarla e non mettermi contro
ai vostri ineluttabili voleri,
lascerei consumare fino in fondo
il lucignolo odioso e maleolente
della mia esistenza. Ma non posso.
Se Edgardo vive ancora, oh, beneditelo!
Adesso, amico, addio. Vattene pure.

EDGARDO – Sto andando via, signore. Vi saluto.

(Gloucester salta, credendo di precipitare,
ma salta nella direzione sbagliata, e cade a terra)

(Tra sé, vedendolo a terra e credendolo morto)
E però temo che la fantasia
possa ugualmente rubare alla vita
il suo tesoro, s’è la vita stessa
che si concede al furto.

Fosse stato dove pensava d’essere,
adesso non avrebbe più pensieri.
Vivo o morto?…
(Forte)
Ehi, voi, signore! Amico!
Mi sentite?… Parlate!
(Tra sé)
Che sia morto davvero?… No, rinviene…
Chi siete voi, signore?

GLOUCESTER – Andate via, lasciatemi morire.

EDGARDO – Se tu non fossi stato un fil di ragno,
un piuma d’uccello, un soffio d’aria,
precipitando giù da tante tese
ti saresti schiacciato come un uovo;
invece tu respiri, tempra dura,
non butti sangue, parli, sei intero.
Dieci alberi maestri uno sull’altro
non farebbero tutta l’altitudine
da cui tu sei caduto a perpendicolo:
sei vivo, ed è un miracolo.

GLOUCESTER – Ma son caduto, o no?

EDGARDO – Sì, dalla paurosa sommità
di questo promontorio d’arenaria.
Guarda lassù. Lo vedi? A quell’altezza
non si può né vedere né sentire
l’allodola, col suo stridulo verso.
Dài, guarda su!

GOUCESTER – Ahimè, io non ho occhi…
Sarà dunque negato alla sventura
il conforto di por fine a se stessa
con la morte? Non fu sempre conforto
all’infelice poter, con la morte,
sottrarsi all’infuriata del tiranno,
frustandone la volontà boriosa?…

EDGARDO – Datemi il braccio… così. Come va?
Vi sentite le gambe? Siete in piedi.

GLOUCESTER – Bene, bene, fin troppo.

EDGARDO – Questo oltrepassa qualsiasi stranezza.
Quando eravate in cima a quella rupe,
che cos’era quella figura strana
che ho visto allontanarsi a un certo punto?

GLOUCESTER – Un povero infelice mendicante.

EDGARDO – I suoi occhi, guardando da quaggiù,
erano simili a due lune piene;
mi pareva che avesse mille nasi,
corna attorte e increspate
come l’onde del mare. Era un demonio.
È il segno questo, padre fortunato,

che i più immacolati fra gli dèi,

quelli che traggono la loro gloria
facendo quel ch’è impossibile agli uomini,
t’hanno salvato.

GLOUCESTER – Adesso mi ricordo.
E d’ora innanzi voglio sopportare
la mia miseria finché non sia essa
a gridar: “Basta, basta!”; e poi morire.
Quella forma che dici d’aver vista
io l’avevo scambiata per un uomo;
e ripeteva: “Il demonio, il demonio”,
e fu lui stesso a condurmi lassù.

EDGARDO – Adesso sta’ sereno e rassegnato. [...]

 

Tratto da : “ Re Lear” di William Shakespeare, tradotto da Goffredo Raponi , curato da Peter Alexander.

http://www.liberliber.it/mediateca/libri/s/shakespeare/re_lear/pdf/re_lea_p.pdf

 

Pellegrinaggio d’Autunno

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“Pellegrinaggio d’Autunno” è un racconto che appartiene alla produzione giovanile di Hermann Hesse, dei primi anni del Novecento, dedicata ai temi del vivere e della natura. Narra il viaggio di un giovane uomo di ritorno al paese natale, per rivedere i luoghi di gioventù lasciati dieci anni prima e, soprattutto, la donna che fù il suo primo amore.
Il racconto da il nome a una raccolta, omogenea nei temi e nello stile: i protagonisti, spesso appartenenti o raffiguranti la borghesia del primo Novecento, si ribellano alle false imposizioni di una società in cui non si riconoscono, cercando in qualche modo di liberarsi dalle catene di una vuota ricchezza per ritrovare quella dimensione interiore che hanno abbandonato. Una ricerca che non prende i toni di una protesta rabbiosa o di una fuga sprezzante dal mondo, ma piuttosto di un ritorno. Il loro disagio nascosto e sommesso li manda alla deriva, lontano dalle false certezze del mondo “dei grandi”, ma verso la terra dell’interiorità, di una pacificazione dell’io, fragile e nostalgica, che guarda con dolcezza ai tempi in cui si sognava la felicità.
Le descrizioni della natura si fondono con i paesaggi interiori, in un clima di profonda intimità: sono episodi di anime che cercano la semplicità e un’antica purezza, nel tentativo di una vita raminga che soddisfi gli aspetti più autentici dell’individuo e restauri una conciliazione con la natura, dell’uomo e del mondo.

