Alchemy

Racconto pubblicato su EFP-Fanfiction.

***

Ricordiamo bene quando iniziò.

Fu una serata d’inverno, a Torino. Allora eravamo una cosa sola col nostro corpo. Eravamo soli nella nostra mansarda, ubriachi. Avevamo guardato qualche telefilm per spegnere la mente, poi eravamo andati a letto per leggere qualcosa. Invece, annebbiati dall’alcol, iniziammo a pensare.

I primi mesi facevamo l’amore in continuazione, non riuscivamo a separarci, volevamo stare sempre uno dentro l’altra.

Ci capitava spesso di perderci in considerazioni poco felici circa la nostra situazione. Ci eravamo laureati a novembre in lettere moderne e avevamo trovato lavoro in un call-center. Nessuno assumeva letterati per lavori più prestigiosi, in Italia. A 25 anni vivevamo in una camera che sembrava più una tana per animali che un’abitazione umana. Per quanto possibile era accogliente e pulita, ma piccolissima. Questo ci rendeva… frustrati. Pensavamo che forse saremmo dovuti fuggire all’estero per trovare lavoro, ma l’idea di partire da soli ci terrorizzava. Se avessimo avuto un amico o un amante con cui partire all’avventura l’avremmo fatto senza esitare, ma nessuno ci amava abbastanza da seguirci. Eravamo soli. Il nostro corpo era grazioso e le persone con cui avevamo a che fare sembravano apprezzarci, ma nessuno ci conosceva davvero. Guardando sconsolati il pupazzetto Gatto sul comodino ci sentivamo oppressi dalla sensazione di inadeguatezza. Non permettevamo a nessuno di conoscerci. Le nostre amiche e amici non chiamavano spesso, e quando qualcuno si mostrava davvero interessato a noi provavamo fastidio per la sua presenza. Non volevamo che qualcuno ci conoscesse, per paura che scoprisse che noi… non esistevamo. Era questo che ci ripetevamo come un mantra, ad alta voce senza riconoscere i suoni prodotti dalle nostre corde vocali, ci dicevamo sussurrando: – Io non esisto, io non esisto, io non esisto…

Il nostro cuore iniziò ad accelerare il battito, sempre di più, tanto che avemmo paura di morire d’infarto. Quel pensiero si insinuò nella nostra mente frammentata, acquisendo forza perché conferiva unità al nostro essere. Tutte le parti della nostra anima erano concentrate sul pensiero della morte. Il cuore continuava a battere fortissimo mentre, senza cercarlo, senza saperlo, senza avere dato agli occhi l’ordine di farlo, fissavamo la finestra da cui entrava la luce gialla dei lampioni. Avevamo paura, una paura agghiacciante mai provata prima di quel momento. Non eravamo sicuri di riuscire a controllare le nostre azioni. Il battito del cuore ci rimbombava in petto senza che riuscissimo a calmarlo. Avremmo potuto mettere fine alla nostra vita, sarebbe bastato saltare dalla finestra. Ci facemmo prendere dal panico, non avevamo più il controllo dei nostri pensieri. La nostra mente avrebbe potuto decidere da sola, così ci sembrava, di uccidere il nostro corpo. Senza che noi potessimo fare nulla per impedirlo.

Poi riuscimmo a staccarci, ma non potevamo fare a meno di tenerci per mano, sempre.

Allora ci mettemmo nell’unica posizione yoga che conoscessimo, quella del Loto, e cercammo di regolare la respirazione. Sentivamo la trapunta sotto di noi e vedevamo il muro color panna illuminato dalla lampada sul comodino, ma eravamo concentrati solo sul nostro corpo. Iniziammo a bisbigliare “Io penso, io esisto” fino a che la voce non tornò a suonarci come nostra e il cuore non rallentò il ritmo frenetico. Respirammo profondamente sette volte, ci sciogliemmo dalla posizione del Loto e ci infilammo sotto le coperte, impedendoci di pensare a quanto fosse appena successo. Dovevamo andare in bagno ma non lo facemmo, restammo sotto le coperte, intenzionati a non muoverci finché dalla finestra non fosse spuntata la luce del sole, temendo che qualche impulso incontrollato ci facesse fare un volo di quattro piani. Al mattino sarebbe sembrato tutto più semplice da affrontare, pensavamo.

