Ergastolo

Questo racconto breve è nato da un sogno, o per meglio dire, da un icubo.

***

Ergastolo
o
Della necessità

Sala interrogatori. Squallida, spoglia. Verde con uno specchio a lato, ho guardato abbastanza film da sapere che dietro è pieno di stronzi che mi guardano, mi valutano, forse ridono, I bastardi.
Io sono qui, ammanettata. In effetti è giusto. Questa gente ha paura di me. AHAHAH
Io che non avrei mai fatto male a una mosca, mi ritrovo ammanettata in una squallida sala interrogatori verde con lo specchio. La tizia che entra cerca di fare la dura, per non farmi vedere che ha paua di me. AHAHAHAH
E se facessi:- Buh?
Meglio di no, la mia situazione è già abbastanza grave così com’è.
La tizia si chiama Claudia.
– Ciao Claudia – le dico, chissà se farla sentire un alcolista anonimo la mette a disagio?
– Ciao, Marta – mi risponde, freddina.
Non mi interessa, può anche sputarmi in faccia per quel che mi riguarda. Quello che dovevo fare l’ho fatto, adesso posso anche morire in pace.
Mi sono costituita io, avrei potuto anche scappare, ma ho scelto di no. Era giusto che mi consegnassi alla polizia. Io, che non avrei mai fatto male a una mosca.
– Quando vuoi cominciare vai pure, inizio a registrare.
Ma è un poliziotto o un cazzo di tecnico questa? Non ha niente di più intelligente da dire? Cerca di farmi sentir a mio agio o cosa? Comunque non ci riesce. Qui dentro mi sembra di essere già in gabbia.
Mentre mi fissa con gli occhietti verde marcio come il tavolo a cui sono ammanettata penso al percorso delle mia pratica giudiziaria. Confessione alla polizia, processo… eccetera. In America verrei assolta, ma qui non c’è la giuria. E non c’è avvocato che tenga, dal momento che non voglio negare.
Sento il registratore antiquato che fa scorrre il nastro magnetico. Sta registrando I silenzio, un po’ mi sento in colpa. Dovrei iniziare a parlare, in fondo mi sono costituita io, non ho niente da nascondere, eppure…
Ho già inciso le mie azioni nel mondo, fare altrettanto con le parole sul nastro mi sembra quasi grottesco tanto è inutile… comunque.
– Va bene, dunque… sono qui per confessare, perciò… premetto che non mi pento assolutamente di quello che ho fatto, anzi, lo rifarei. In qualunque mondo possibile lo rifarei. Quindi ho compiuto un gesto necessario. O più gesta, a seconda di come la si vuole vedere… Io non sono mai stata una persona violenta, anzi, il contrario. Però, ora che ci penso, sono sempre stata una che fa quello che va fatto. Questo spiega tante cose, credo. Beh, la questione che interessa a voi è iniziata cinque giorni fa. Stavo studiando matematica in camera mia quando mia mamma è rientrata di corsa strillando. E’ stata una pessima scena, singhiozzava al telefono mentre parlava con voi della polizia, poi è corsa in bagno ma ha vomitato in corridoio. Ha continuato a vomitare per tutto il tempo. Non riusciva proprio a smettere. Quando si è ripresa un attimo sono riuscita a capire cosa fosse successo: la mia sorellina era scomparsa. Mia mamma l’aveva accompagnata al parco a giocare, l’aveva persa di vista un attimo, e poi non l’aveva vista più. L’ha cercata istericamente sen
