L’attesa


La città era pervasa da uno stato d’attesa. Lo vedevo nella gente che incrociavo per strada, nei cinema, nei caffè, nei miei vicini di casa, lo vedevo in rete. Tutto stava cambiando. In un tempo brave, brevissimo.
Avrei potuto scriverci la tesi di laurea: lo stato emotivo della massa in attesa.
C’era preoccupazione nell’aria. Fino a quel momento la gente si era abituata a tutto: i computer, l’immigrazione, internet, il cellulare, gli innesti.

Sembrava che per un po’ la corsa si sarebbe fermata, invece no.
E la gente era preoccupata per il futuro, per i figli, i nipoti, le case.

Io no, io aspettavo e basta. Ero curiosa di vedere cosa sarebbe successo e speravo che succedesse presto. Ero felice di essere giovane proprio in quel momento, abbastanza giovane da potermi godere il cambiamento.
Anche perché avrebbe significato più opportunità, più lavoro, più spostamento. E io volevo spostarmi perché ero perennemente insoddisfatta della mia situazione.
Studiavo all’università e lavoravo in un bar. Dividevo con mia cugina Carola un appartamento piccolo e buio, con le pareti giallo nicotina e i mobili mangiati dalle tarme. Però avevo la connessione in rete e non morivo di fame. Era già qualcosa.
Eppure da quando ero entrata nell’età adulta ero sempre protesa in cerca di qualcosa di diverso. Era una sensazione sottile ma pervasiva che si insinuava nel mio cervello e non mi lasciava dormire. Come se dovessi fare qualcosa, senza sapere cosa.

Così, quando sui giornali avevano iniziato a scrivere che anche a Nuova Crona sarebbe arrivato il teletrasporto, io avevo iniziato ad aspettare.
Aspettare il progresso, il futuro e forse… ma non mi azzardavo a dirlo ad alta voce… forse la libertà.
Da quando si era sparsa la voce, sette mesi prima, la città era stata presa d’assalto da grandi costruttori che avevano comprato a pezzi la nostra bella terra e avevano iniziato a costruire dei complessi di abitazioni e uffici, enormi.

A me non dispiaceva, anzi. Quando guardavo gli operai sudare sotto il sole e gettare le fondamenta ero elettrizzata. Forse avrei lavorato in uno di quei palazzi, magari avrei addirittura vissuto in uno di quei palazzi, per un po’, e poi…

Si diceva che Nuova Crona sarebbe diventata un nuovo nucleo di diffusione di civiltà.

Il mondo ha bisogno di voi, questo ci dicevano le pubblicità per convincerci che il nostro nuovo stato di Città di Livello 4 fosse cosa buona e giusta.
A me il mondo non interessava molto, ma ero comunque a favore di qualsiasi cambiamento rispetto allo stato di cose attuale.
E il teletrasporto significava facilità di spostamento, che implicava raggiungere velocemente le Città di Livello 1 e 2, i loro astroporti e poi le stelle, lo spazio vuoto e inesplorato. L’avventura, la libertà e persino la cittadinanza universale, se si aveva abbastanza successo da potersela comprare.
Se avessero aperto le porte del mondo io certo le avrei usate, mi sarebbe piaciuto lavorare per farle funzionare, mi sarei guadagnata il diritto di viaggiare, di vedere nuovi mondi!
E Nuova Crona sarebbe stata costretta a passare dalla monarchia all’oligarchia, secondo la legislazione corrente relativa alle città di Livello 4.
Noi cronensi ci eravamo guadagnati il diritto al governo dei pochi, anziché dell’uno.
Qui però sorgeva spontanea una domanda: come mai i Filosofi avevano deciso di promuovere la nostra città? A me sembrava evidente che non fosse pronta, bastava dare un’occhiata in giro. Eravamo a malapena al Livello 6: connessione in rete stabilita solo in 1/3 delle case, istruzione universitaria per appena il 35% della popolazione, integrazione razziale al 40%, occupazione femminile al 20%.
Stavamo ancora uscendo dal medioevo!
I vecchi erano preoccupati, gli operai erano preoccupati, gli studenti erano in rivolta e la Corte del Re era impotente.
Io ne ero felice. Tutto questo significava meno concorrenza per i veri progressisti. Che gli sciocchi si rifiutassero pure di lavorare per la Sezione Trasporti, c’erano più probabilità che fossi io ad essere assunta!
Prima un ufficio, poi i viaggi e poi, forse, le stelle.
Sembrava tutto così lontano da Nuova Crona, dove i rifiuti si ammonticchiavano agli angoli delle strade, ma nella mia mente iniziava a profilarsi, arricchendosi di sempre maggiori dettagli, il progetto della mia vita.

