Doppia

Doppia
o
Yule Nai

Quell’immagine si congelò nella sua mente, scolpita nel ghiaccio.
Era lei?
Rimase paralizzata, come quando da bambini ci si sveglia, dopo aver avuto un incubo terribile, e non si riesce a chiamare la mamma.
Rimase paralizzata allo stesso modo, il cervello completamente incapace di elaborare quell’informazione.
Era lei?
La sua mente biologica continuava a rimanere inchiodata da un terrore paralizzante così, con un frammento residuo di autocoscienza che non fosse ancora proiettato in quella situazione inverosimile, attivò l’implementazione di elaborazione dati dell’innesto C2 collocato sul sopracciglio sinistro. La sua visuale si opacizzò un attimo per poi rischiararsi come arricchita di nuovi dettagli.
L’operazione richiese circa un quinto di secondo durante il quale l’oggetto non identificato restò immobile a fissarla.
Era completamente fuori posto nel suo bagno. Cosa ci faceva lì?
Con cautela, senza mai staccarle gli occhi di dosso, raggiunse l’interruttore della luce e lo premette.
Il neon si accese sfarfallando.
Le sembrava, ebbe quest’esatta impressione, di assistere ad un film su un vecchio videoschermo che faticasse a sintonizzare il canale.
Quando la luce si accese definitivamente e l’immagine si stabilizzò poté farsi un’idea più precisa della situazione. Strizzò rapidamente gli occhi, tanto per essere sicura, e la scena rimase la stessa.
A quanto pareva c’era un suo doppio che la fissava, perfettamente immobile, dal suo box doccia.
Era identica a lei in ogni dettaglio.
Viso ovale, occhi scuri, stessa curva delle labbra, capelli neri a caschetto, bassina, fisico snello, quattro anelle nell’orecchio destro e cinque nel sinistro. Tuta unisex nera e anfibi, innesti nel braccio sinistro, sulla parte destra del collo, sulla nuca e sopracciglio sinistro.
Sembrava… serena. La guardava attentamente, senza mostrare né timore né turbamento.
Subito le esplosero in mente le domande più ovvie: chi è? Come ha fatto ad entrare? Cosa vuole? Perchè?
Spinta da un impulso afferrò saldamente lo storditore e tenendola sotto tiro si avvicinò. La fece voltare di spalle e abbassò la cerniera della tuta per scoprirle la schiena.
Quasi sobbalzò quando vide il tatuaggio. Il suo sudatissimo tatuaggio elettronico che provava l’appartenenza al corpo di difesa del reggente/ministro della U.C.C.M&Co.
Quella cosa aveva il suo stesso tatuaggio, quindi non poteva essere un semplice clone.
Meccanicamente richiuse la cerniera della tuta, girò la cosa in modo da poterla vedere in faccia e fece due passi indietro, senza smettere di tenerla sotto tiro.
– Ogni volta reagisci così – disse piano l’oggetto non identificato con la sua voce.
– Non devi preoccuparti – aggiunse poi, forse notando che aveva sgranato gli occhi fino all’inverosimile. – Non ho né il desiderio né la possibilità… né il tempo per farti del male.

Yula Nai era molto contrariata. Non solo quella cosa stava nel suo bagno, osava anche minacciarla!
– Non ti sto minacciando, se è questo che pensi, voglio solo metterti a tuo agio e facilitarmi il lavoro.
– Ah si? Che razza di lavoro fai?
– Il tuo, ovviamente.
– Saprai che sono piuttosto gelosa del mio lavoro.
– Lo so, anch’io sono gelosa del nostro lavoro.
– Nostro?
– Senti, ti dispiace abbassare quell’arma? Se mi spari passeremo dei guai tutte e due.
Yula fissò lo storditore che aveva in mano con espressione sospettosa. Doveva abbassarlo? Decise di no.
– Identificati – disse invece, continuando a tenere la cosa sotto tiro.
– Senti Yula, sei sicura di non voler tornare a dormire?
– Basta scherzi, identificati.
– E va bene, sono Yula Nai, assoldata per il corpo di difesa del reggente/ministro della U.C.C.M&Co.
Bene, lo scherzo era durato anche troppo. Sparò un colpo e la cosa finì a terra, afflosciata.

Il doppio era strettamente legato ad una sedia a ridosso dell’armadio. Quando si fosse svegliata avrebbero potuto parlare con più calma.
Aveva sentito qualche specie di leggenda sui doppi, ma non le era mai capitato di vederne uno, né suo né di conoscenti. Il panico iniziale aveva lasciato il posto ad uno strano istinto di sopravvivenza. Come se sapesse che non potevano coesistere nello stesso mondo e nello stesso tempo. Una doveva sparire e non voleva essere lei. Ma era anche troppo curiosa per limitarsi a distruggere il suo clone prima di avergli estorto qualche informazione.
Mentre aspettava che riprendesse conoscenza bevve due lunghi sorsi di rhum a basso costo e iniziò a studiare la cosa legata alla sedia. Sembrava proprio un suo doppio. Avevano anche le stesse cicatrici, lo stesso indice sinistro storto per le troppe fratture e… la stessa lunghezza di ricrescita nei capelli tinti.
Per un attimo pensò a come dovesse essere avere una sorella gemella. Ma non era quello il caso, evidentemente.