za nessun rislutato, ha chiesto in giro ma nessuno l’ha vista. Così ha chiamato voi, l’efficientissima polizia, in preda al delirio totale. Giuro che non capiva più niente. Io nemmeno, d’altronde. Avrei pensato che fosse uno scherzo se non fosse stato per il vomito. Dio, una cosa impressionante. Quando ti accorgi che ti hanno rubato la macchina sei sotto shock, o la valigia, o quel che è. All’inizio non c credi, non ti sembra vero. Ecco, quando capisci che ti hanno rubato una sorella è peggio. Pensi alle peggio cazzate per non credere che una bambina bionda sia nelle mani di chissà quale schifoso pervertito, io mi ero ritrovata a pensare che potesse essersi allontanata da sola per fsre un giro, prendere un gelato. L’ho proprio visualizzata con un gelato in mano. Invece no. Qualcuno se l’era portata via. Abbiamo passato una nottata tremenda, nenache a dirlo, col telefono che squillava in continuazione. L’ansia, l’illusione continua, il delirio, la febbre, la vodka. Arrivate a mattina avevamo capito che la questione era grave, e che non si sarebbe risolta in una cazzata. Mia madre piangeva istericamente, io nemmeno una lacrima. Proprio non riuscivo. Pensavo che se avessi iniziato a piangere innanzi tutto non avrei più smesso, e secondo sarebbe stato come darla già per morta, o peggio, la mia sorellina. Aveva solo otto anni. Quindi non ruscivo a rassegnarmi. Così ho deciso che non sarei rimasta in casa ad aspettare una vostra telefonata neanche un momento di più. Erano le 10:57 della mattina dopo quando ho deciso. Ho messo dei pantaloni neri militari che erano sepolti nell’armadio da anni, una canottiera nera, uno zaino, una vecchia maschera di carnevale nera e verde, un coltello sgozza-turchi, la vecchia pistola di mio padre, del nastro americano e tutti i soldi che mi sono capitati a tiro. E sono uscita.
– Perchè la maschera?
– Non so, mi sembrava appropriata. Forse non volevo essere io. Non lo so, non l’ho fatto consciamente, ero lì e l’ho presa.
– Va bene, continua – mi dice con gli occhietti avidi che mi fissano.
– Va bene, continuo – le faccio io, credo di non avere nessuna espressione in faccia, ma come potrei?
– Sono uscita, senza dire niente a mia madre, che stava stesa sul letto a singhiozzare. Ho preso la macchina e sono andata dritta da Semprini, un investigatore privato che avevo trovato su internet. Non so in cosa avesse le mani in pasta, fatto sta che ha preso a cuore la mia storia, e in tre giorni netti ha trovato un tizio, un certo Jhonny Parafango, giuro che si chiamava così, che a quanto pare gestiva gli scambi di ostaggi per conto di non so chi. Gestiva un locale fetido in periferia. Ho lasciato a Semprini praticamente tutti I soldi. E’ un buon uomo, e mi ha anche ospitato nel retro del suo studio finchè non ha trovato il tizio. Ah, lui non c’entra niente, credeva che avrei chiamato voi, la polizia, invece no. Me ne sono andata in periferia, alla Bottiglia Blu. Era tutto luci soffuse e puttane, ubriachi e depressi. Ho aspettato la chiusura bevendo coca cola. Poi ho fatto finta di essere ubriaca e di volerlo scopare. Quello stronzo mi ha portata in una stanzetta sul retro, una specie di magazzino. Appena siamo enrati gli ho puntato contro la pistola, l’ho fatto sedere su una sedia e l’ho legato col nastro. Poi è tutto un po’ confuso. Lui blaterava insensatezze a cui non ho dat ascolto.