***

Aprii la porta e mi ritrovai nell’androne. Controllai la buchetta della posta, che per fortuna era vuota e chiamai l’ascensore. Il rumore cigolante del marchingegno che scendeva a scatti mi innervosiva sempre. Il pensiero che ogni giorno la mia vita fosse appesa a quel cavo d’acciaio mi rendeva assolutamente consapevole del fatto che sì: la morte era l’annullamento di ogni progetto. Tutto poteva finire lì, per caso. Chissà se si potevano contare le probabilità che un bel giorno precipitassi.
L’ascensore si assestò davanti a me e come ogni giorno entrai, spinsi il pulsante del quarto piano e attesi. Uscii. Il giorno dopo avrei avuto più probabilità di schiantarmi?
Entrai in casa e il tanfo di sigaretta mi riempì il cervello.  Mia cugina mi aspettava in cucina, le dita che stringevano convulse il posacenere straripante.
Carola era una donna dolce, la maggior parte delle volte. Sensibile, ma non molto aperta di mente, per quanto colta. Questo era principalmente il motivo per cui non le avevo mai parlato delle mie speranze riguardo il teletrasporto e il passaggio a Livello 4, come in effetti non ne avevo parlato quasi con nessuno.
Quel giorno, però, fu lei a tirare in ballo l’argomento.

Appesi il cappotto e mi avviai alla cucina. Carola stava fumando con la finestra chiusa. Il puzzo sarebbe rimasto in casa per giorni. I mobili sembravano assorbire gli odori, in quella casa, per non parlare delle tende. Avremmo dovuto cambiare l’aria più spesso.
– Ehi, Mona, sei arrivata! – disse venendomi incontro – ti porto la borsa in camera, siediti in cucina!
Disobbedii sorridendo e zoppicai fino alla mia stanzetta.
Carola si appoggiò allo stipite della porta e mi fissò con un’espressione strana, forse preoccupata.
-Senti, Mona, com’è andata oggi? – chiese.
Mi guardò con una faccia stralunata mezza nascosta dai riccioli biondi tinti. Eddire che il suo era un bel colore, un castano chiaro dorato. Bionda sembrava più vecchia.
– Tutto bene, ho studiato, ho lavorato, sono a casa. Tu?
– Eh, che giornata interessante, però – disse sarcastica, dissimulando un sentimento che non riuscivo ad afferrare.

