CENERE – appunti

– Voglio solo dire che tutto sarebbe dovuto andare in maniera diversa. Abbiamo scazzato alla grande e adesso siamo nella merda fino al collo, ma forse ci saremmo lo stesso, forse in realtà più che da noi dipende da grandi risv… rivolgimenti storici, che so, gira e rigira siamo di nuovo qui, noi umani, nella merda fino al collo. Ma non riusciamo proprio a smettere di cagarci in faccia l’uno con l’altro, per così dire, pensando che a noi non toccherà mai, finché non ci ritroviamo con la faccia piena di merda, ma anche allora non facciamo che incazzarci con gli altri coglioni che sguazzano nella merda come noi. Insomma, hai capito.

– Io non ti cagherei mai in faccia.

– Lo so.

– Sei ubriaca?

– Sì.

– Dormiamo?

– Ok.

E invece no, avevano sentito un grido strozzato che avevano inizialmente interpretato come un verso animale, ma lì non c’erano più animali selvatici da anni e anni e poi Jimmy il cane spelacchiato si era messo ad abbaiare come un pazzo. Quindi la Reba e Ash (Anna dormiva) erano scese dal capannone, non senza difficoltà perché la scala a pioli traballava e la Reba si smongolava sempre quando beveva, nel senso che i suoi impianti muscolari la mollavano e lei perdeva le gambe. Comunque erano riuscite a scendere dal capannone, avevano attraversato il giardino e l’avevano vista.

– Ma è la Gramigna – aveva biascicato Ash.

Ecco, in quel momento avevano avuto paura e senza dire una parola lo sapevano l’una dell’altra, e si erano prese per mano. Non tanto perché fossero due ragazzine davanti a un cadavere, anche perché erano comunemente riconosciute come dure e facevano un punto d’onore di comportarsi come tali. Avevano avuto paura perché non era un cadavere qualsiasi.

Un nuovo romanzo – Incipit – CENERE

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Rubrica `Un nuovo romanzo`

E’ anche possibile che tutta la mia vita

a sorsate di anni

sia solo un tentativo di farmi conoscere

da te

24 luglio 2087, Romagna, sera, un po’ dopo il tramonto, i pini resinosi

Non poteva vomitare dentro la tomba, che poi era solo un buco nel terreno con un cadavere dentro. C’era il prete, però. Si chinò a guardare nella macchia di buio più scuro, non vide niente e si tirò indietro barcollando.

– Era una troia ma è morta bene – disse qualcuno. Non il prete.

Lena drizzò le orecchie. Non pioveva, anzi, era una di quelle sere d’estate con un venticello dolce e il cielo blu cobalto. Chissà quanti ne aveva visti di quei cieli la Gramigna, a pancia in su in camporella. Si era data quel soprannome da sola, la Gramigna, perché ne aveva passate tante ma era ancora lì. Fino a quando non si era impiccata al noce, povera crista.

– Ash, vieni? – chiese la Reba che saltellava da un piede all’altro. Forse doveva fare pipì.

Lena si voltò di scatto a controllare suo padre. Non aveva sentito, stava parlando col prete.

– Non chiamarmi così quando c’è lui.

La Reba scosse la testa. – Allora vieni?

– E’ assolutamente necessario?

Si sentì prendere per mano e condurre lontano dalla tomba, verso un grande pino mezzo secco.

– Non mi dovresti trattare con condiscendenza, solo perché sono ubriaca a un funerale – ridacchiò.

– Oh, Ash, cosa non si fa per te – disse la Reba mollandola a sedere accanto ad Anna che era già lì da un pezzo, probabilmente.

– Già, Ash, cosa non si fa per te – disse Anna cambiando posizione. Le ginocchia risaltavano come vette alpine su una valle fiorita. Lena distolse lo sguardo.

– Stronze – bofonchiò. Allungò una gamba, si frugò in tasca e ne estrasse un piccolo sacchetto di plastica. – Sono nuovi.

La Reba sgranò gli occhi e le strappò di mano il sacchetto, poi la guardò malissimo, ma lentamente.

– Ma ce la fai? Te non sei normale.

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo risuonò nell’aria e tutti smisero di parlare.

– Amen – sussurrò Lena automaticamente. Torse il busto per guardare il prete. Aveva un altarino portatile.