Vi propongo le righe finali di questo splendido racconto, nella quale il protagonista prima di ripartire e allontanarsi per la seconda volta dal suo paese, raccoglie con alcuni versi la destinazione di questo suo percorso interiore:

<< Tutto ciò ha qualcosa di fiabesco, ignoto, trasognato, e per qualche istante avverti con spaventosa chiarezza il suo contenuto simbolico. Come, in fondo, tutte le cose e tutti gli uomini siano sempre, gli uni rispetto agli altri, chiunque essi siano, degli sconosciuti, inesorabilmente, e come le nostre strade si incrocino sempre per pochi passi e istanti, conquistando la fugace parvenza della comunione, della vicinanza e dell’amicizia.

Mi vennero in mente alcuni versi che recitai piano, continuando a camminare:

È strano, vagare nella nebbia!
isolata è ogni pietra , ogni cespuglio;
non c’è albero che l’altro veda,
tutti sono soli.

Pieno di amici era il mio mondo
quando chiara era la vita mia;
adesso, che calata è la nebbia
non ne vedo più nemmeno uno.

Certamente non può esser saggio
chi non conosca le tenebre
che ineluttabili e lievi,
da tutto lo separano.

È strano vagare nella nebbia!
La vita è solitudine.
Non c’è uomo che l’altro conosca,
tutti sono soli.

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Hermann Hesse, Pellegrinaggio d’autunno, Tascabili Economici Newton 1993

Alì

Alì.
E’ pachistano, vive in Italia da 7 anni, non so quanti anni abbia ma è giovane, la famiglia che ha lasciato in Pakistan sono i suoi genitori

Gli tremano le mani mentre beve il caffè, di imbarazzo, agitazione, preoccupazione.. non so. Sorride mentre mi dice che gli italiani qui, a Faenza sono gentili, la mia famiglia è gentile. “Gli italiani non sono gentili, non è così“: scuoto la testa con amarezza. Se la mia è una reazione sincera, o forse un’autoaccusa, certo non gli è d’aiuto. E’ venuto a chiedere lavoro, come tutti, è venuto per capire come mai il capocantiere non lo chiama da due giorni e non risponde alle sue chiamate. Ha paura di esser stato licenziato. Io so solo che i lavori sono fermi da due giorni e ci resteranno per un’altra settimana, nient’altro. Mi racconta quello che ha fatto in questi anni: il muratore, l’imbianchino, il meccanico, l’operaio in una fabbrica che è fallita… mi racconta che prende poco perchè non è bravo, sta ancora imparando… non mi racconta la sua preoccupazione, ma gliela si legge in faccia. Ha paura di essere stato piantanto in asso senza che nessuno glielo abbia detto. Chissà quante volte gli è capitato.

Mi chiede scusa perché parla male italiano. Mi chiede scusa… penso a quanti anni sono che in Italia vivono persone di qualunque nazione e noi non ci scusiamo certo per non aver nemmeno mai pensato di imparare a dire ciao nelle loro lingue. Non chiediamo certo scusa per non aver nemmeno mai voluto conoscerli, non ci scusiamo per aver scelto di ignorali, di non considerarli, di passare oltre. Non chiediamo scusa per le parole dette contro di loro, le ingiurie o chissà che altro…

Mi dice che non ha mai studiato, non è andato a scuola al suo paese… e io che ho studiato 20 della mia vita! Vedo l’errore in cui mi sono crogiolata ogni volta che mi è passato per la mente il pensiero che siamo uguali, di quell’Uguaglianza universale e singolare e impersonale di cui è piena la propaganda per i diritti con la D maiuscola. Non è così. Se così fosse, nell’assurdo di questo mondo civile, nell’ingiustizia politica di questo paese, sarebbe comunque giusto trovarsi entrambi senza futuro, senza lavoro, senza certezze. Invece non lo è, servirebbe solo a me a pulirmi la coscienza in qualche modo, scaricando la colpa sui soliti luoghi comuni, e facendoci entrambi pedine di un qualche destino: “mal comune, mezzo gaudio”. Ma non è così! Io sono italiana, lui no. Sono parole che non significano niente eppure dicono tutto!

Non significano niente: siamo esseri umani, vogliamo un lavoro perché vogliamo dignità e i mezzi per farci una vita… questo non può restare solo un concetto, un’idea impersonale!
La vita: quella che lui mi dice “è la tua vita, non fregare degli altri, loro parole non importa.” E’ da stronzi, no? ottenere consolazione da chi non ha niente. Mi guarda quasi con gratitudine, perchè gli offro un caffè, come se questo potesse consolarlo dal fatto che io certo non posso dargli un lavoro. Se ne sta a girare il cucchiaino nella tazzina e trema, e gli si vede l’anima camminare sul filo del rasoio, avanti e indietro senza sapere dove andare, se rassegnarsi a cercare altrove o sperare nelle promesse ricevute. Sorride e mi saluta, e vuole che vada a trovarlo quando passo per Faenza, e si capisce benissimo che se c’è un universale singolare che ci accomuna qui, ora, in questo paese, si chiama Solitudine.