Cercammo di dimenticare, senza successo. Al lavoro non riuscivamo a concentrarci, nei momenti meno opportuni ci ritrovavamo a pensare “Io ho seriamente pensato di… devo chiedere aiuto a qualcuno, mio dio, non voglio morire.”

Lasciammo il lavoro e trovammo un posto da commessa in un negozio di abbigliamento del centro. Era più tranquillo e non ci obbligava a vendere contratti del gas per telefono. Per qualche settimana ci sentimmo meglio e riuscimmo in parte a dimenticare. Ma non durò a lungo.

Presto tornammo a sentirci frammentati, frustrati e infelici. Eravamo sempre soli. Non avevamo parlato a nessuno di quanto accaduto e questo non faceva che esasperare il nostro bisogno di avere accanto qualcuno che ci capisse, che ci aiutasse, qualcuno a cui appoggiarsi. Ma nessuno di quanti conoscessimo rispondeva ai requisiti necessari. Volevamo qualcuno da amare, ma non potevamo fidarci di nessuno.

Facevamo la doccia insieme, dormivamo insieme, stavamo svegli insieme.

Così, dopo un Natale passato in solitudine, decidemmo di amare noi stessi.

Ricordiamo con grande piacere il momento in cui avemmo l’intuizione che ci salvò. Amare noi stessi. Ci rendemmo conto di questa necessità una mattina di gennaio in cui la neve ricopriva la città nascondendo tutte le oscenità e le brutture sotto uno spesso strato bianco d’acqua cristallizzata. Facevamo colazione con una tazza di caffé leggendo un romanzo di cui non ricordiamo il titolo, sentendoci frustrati come un leone in gabbia. Ci vestimmo e uscimmo di casa con l’idea di fare una passeggiata. Camminammo per un tratto di strada e ci voltammo indietro a guardare le orme che avevamo lasciato sulla neve. Erano orme solitarie. Allora capimmo.

Andammo all’Arethusa, libreria esoterica, e comprammo alcuni libri d’Alchimia.

Eravamo in una condizione mista di esaltazione e stupore.

Da quel momento la nostra vita cambiò. Andavamo a lavorare regolarmente, consapevoli di avere bisogno di denaro per vivere, ma contrariamente a prima avevamo uno scopo. Non appena tornavamo a casa ci tuffavamo nello studio dell’Alchimia. Dopo i primi mesi iniziammo a tentare qualche piccolo esperimento. All’inizio fallivamo sistematicamente, poi la nostra abilità crebbe assieme alla precisione. Iniziammo a studiare la chimica e la magia cerimoniale.

Passarono così alcuni anni. Cambiammo lavoro diverse volte e ci trasferimmo in un piccolo bilocale che ci garantiva più spazio di manovra. Diventammo molto abili in poco tempo.

Poi iniziammo a muovere i primi passi come entità distinte, soffrendo.

Venne il momento ed eravamo pronti. Era un luglio caldo e umido, quando una sera andammo nel posto più sperduto che riuscimmo a trovare in Val di Susa e preparammo il rituale. Fu difficile organizzare tutto con un corpo solo, ma avevamo già deciso quali parti della nostra anima sarebbero spettati a uno e quali all’altro. Provavamo solo un filo di panico che correva come un brivido lungo la colonna vertebrale, giù per la schiena, ma eravamo convinti della necessità di portare a termine il percorso che avevamo scelto.

Tracciammo il cerchio di sale e lo purificammo, disegnammo le formule alchemiche e le rune sulla terra secca, consacrammo l’altare e il turibolo, accendemmo gli incensi e uscimmo dal cerchio per meditare.

Il nostro corpo si dispose nella posizione del Loto e rimanemmo in silenzio per molti minuti. Poi ci alzammo ed entrammo nel cerchio.

Ci inchinammo alla Luna e recitammo le formule, poi attendemmo per un tempo indefinito.

Imparammo col tempo  ad amarci in modo discreto, quieto, con gioia.

 

Al mattino, ci svegliammo coi primi raggi di sole. Eravamo abbracciati e guardavamo increduli i nostri corpi nudi. Eravamo due, perfetti, insieme.

Ci rendemmo conto immediatamente che non saremmo riusciti a separarci per compiere le operazioni necessarie a tornare a casa, così rimanemmo lì per molto tempo.

Piangevamo e ridevamo, estasiati, noi e il nostro amore.

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