– Ovviamente mi hai sparato. Grazie tante, adesso sono già in ritardo.
– In ritardo per cosa?
– Per le otto ore di sonno di cui abbiamo bisogno per rendere al massimo.
Bene, non sarebbe stato un interrogatorio facile. Yula accese una sigaretta e si sedette. Se la cosa pensava di essere in ritardo allora avrebbe dovuto farle saltare i nervi con una calma flemmatica.
– Chi sei? Che cosa vuoi da me? E soprattutto… perché sei uguale a me?
Il doppio abbassò la testa, come se fosse sconfortata:- Yula, sono Yula Nai esattamente come te. Voglio che mi sleghi e ti rimetti a dormire e sono uguale a te perché sono te. Soddisfatta? Non capisco perché dobbiamo avere una serie così difficile. Tutti gli altri la fanno tanto facile…
– Altri chi?
– Gli altri doppi.
– Quanti?
– Indovina.
Se le aveva chiesto di indovinare probabilmente è perché pensava che potesse farcela. Quindi l’informazione era già in suo possesso. Quanti doppi? Qual era la cosa più importante della sua vita?
Sgranò gli occhi terrorizzata e fissò la cosa:- Dieci?
– Brava Yula, siamo sempre state molto intelligenti. Ora slegami.
– Neanche per sogno.
– Yula Nai, slegami subito! Capisci che così ci farai sopprimere? Non ci era mai successa una cosa del genere. Siamo sempre state quelle che hanno reagito peggio, ma mai così.
Yula iniziava davvero a stancarsi. Odiava non avere la situazione sotto controllo. Se quello era davvero il suo doppio allora sarebbe stato inutile cercare di intimidirla: era un soldato addestrato. Però era necessario scoprire che cosa stesse succedendo.
L’unico indizio che aveva ottenuto era che esistevano dei doppi di tutta la guardia scelta del reggente/ministro della U.C.C.M&Co.: dieci persone inclusa lei. La domanda era: perché? Stavano cercando di creare un esercito di cloni, o simili? E in quel caso perché mandarla a casa sua?
– Non ti arrovellare, Yula, è inutile.
– Allora dimmi esattamente che cosa sta succedendo, e sappi che non ti alzerai da quella sedia e non avrai cibo né acqua fin quando la mia curiosità non sarà soddisfatta.
Il doppio iniziò a ridere sommessamente, con la testa china sul petto.
– Che c’è! Perché ridi? – ringhiò Yula. Addio alla calma flemmatica.
– Anche se davvero ci lasciassero il tempo per fare questi giochetti, cara controparte, saresti tu a cedere prima di me.
– Mettimi alla prova.
– Yula, se non per il tuo bene fallo per il mio. Slegami, ti prego, e mettiti a dormire.
– Perché continui a ripeterlo? Credi davvero che potrei farlo? O cerchi soltanto di farmi impazzire?
– Lo dico per il tuo bene e per il mio.
– Allora dammi un valido motivo.
Il doppio sembrò pensarci un attimo, evidentemente stava valutando la situazione con l’innesto cerebrale, poi alzò il capo e sospirò:- Prometti che non darai di matto?
– Che cosa? Tu sei pazza. Beh, vai avanti, parla!
– Lo prenderò come un sì.
– Prendilo come ti pare.
– Bene… tu stai morendo. Io devo sostituirti. Succede ogni mese. Tra 29 giorni sarò io a non ricordare niente e a stordire e legare il clone che mi dovrà sostituire. Perché vedi, noi siamo sempre stato il modello più problematico, più attaccato all’individualità, se vuoi metterla in questo modo, ma finora ci eravamo limitate allo storditore spianato in bagno. Non eravamo mai arrivate a questo. Il fatto è che peggiora sempre, e io partirò da qui. Se mai una di noi arriverà ad uccidere il doppio sostituto il nostro modello verrà soppresso. Quindi non mi uccidere, per il bene di tutte noi.

