L’uomo dietro alla bufala Dickens-Dostoevskij

Da un po’ cerco di leggere cose in inglese, per migliorare la lingua e perché ci sono tantissime persone che lo parlano/scrivono e quindi il materiale in lingua inglese è pressoché illimitato ^^

Beh, oggi sul Guardian ho trovato un articolo che mi ha colpito: The man behind the great Dickens and Dostoevsky hoax (L’uomo dietro la grande bufala Dickens e Dostoevskij).

Il sottotitolo:

When writer AD Harvey invented an 1862 meeting between Dickens and Dostoevsky, it was for years accepted as fact. So why did he do it – and why did he also create a series of fake academic identities?

Quando lo scrittore A. D. Harvey ha inventato l’incontro del 1862 tra Dickens e Dostoevskij, è stato accettato per anni come un fatto. Quindi perché l’ha fatto – e perché ha anche creato una serie di false identità accademiche?

In poche parole, a quanto ho capito, A. D. Harvey è sempre stato un uomo, uno studioso, prolifico e precoce. Ha pubblicato il suo primo saggio di storia ancora giovanissimo, poi il mondo accademico gli ha chiuso la porta in faccia. Nel periodo successivo si è guadagnato la fama di troublemaker (piantagrane), peggiorando ulteriormente la sua situazione. Infatti non solo non è riuscito a ottenere un lavoro in università, ma gli venivano anche rifiutati i saggi e gli articoli che proponeva alle riviste del settore.

Così ha iniziato a usare pseudonimi, e i suoi testi hanno ricominciato ad essere pubblicati. L’incontro (falso, ovviamente!) tra Dickens e Dostoevskij è l’apoteosi di questo trend, ma il mondo accademico c’è cascato per anni, finché degli studiosi americani non si sono accorti che qualcosa non andava.

Qui provo a tradurre alcune parti dell’articolo del Guardian (di Stephen Moss), ma consiglio a chi conosce l’inglese di leggere l’originale!

The man behind the great Dickens and Dostoevsky hoax

Harvey, who has written most of his books using the initials AD rather than his first name Arnold, which he dislikes, has been exposed in the Times Literary Supplement as the possessor of multiple identities in print, a mischief-maker who among other things had invented a fictitious meeting in 1862 between Dickens and Dostoevsky. This startling encounter was first written up by one Stephanie Harvey in the Dickensian, the magazine of the Dickens Fellowship, in 2002, and quickly hardened into fact, cited in Michael Slater’s biography of Dickens in 2009 and repeated by Claire Tomalin in her biography two years later.

Harvey, che ha scritto la maggior parte dei suoi libri usando le iniziali A. D. anziché il nome Arnold, che non gli piace, è stato smascherato nel Times Literary Supplement come proprietario di identità multiple, un ‘monellaccio’ che tra le altre cose ha inventato un incontro fittizio tra Dickens e Dostoevskij nel 1862. Questo incontro, una vera sorpresa,  fu pubblicato in principio da una certa Stephanie Harvey nel Dickensian, la rivista della Dickens Fellowship, nel 2002, e diventò rapidamente un fatto, citato nella Biografia di Dickens di Michael Slater nel 2009 e reiterato da Claire Tomalin nella sua biografia, due anni dopo.

It was only after a New York Times review of Tomalin’s book that American specialists in Russian literature started to wonder about this meeting, Dostoevsky’s account of which, according to Stephanie Harvey, had been documented in the journal Vedomosti Akademii Nauk Kazakskoi (News of the Academy of Sciences of the Kazakh Soviet Socialist Republic). “In what language did Dickens and Dostoevsky converse?” asked Russian scholars. Why had Dostoevsky’s revealing portrait of Dickens – “There were two people in him, he told me: one who feels as he ought to feel and one who feels the opposite” – not been included in his collected works? And why had they never previously come across the distinguished journal Vedomosti Akademii Nauk Kazakskoi?

Solo dopo una recensione del New York Times circa il libro della Tomalin gli specialisti americani di letteratura russa hanno iniziato a interrogarsi su questo incontro, del quale le considerazioni di Dostoevskij, secondo Stephanie Harvey, sono state documentate nel giornale Vedomosti Akademii Nauk Kazakskoi (News of the Academy of Sciences of the Kazakh Soviet Socialist Republic). ‘In quale lingua hanno conversato Dickens e Dostoevskij?’ si sono chiesti gli studiosi americani. Perché il ritratto rivelatore di Dickens fatto da Dostoevskij – “C’erano due persone dentro di lui, mi disse: una che sente come deve sentire e una che sente l’opposto” – non è stato incluso nella raccolta delle sue opere? E perché non si erano mai imbattuti prima nel distinto giornale Vedomosti Akademii Nauk Kazakskoi?

Doubts about the authenticity of the Dickens-Dostoevsky meeting spread, retractions were made, the Dickensian had egg on its face. But only recently did the full story of the deception emerge when Eric Naiman, a professor in the department of Slavic Languages and Literatures at the University of California, Berkeley, wrote an immensely detailed six-page article in the TLS (“three days’ work”, says Harvey dismissively when I praise Naiman for his industry) establishing Harvey’s academic avatars – not just Stephanie Harvey, but Graham Headley, Trevor McGovern, John Schellenberger, Leo Bellingham (author of Oxford: The Novel), Michael Lindsay and Ludovico Parra. Naiman traced the way in which, over the past 30 years, this group had been commenting on one another’s work in scholarly journals and little magazines, sometimes praising one another but occasionally finding fault too. “How comforting,” Naiman commented drily, “to construct a community of scholars who can analyse, supplement and occasionally even ruthlessly criticise each other’s work.”

I dubbi circa l’autenticità dell’incontro Dickens-Dostoevskij si sparsero, vennero fatte ritrattazioni, il Dickensian fece una figuraccia. Ma solo recentemente emerge l’intera storia del raggiro, quando Eric Naiman, professore nel dipartimento di Lingue Slave e Letteratura all’università della California, Berkley, scrive un dettagliatissimo articolo di sei pagine nel TLS (“Un lavoro di tre giorni”, lo liquida Harvey quando lodo l’operosità di Naiman) scoprendo gli avatar accademici di Harvey – non solo Stephanie Harvey, ma anche Graham Headley, Trevor McGovern, John Shellenberger, Leo Bellingham (autore di Oxford: The Novel), Michael Lindsay e Ludovico Parra. Naiman ha tracciato il modo in cui, nei passati 30 anni, questo gruppo ha commentato il lavoro uno dell’altro in giornali accademici e piccole riviste, a volte lodandosi a vicenda ma anche, di quando in quando, trovando degli errori. “E’ confortante”, ha commentato Harvey seccamente, “costruire una comunità di studiosi che possono analizzare, integrare e a volte persino criticare brutalmente il lavoro uno dell’altro.”

When Dickens met Dostoevskij, l’articolo di Eric Naiman