Riprese i cristalli dalla Reba e ne masticò un paio, li aveva fatti così, da ingestione. Secondo lei erano una figata. Si accorse che Anna la guardava sospirando e ruotò ancora un pochino su se stessa per darle la schiena. Ora vedeva bene Padre Giulio, che aveva tutto il suo rispetto perché era un rinomato antifascista e soprattutto stava facendo un funerale cattolico a una morta suicida, rischiando grosso, anche. Una volta gli aveva chiesto: – Ma Dio è antifascista, vero Padre? – e lui le aveva detto: – Dio non lo so, ma io sicuramente.

… to be continued ;)

Happiness is a simple thing!

I Monologhi di Sana – Rubrica

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More I’m getting older and more I think that happiness is a very simple thing…and I understand I wasted a lot of time trying to fix stuff in others’ life….but you can’t really fix this kind of things…you can’t really fix a love that doesn’t exist.

And I’m really got sick of all the fuckin’ drama queens, that it seems that just they have problems in their lives…come on, everyone has problems! And I really don’t want spend my whole life listening your endless list of troubles hoping that, maybe, if I’ll be lucky, in 6 months we would spend some happy time together.

Keep it simple, stupid!

Always, always, always….

So I found out that, for me at least, happiness is a very simple stuff, like…

…cooking together, sleep in your arms, listen a lot of punk songs, wake up with “Baggy Trousers” by Madness as alarm and enjoy it, imitate frogs’ sounds before to sleep, sing loud together Rancid in the 7 of the morning, talk about our messy past, planning to organize punk gigs, lose my stuff at all over your place, steal your clothes, eat mango ice cream and drink martini in the middle of the night, biking drunk during night and leave your place next morning still in hangover, but singing;

be spoiled ’cause you wake up early only to bring me coffee and breakfast in bed, keep singing Sheena is a punk rocker during all the day, share stories about squats, quote Snatch just awake, think to go to Belgium, laugh because we met 5 years ago and we don’t remember each other, smoke too many cigarettes, try to talk about feelings and don’t succeed, talk about vegetarian sushi and then skip from crust punk to Mozart, politic and travels.

Always say “only 5 minutes more” and then spend another hour and half together.

See you arrive when I finished to work and say to me “I don’t care if you stink, I like you as well”.

Laugh calling each other “fake punk”.

Try to have the same days off next week.

So, I think that happiness is not someone that talks all the time about to have breakfast together, spend time together, do stuff together, go to parties together, saying you “I want spend more time possible with you”….it’s just someone that say nothing and does all this things! ;)

It is simple, isn’t it?

Stay happy people!

Image by Fukari

La foresta e il potere

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Selezione letteraria a tema.

W. Shakespeare, MACBETH. Atto III, scena I.
Tuono. Entra la TERZA APPARIZIONE: un bambino incoronato, con un ramo d’albero in
mano
MACBETH – Che cos’è questo, che mi sorge innanzi
nell’apparenza del figlio d’un re,
recinta la sua fronte di fanciullo
dell’emblema della sovranità?
TUTTE E TRE – Ascoltalo soltanto. Non parlargli.
3ª APPARIZIONE – Come un leone sii superbo e fiero,
e non curarti di chi morde il freno,
né di chi s’agita, di chi congiura.
Macbeth non sarà vinto
fino a quando di Birnam la foresta
non moverà verso il colle di Dùnsinane
contro di lui.
MACBETH – Ciò mai potrà succedere!
Chi può mobilitare una foresta,
comandare ad un’albero si svellersi
dalle radici abbarbicate a terra?
O soavi presagi! Ottimamente!
Morti ribelli, più la vostra testa
non sollevate, finchè non si muova
anche di Birnam l’intera foresta!
E dal suo alto seggio allor Macbeth
vivrà l’intero spazio da Natura
a lui concesso ed al suo giusto tempo
renderà il suo ultimo respiro…

Domenico Scalzo, Vita ufficiale e male amministrato, in Sul male, a partire da Hannah Arendt

“Eichmann decreta il fallimento etico della nostra cultura. La sua malvagità è al contempo selvaggia e razionale: il frutto di una gigantesca caccia resa possibile dalla fredda determinazione della tecnica, che le mute della politica del nuovo ordine, dell’omogeneità e dell’espansione, scatenano nella foresta simbolica della vecchia Europa sulle tracce degli ultimi uomini-lupo. Ma anche l’accumulo delle spine del comando che si conficcano nella carne e nello spirito del soldato come del funzionario, perché l’esercito è la stessa foresta che cammina. Una massa chiusa in attesa dell’ordine che sgrava la coscienza dal peso della responsabilità disseccando la vita della facoltà di pensare come della capacità di giudizio.”