– Io stamattina sono andata a fare colazione al tuo bar – aggiunse – ma eri a lezione. Così ho parlato un po’ col tuo grande capo. Abbiamo chiacchierato e ho scoperto che tu sei entusiasta del teletrasporto. Così ho pensato… è impazzita?
– Sei impazzita? – ripeté fissandomi.
A quel punto non potevo far altro che metterla a parte della mia opinione, così: – Io penso che sia una buona cosa, cuginetta, aprirà le frontiere, ci saranno più possibilità per il futuro, è il progresso, no?
– E cosa pensi che succederà quando passeremo a Livello 4, Mona? Sei la mia cuginetta, ma lasciati dire che sei ingenua. Pensi davvero che questa cosa, almeno nell’immediato, ci darà dei benefici? E quell’affare continuerà a vomitare dentro gentaglia, come se non ne avessimo già abbastanza.
– Ma smettila, non ti sopporto quando sei così chiusa, non si addice alla tua persona essere così retrograda, non capisco!
– Chiusa? Retrograda? Ma non sai quel che dici, tu pensi che le cose miglioreranno Mona, ma non è così. Non per noi.
– Scusami, ma invece sì. Miglioreranno per me, forse. Per tutti. Per chi si darà da fare e saprà cogliere l’occasione ci sarà una possibilità. E a me basta quella, una sola possibilità, Carola.
– Ma possibilità di fare cosa, esattamente?
– Oddio, cosa? Passare a Livello 4 vuol dire avere un lavoro decente, di responsabilità, vuol dire cittadinanza terrestre e poi chissà, la possibilità di viaggiare, farsi un nome e se va bene vedere degli altri pianeti, studiarli, viverli. Non so a te, Carola, ma a me sembra abbastanza.
– Mona, io ti voglio bene e non vorrei dovertelo dire.
– Cosa?
– Mona, tu non diventerai mai cittadino di Livello 4.
– Eh? Cosa dici?
– Mona, a te manca una gamba.
– Sì, lo so, c’ho pensato, cosa credi? Troverò il modo di avere un innesto.
– Mona, ma… non lo sai? Gli innesti di quel tipo sono su un’altra scala di valore rispetto alla nostra. Non è neanche comparabile. Devi essere un cittadino di Livello 4 per poterti permettere una gamba nuova. E non puoi diventare un cittadino di Livello 4 se ti manca un arto. Devi essere sano, o devi essere ricco.
– E come lo sai?
– Lo sanno tutti, Mona, è praticamente la stessa cosa che fanno con gli immigrati.
– Sì, ma…
– Mona, qui cambierà tutto e per te sarà peggio che per gli altri.
– Ma io…
– Mona ascoltami, quando qui arriverà il teletrasporto arriverà anche il governo, capisci? Noi qui viviamo tranquilli perché siamo ancora legati al modo di fare che c’era prima, ma il resto del mondo no, e sta arrivando, alla fine. E succederà come in tutti gli altri posti. Stordiscono la gente con le chiacchiere da tv, diranno che il mondo ha bisogno di noi, e quando arriveranno la gente si sarà abituata all’idea e non lotterà. Gli anziani, i deboli e i malati diventeranno come servi della gleba, proprietà di qualcuno. E tu sei tra questi, Mona.
– Come le sai tu queste cose?
– Le ho lette su un opuscolo della resistenza armata.
– Che cosa?
– Lavoro per loro. Tu cerca di startene buona e non preoccuparti, quando arriveranno farò in modo di essere io a comprarti e tenerti come domestica. Ce ne staremo buone qui, passando opuscoli e accogliendo un ospite ogni tanto. Ecco cosa faremo. Credo che dovrai cambiare qualcosa nei tuoi progetti, cuginetta.

Così rimasi buona e quieta, ad aspettare.

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4 thoughts on “L’attesa

  1. Che gran bel pezzo! Non amo la fantascienza, ma qui si va ben oltre gli usi e i costumi di genere: si sente il respiro dell’uomo, della tragedia umanissima delle ragioni contrapposte. Mi ha colpito la forza dell’accostamento tra il mondo dei progetti – così apparentemente infinito, intrecciato e complesso – e la semplicità disarmante del cavo d’acciaio che sorregge la vita di un essere umano in ascensore. Una forza stupenda, anche perché sgorga naturale dal racconto. Bello davvero.

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    1. Ciao grazie! Se ti piace questo genere di racconti però dovresti leggere Philip Dick, che è un vero maestro nell’arte di costruire mondi e farli franare! Credo che il suo miglior romanzo sia Ubik, ma anche Noi marziani e Scorrete lacrime. Poi ci sono i racconti che meritano certamente di essere letti! (molto più del mio eheheh) :)

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