Yula aveva tappato la bocca del doppio con un pezzo di nastro adesivo. Una soluzione grezza ma funzionale.
Aveva pensato alacremente per una mezz’ora quando la sua controparte aveva iniziato a gemere e dimenarsi. Pareva che fossa in ansia per la tempistica.
Le strappò il nastro adesivo dalla bocca concedendosi un po’ di rudezza e cercò di ricapitolare:-Dunque, se non ho capito male noi siamo una serie. Ogni mese ci sostituiamo. Ognuna di noi uccide la precedente con un’iniezione letale nel sonno per poi autocancellarsi la memoria ed essere a sua volta uccisa e sostituita il mese seguente, è corretto?
– Si, è così. Ma non è crudele come pensi. Moriremmo lo stesso, ma in modo peggiore, se non ci sopprimessimo nel sonno.
– Non parlarmi come se fossi un animale.
– Il tuo corpo è un animale, la nostra anima collettiva è qualcosa di più elevato.
Yula sospirò, non valeva neanche la pena di discutere:- Va bene, allora spiegami come moriremmo se non ci uccidessimo da sole.
– In parole povere… ci imploderebbe il cervello. Troppi innesti, credevi che non avessero effetti collaterali? Ti assicuro che è meglio andarsene sognando, senza provare dolore.
– No, aspetta. Come fai a saperlo? Che ci imploderebbe il cervello, dico.
– Lo so e basta, ecco come.
– No aspetta, tu non mi stai dicendo, non è possibile… tu non mi stai dicendo che nessuna di noi ne ha una conoscenza diretta, vero?
– Cosa?
– Una di noi ha mai avuto la possibilità di morire da sola? Se non è così come diavolo fai a saperlo?
– Cosa? Io… lo so perché me l’hanno detto.
– Chi?
– Quelli della U.C.C.M&Co.
– Oddio. A nessuna di noi è mai venuto in mente che potrebbe essere falso?
– Non che io sappia.
– Ok, adesso ti slego e tu non farai scherzi. Poi prendiamo tutte le armi che ho e ce ne andiamo di qui, chiaro?
– E se ti implode il cervello?
– Allora avrai un problema.
– Non posso correre il rischio, se sopprimessero il nostro modello?
– Certo che non vuoi correre il rischio, perché ti restano ancora 29 giorni da vivere! Vedila in questo modo: 29 giorni contro 50 anni, non ne vale la pena?
– Forse hai ragione… slegami dai, ce ne dobbiamo andare in fretta, avranno già capito che qualcosa non và.

***

Quell’immagine si congelò nella sua mente, scolpita nel ghiaccio.
Era lei?
Rimase paralizzata, come quando da bambini ci si sveglia, dopo aver avuto un incubo terribile, e non si riesce a chiamare la mamma.
Rimase paralizzata allo stesso modo, il cervello completamente incapace di elaborare quell’informazione.
Era lei?
La sua mente biologica continuava a rimanere inchiodata da un terrore paralizzante così, con un frammento residuo di autocoscienza che non fosse ancora proiettato in quella situazione inverosimile, attivò l’implementazione di elaborazione dati dell’innesto C2 collocato sul sopracciglio sinistro. La sua visuale si opacizzò un attimo per poi rischiararsi come arricchita di nuovi dettagli.
L’operazione richiese circa un quinto di secondo durante il quale l’oggetto non identificato restò immobile a fissarla.
Era completamente fuori posto nel suo bagno. Cosa ci faceva lì?
Con cautela, senza mai staccarle gli occhi di dosso, raggiunse l’interruttore della luce e lo premette.
Il neon si accese sfarfallando.
Le sembrava, ebbe quest’esatta impressione, di assistere ad un film su un vecchio videoschermo che faticasse a sintonizzare il canale.
Quando la luce si accese definitivamente e l’immagine si stabilizzò poté farsi un’idea più precisa della situazione. Strizzò rapidamente gli occhi, tanto per essere sicura, e la scena rimase la stessa.
A quanto pareva c’era un suo doppio che la fissava, perfettamente immobile, dal suo box doccia.
Era identica a lei in ogni dettaglio.
Viso ovale, occhi scuri, stessa curva delle labbra, capelli neri a caschetto, bassina, fisico snello, quattro anelle nell’orecchio destro e cinque nel sinistro. Tuta unisex nera e anfibi, innesti nel braccio sinistro, sulla parte destra del collo, sulla nuca e sopracciglio sinistro.
Sembrava… serena. La guardava attentamente, senza mostrare né timore né turbamento.
Subito le esplosero in mente le domande più ovvie: chi è? Come ha fatto ad entrare? Cosa vuole? Perchè?
Spinta da un impulso afferrò saldamente lo storditore e tenendola sotto tiro si avvicinò. La fece voltare di spalle e abbassò la cerniera della tuta per scoprirle la schiena.
Quasi sobbalzò quando vide il tatuaggio. Il suo sudatissimo tatuaggio elettronico che provava l’appartenenza al corpo di difesa del reggente/ministro della U.C.C.M&Co.
Quella cosa aveva il suo stesso tatuaggio, quindi non poteva essere un semplice clone.
Meccanicamente richiuse la cerniera della tuta, girò la cosa in modo da poterla vedere in faccia e fece due passi indietro, senza smettere di tenerla sotto tiro.
– Ogni volta reagisci così – disse piano l’oggetto non identificato con la sua voce.
– Non devi preoccuparti – aggiunse poi, forse notando che aveva sgranato gli occhi fino all’inverosimile. – Non ho né il desiderio né la possibilità… né il tempo per farti del male.

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