– Gli ho detto qualcosa come “Tu sai dov’è mia sorella, una bambina di irca otto anni, bionda, si chiama Eleonora. Dimmi dov’è e la finiamo qua.” Lui ha negato, ovviamente. Allora gli ho risposto “Senti, dolce Parafango” ricordo proprio di averlo chiamato dolce, “Le cose possono andare in due modi, o mi dici tutto quello che sai, e la finiamo velocemente, un colpo in testa e via, rapido e indolore, oppure possiamo metterci di più, e non farà piacere ne a te, che soffrirai come un cane, nè a me, che ho una certa fretta, capisci, vero?” Non capiva. Ha continuato a negare. Allora ho inziato a fare come avevo visto nei film. Devo dire che le scene di tortura mi hanno sempre fatto impressione, tanto che chiudevo gli occhi quando erano troppo cruente. Invece, vedi, la necessità fa l’uomo genio. Ho impiegato circa un paio d’ore. E’ svenuto un paio di volte, credo che siano stati i risvegli più brutti della sua vita, il porco. Ho dovuto tagliargli i pollici, poi gli alluci. Cristo, i piedi gli puzzavano, è stato un vero schifo. Poi l’anulare destro, e ancora non voleva parlare. Allora ho pensato che fosse un duro, anche se non sembrava, così gli ho fatto “Guarda che bel coltello, è bello, vero? Lo sai che a Creta lo usavano per sgozzare I turchi? O per sbudellarli. Guarda l’impugnatura, ha questa scanalatura, vedi? Qui si mette il mignolo e il coltello si usa dal basso verso l’alto, e via le budella! Ahahahah. Ma adesso no, stai tranquillo, non voglio sbudellarti. Adesso te lo pianto da una guancia all’altra, che ne pensi? E’ meglio che apri la bocca, se no ti spacco tutti I denti” così gli ho detto, e lo stronzo ha aperto la bocca davvero! Aveva le guance molli, è stato come tagliare un pesce un po’ filamentoso. Quasi non ha gridato, questo glielo devo concedere, lo stronzo era un duro sul serio. Però è svenuto, e questa era la seconda volta. Mentre si faceva un sonno ho notato un dettaglio. All’anulare che ancora aveva attaccato alla mano sinistra c’era un anello, la classica fede d’oro. Il porco aveva famiglia. Così, quando si è svegliato gliel’ho fatto notare. Ho iniziato a dirgli cose che non saprei ripetere. Cose che avrei fatto a sua moglie, che non gli sono piaciute per niente. A quel punto, con la bocca tagliata ha iniziato a parlare. Sputacchiava sangue da tutte le parti mentre bofonchiava. Quasi ridicolo, sembrava che avesse tre bocche! E niente, così mi ha detto che la mia sorellina era in un capannone abbandonato poco fuori città. L’ho ringraziato, gli ho promesso che avrei detto a sua moglie che l’amava, e gli ho sparato un colpo in testa. Non è stato difficile.
– E sei andata subito al capannone? Perchè non hai chiamato la polizia? – mi fa la stronza con vocetta stridula quanto gli occhi.
– Certo, perchè avevate fatto molto in quei quattro giorni! No grazie, ad andar bene l’avreste fatta ammazzare, con le vostre stupide regole d’ingaggio, avverti prima di sparare, un modo sicuro per far uccidere l’ostaggio. No, grazie. Sono andata subito al magazzino. Beh, dopo essermi data una sciacquata, e aver ripulito lo sgozza-turchi.
– Va bene, racconta – dice secca, inizio a farle paura sul serio? Perchè adesso mi tratta male? Mi rifiuto di credere che non avrebbe fatto lo stesso, in quelle circostanze. Beh, che non m’importa niente è dir poco, così ricomincio a parlare:- Sono andata al magazzino. Stando a Parafango ci dovevano essere due uomini e una donna. Non c’ho messo molto a trovare il posto, almeno credo. Non posso garantire sulle tempistiche, perchè era tutto molto… nebuloso, come in un sogno, o quando sei sballato. Solo che ero lucidissima, e sveglia come non mai. Fatto sta che sono arrivata al capannone che era sera, insomma, il sole era tramontato da poco. Ho lasciato la macchina a una certa distanza e ho camminato a piedi per una mezzora. Eheh, mi sono sporcata la faccia e le braccia di terra bagnata per non farmi vedere, sembrava un gioco. Mi sono avvicinata quatta quatta e ho visto il primo che stava fuori a fumare. Io ero dietro un albero, e lo stronzo non mi aveva visto per niente. A quel punto non c’era molta luce, era abbastanza buio perchè riuscissi a confondermi con le ombre. Mi sono avvicinata