Macbeth, Atto IV, Scena IV

Entrano con tamburi e bandiere, MALCOLM, il vecchio SIWARD e suo figlio, MACDUFF,
MENTHEITH, CAITNESS, ANGUS, LENNOX, ROSS con l’esercito in marcia. Davanti alla foresta di Birnam.
MALCOLM – Cugini, spero ormai vicino il giorno
in cui ciascuno di noi
potrà dormir sicuro nel suo letto.
MENTHEITH – Noi non ne dubitiamo.
SIWARD – Che bosco è quello che ci sta davanti?
MENTHEITH – La foresta di Birnam.
MALCOLM – Dai suoi alberi
ciascun soldato se ne stacchi un ramo
e se lo tenga innanzi a sé marciando:
maschereremo così il nostro numero
e renderemo vano ogni conteggio
delle loro vedette.
SOLDATI – Sarà fatto.

Apologo di Iotam, Libro dei Giudici, cap 9, vv 6-15

Tutti i signori di Sichem e tutta Bet-Millo si radunarono e andarono a proclamare re Abimèlech presso la Quercia della Stele che si trova a Sichem. Ma Iotam, informato della cosa, andò a porsi sulla sommità del monte Garizim e, alzando la voce, gridò:

«Ascoltatemi, signori di Sichem, e Dio ascolterà voi!
Si misero in cammino gli alberi
per ungere un re su di essi.
Dissero all’ulivo:
Regna su di noi.
Rispose loro l’ulivo:
Rinuncerò al mio olio,
grazie al quale
si onorano dèi e uomini,
e andrò ad agitarmi sugli alberi?
Dissero gli alberi al fico:
Vieni tu, regna su di noi.
Rispose loro il fico:
Rinuncerò alla mia dolcezza
e al mio frutto squisito,
e andrò ad agitarmi sugli alberi?
Dissero gli alberi alla vite:
Vieni tu, regna su di noi.
Rispose loro la vite:
Rinuncerò al mio mosto
che allieta dèi e uomini,
e andrò ad agitarmi sugli alberi?

Dissero tutti gli alberi al rovo:
Vieni tu, regna su di noi.
Rispose il rovo agli alberi:
Se in verità ungete
me re su di voi,
venite, rifugiatevi alla mia ombra;
se no, esca un fuoco dal rovo
e divori i cedri del Libano.

MACBETH, Atto V, Scena V-IV
Entra una Staffetta.
STAFFETTA – Mio grazioso signore, dovrei dirti
di qualcosa che giuro d’aver visto,
ma non so come dirlo.
MACBETH – Avanti, parla!
STAFFETTA – Mentr’ero di vedetta in cima al colle
ho rivolto lo sguardo verso Birnam
e m’è parso, d’un tratto,
che si muovesse l’intera foresta.
MACBETH – Bugiardo! Miserabile! Che dici!
STAFFETTA – S’abbatta su di me la vostra collera,
se non è vero: a tre miglia da qui,
lo potrete vedere da voi stesso.
Ho detto: una foresta che si muove.
(…)

SCENA VI
Dunsinane, piana davanti al castello.Tamburi e bandiere.
Entrano MALCOLM, SIWARD, MACDUFF, con l’esercito; ogni soldato ha in mano un ramo
d’albero
MALCOLM – Qui siam vicini abbastanza; fermiamoci.
Gettate via gli schermi di fogliame
e mostratevi. Voi, nobile zio,
guiderete, col mio caro cugino
e vostro degno figlio, il primo assalto;
Macduff ed io ci accolleremo il resto,
secondo i piani.
SIWARD – Allora, arrivederci.
Se stasera ci troveremo a fronte
le forze del tiranno,
che ci rimandino indietro sconfitti,
se non sarem capaci di combattere.
MACBETH – La parola alle trombe: date fiato
a queste strepitose messaggere
di sanguinosi massacri e di morte!