Viola e il mare

Esercizio_ scambio di personaggi: Viola, da “Viola e il mare”_

VIOLA E IL MARE

– di Stefania Chessa –

Viola indossava un vestito fatto di veli d’acqua che si muovevano al ritmo di una brezza gentile in
una sera d’estate.

Esausta dopo una lunga nuotata, si sdraiò sul bagnasciuga, affondando testa e piedi in quel letto
di sabbia e pietre che la accolse dentro di sé come fosse cosa sua. Spinse i talloni a fondo, Viola, per essere ancora più parte di quel qualcosa che la cullava, perché quello non era un letto ma una culla, e afferrò pugni di sabbia che le esplosero tra le dita, sotto le unghie, in mezzo agli anelli, e schizzarono su fino ai suoi denti. Il mare invece no, non riuscì a catturarlo mai, scappava prima che lei riuscisse ad afferrarlo, del resto lui era il mare, non ci si aspettava certo che si facesse domare da una piccola, bianca manina. Sdraiata, sentì le pietre sotto la schiena ossuta richiamare la sua attenzione: piccole e appuntite alcune la ferirono, più rotondeggianti e morbide altre quasi la massaggiarono, non ce n’è una uguale all’altra, pensò tra sé e sé, crogiolandosi in quella sensazione.

Indossava un vestito fatto di acqua e di sale Viola, mentre pensava a niente, e sorrideva al vento
d’estate come ad un amante innamorato. Ma arrivò in un lampo un’onda prepotente che superate le altre la travolse fino al viso, come uno schiaffo, come un ammonimento a non lasciarsi troppo trasportare, perché era lui a decidere, lui era il mare.

Allora, ancora col sale sulle labbra e l’odore di salsedine tra le narici, non le rimase che aspettare.
E ascoltando l’eterno suono del suo avanzare e ritirarsi, capì di non essere sola. Lei era con lui, lei era nel mare.

***

– di Elisa Emiliani –

Dapprincipio lo faceva col proprio corpo: si scusava con la mano sinistra di affidarle così poche responsabilità e ringraziava la destra di lavorare per lei. Si dispiaceva per i piedi stanchi quando camminava troppo a lungo sulla battigia e per la pelle raggrinzita dopo una lunga nuotata.

Poi aveva iniziato a fare lo stesso con gli oggetti che le erano vicini. Si chiedeva come dovesse sentirsi la vecchia poltrona di cuoio di suo padre, che aveva accolto tante persone e innumerevoli pensieri, convinta che le parole lievi, appena sussurrate durante la lettura vi rimanessero impresse. Provava affetto per la poltrona e da bambina, quando nessuno poteva sentirla, le raccontava storie di pirati accoccolata nel suo incavo.

Amava teneramente gli scogli taglienti che affioravano dall’acqua e chiedeva loro il permesso di raccogliere i molluschi aggrappati alla roccia scura.
Si divertiva a chiacchierare con la pentola che cuoceva la zuppa di alghe bollendo e borbottando, forse un po’ indispettita ma sempre affascinante.

Curava come un fratellino il guscio di noce con cui esplorava la costa. Era una barca piccola e vecchia, ma Viola la rivestiva di pece ogni volta che ne aveva bisogno, così che la salsedine non intaccasse il legno indurito dagli anni.

Eccola lì, tutta la sua famiglia: la poltrona, la pentola, la barca.
I libri erano diversi. Amava tutti i personaggi dei suoi romanzi preferiti, ma sapeva che erano solo il frutto della fantasia di qualcun altro.
A volte si sentiva sola, nella casetta sulla spiaggia che era stata dei suoi genitori. A volte pensava addirittura di andare a vivere con la nonna, nel grande appartamento di città.
Ma nel suo intimo sapeva che non l’avrebbe fatto mai.

Ogni volta che tornava a riva, vestita di veli d’acqua e sale, i capelli intrecciati d’alghe verdi, trovava riparo sui ciottoli della spiaggia e si lasciava cullare dalle onde che giocavano a inseguirla sul bagnasciuga.
Guardava respirare l’immensa distesa d’acqua e sapeva che non avrebbe lasciato la piccola casa sulla spiaggia, piena di spifferi e incrostata di salsedine.
Non l’avrebbe lasciata mai, perchè da ultimo aveva amato il mare.

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