pian piano col coltello stretto in mano. Faceva caldo ma non sudavo per niente, ero sicura di quello che dovevo fare. Gli sono arrivata alle spalle e l’ho sgozzato, come un turco, eheh. La sensazione è stata strana, ho dovuto trattenere il corpo perchè non cadesse con un tonfo mettendo in allarme gli altri, perciò le mani mi si sono tutte appiccicate di sangue viscoso. Era caldo. Beh, poi ho trascinato il corpo in una zona d’ombra e ho cercato se avesse delle chiavi, ma ho trovato solo quelle della macchina. Allora mi sono avvicinata al capannone, che più che un capannone vero e proprio sembrava una vecchia casa di campagna con magazzino annesso, comunque… Sono entrata in silenzio da una porta laterale e ho trovato gli altri due, l’uomo e la donna, in cucina. La bestia stava preparando la cena. Mi sono affacciata alla porta con la pistola in mano e ho sparato. Ora, io non avevo mai sparato a nessuno in vita mia, a parte il povero Jhonny Parafango. Ho preso la mira e premuto il grilletto, mirando all’uomo. L’ho preso un o’ male, a una spalla, però è caduto. Allora ho sparato alla donna, poi mi sono avvicinata e ho tirato un colpo in testa a tutti e due. Finito. Mi restava solo da cercare Eleonora. L’ho trovata legata e imbavagliata nella camera da letto del secondo piano. Povera piccola, quando ha sentito I miei passi che si avvicinavano ha iniziato a gridare gli improperi che può conoscere una bambina. Io mi sono avvicinata e le ho detto “non ti preoccupare, sono Marta, sono venuta a prenderti. Ho tutta la faccia sporca di terra perchè non mi vedessero ma sono io, non ti preccupare.” Le ho tolto la benda dagli occhi e ho tagliato le corde. Lei, pensa, mi detto “Ah, sei tu, meno male.” L’ho sollevata di peso e sono corsa fuori, a metà strada dalla macchina non ce la facevo più a portarla. A otto anni sono grandicelli. Allora le ho chiesto se poteva camminare, e lei ha annuito, lo scricciolo. L’ho messa in macchina e sono partita a razzo verso casa. Lei non ha detto una parola, così a un certo punto le ho fatto “Guarda che non ti devi più preoccupare, li ho ammazzati tutti” e lei c’ha pensato un po’ e mi ha risposto “Ah, grazie.”Mia madre era mezza impazzita, forse avrei dovuto lasciarle un biglietto, poveretta. Non la finiva di piangere e ringraziare il creatore. Io ho mollato lo zaino in camera, ho fatto una doccia, mi sono cambiata e sono venuta qui. Avevo pensato di scappare in Thailandia, per un attimo, ma non l’ho fatto.
– Perchè?
– Cosa.
– Perchè non sei scappata? – mi chiede. Proprio non ci arriva, l’idiota.
– Perchè non sarebbe stato giusto. Ho agito in un certo modo sapendo che sarei andata incontro a delle conseguenze serie.
Strizza gli occhietti verde marcio, mi controlla le manette AHAHAH e dice:- E uccidere quattro persone è giusto?
– Monica – dico, e quando mi sente pronunciare il suo nome sussulta – Mi stai dicendo che non avresti fatto esattamente lo stesso?
– Beh – balbetta – Avevi un buon movente, ma resta comunque sbagliato.
– Sai, cara Monica, io ho pensato questo, che kant ha ragione. Kant ha elaborato una legge morale formale, che dice “Opera in modo che la massima della tua volontà possa valere sempre, in ogni tempo, come principio di una legislazione universale”. E la prova del nove per verificare che un’azione sia morale è pensare “E se lo facessero tutti?” La mi risposta è che tutti torturassero e uccidessero I rapitori di bambini probabilmente alla gente non verrebbe tanto in mente di rapirli. E questo non può che essere un bene. Le conseguenze della società? Mi fanno un baffo.
– Potresti prendere l’ergastolo – mi dice, e sembra che ci creda davvero. Adess le scoppio a ridere in faccia veramete, dio, non mi trattengo!
– Monica, ho salvato mia sorella. La volevano vendere a chissà quale pervertito. Ammazzerei chiunque volesse fare del male alla mia sorellina. E ti dirò di più, non potrei vivere in pace con me stessa se non li avessi ammazzati tutti come cani. Vuoi darmi l’ergastolo? Dammi l’ergastolo. Vuoi darmi la pena di morte? Lo rifarei, senza neanche pensarci.
Qui stacca il registratore. Sarà soddisfatta.
Lo sono anch’io.

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