L’autodeterminazione

L’autodeterminazione

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Di ogni singolo giorno

 

Sveglia. Riprendo coscienza. E’ mattina e la luce mi arriva dritta in faccia divisa in fasce. E’ la tapparella, non la chiudo mai del tutto.

Al mattino mi riesce più facile svegliarmi se non sono al buio.

La luce mi ricorda che devo uscire dal letto e affrontare la giornata. Cosa che, di solito, non mi procura alcun piacere.

Potrei tranquillamente vivere la mia vita a letto, non fosse per le piaghe da decubito. Qualche visita corredata di fiori profumati costituirebbe tutti i contatti umani di cui potrei avere bisogno.

Purtroppo non sono né ricca né psicotica, quindi al mattino mi devo alzare.

Tutti, i santi, giorni.

Quando suona la sveglia accendo subito la lampada sul comodino per essere sicura di avere una fonte di disturbo se dovessi riaddormentarmi. In questo modo mi garantisco di essere fuori dalle coperte alle 7 e 15. La prima cosa che faccio una volta in piedi è mente locale. Che cosa devo fare oggi? O meglio: come accidenti farò a sbrigare tutti gli affari di oggi senza impiccarmi?

In genere faccio un elenco mentale tentando di tranquillizzarmi, poi accendo il pc, controllo la posta, bevo una tazza di tè scarabocchiando appunti sull’agenda. Non ricontrollo mai la mia agenda. Mi serve solo per scriverci sopra, dividere nel tempo le cose da fare e non impazzire.

A dire la verità non ho nemmeno troppo da fare. Non ho tantissimi impegni. Forse proprio per questo quelli che ho mi sembrano così faticosi da affrontare. Perché non ci sono abituata.

Dopo aver bevuto il tè lavo la tazza, mi vesto con accortezza per apparire sexy ma non sfacciata, esco di casa e vado in ufficio.

E’ grigio.

Mossa da un principio di depressione, appena assunta, avevo comprato una pianta rampicante da appoggiare sopra al mobile degli schedari.

Ora, un giorno dopo l’altro, sono costretta a guardare quella povera piantina dispersa in un mare di squallore.

E’ depressa anche la mia pianta.

Se avessi un cane sarebbe uno di quelli tristi che nei cartoni animati fanno sempre una pessima fine.

Invece ho una gatta, come ogni brava donna single. Lei non è depressa, ha tutto quello che vuole. Ogni tanto penso che lo scopo della mia vita sia rendere perfetta quella della mia gatta.

In genere quando arrivo in ufficio sono già alla terza sigaretta, ma non sarà il tabacco ad ammazzarmi. Rifiuto l’idea, categoricamente. Il tabacco mi fa stare bene. Considerando che fumo venti sigarette al giorno e che impiego circa cinque minuti per fumarne una è evidente che vivo cento minuti di felicità ogni giorno. Più di un’ora e mezza, è un pensiero quasi confortante.

Al lavoro ho una decina di colleghi con cui scambio qualche parola. Alcuni di loro sembrano interessati a me, soprattutto i maschi. Purtroppo, essendo omosessuale, questo non mi procura alcun beneficio. Pensandoci è ovvio che io sia lesbica: se fossi etero avrei troppe possibilità di trovare qualcuno adatto a me.

Sono donna, gay e depressa. Potrebbe andare peggio? Certo che sì: potrei morire di fame, essere sgozzata per aver ingoiato un diamante, morire in un bombardamento…

La verità è che conoscere le disgrazie altrui non mi fa sentire meglio, corrobora solamente la mia convinzione che il mondo sia, tutto sommato, una schifezza.

Non sopporto le giornate di sole, è come se il cielo azzurro mi rimproverasse continuamente di non essere felice. Ogni volta che il cielo si rasserena dopo un periodo di pioggia mi chiedo: Ma sono davvero infelice?

Senza dubbio ho una vita che si può definire di routine. Faccio sempre le stesse cose, percorro le stesse strade. Se lasciassi una traccia colorata dietro di me si snoderebbe istericamente sugli stessi percorsi.

Quando fumo una sigaretta alla finestra vedo sempre lo stesso angolo di mondo, che nemmeno mi piace.

La cosa che cambia sono io: continuo, inarrestabilmente, a invecchiare.

Ho notato che la gente si muove secondo schemi fissi, me inclusa. Ma il solo fatto di rendermene conto è aberrante. Mi muovo lungo i marciapiedi, sotto i portici, scansando le persone che si trovano sul mio cammino, e non posso fare a meno di pensare Io non appartengo a tutto questo, Io non ho niente a che vedere con voi, e penso che la situazione, la gente, i marciapiedi e i portici siano sopportabili come un brutto incubo che prima o poi finirà.

Così a volte, quando mi svegliavo e la luce del sole mi arrivava dritta in faccia divisa in fasce, pensavo che forse l’incubo potesse essere svanito. Poi accendevo la lampada sul comodino e tutto ricominciava.

Una volta mi succedeva più spesso di svegliarmi con quella speranza, con quella vocina che mi sussurrava all’orecchio che magari qualcosa era cambiato. Non le rughe sulla mia faccia, no, la vocina mi parlava di un cambiamento all’esterno. Ma una delusione dopo l’altra l’ha fatta tacere, e ora non spero quasi più.

Stamattina, però, mi sono svegliata in uno stato d’agitazione. Come se davvero qualcosa dovesse cambiare. E la vocina mi ha sussurrato che il cambiamento non doveva arrivare dall’esterno, ma essere prodotto dall’interno.

Stamattina, quando la luce del sole mi è arrivata dritta in faccia divisa in fasce, ho capito che un modo c’è per svegliarsi dall’incubo. Ho capito, come un’illuminazione, che la soluzione risiede nell’autodeterminazione. Solo io posso farmi uscire da questo incubo quotidiano ed entrare in un sonno più tranquillo, forse indeterminato… ma tranquillo, spero.

Spero di dormire bene, e spero che qualcuno si occuperà di Minù. Ho paura che nessuno la renderà felice come ho fatto io. L’ho viziata troppo, condannandola all’infelicità.

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