Divinità immanente – Ovidio

La natura in trasformazione, la natura vivente
Le metamorfosi (Ovidio)

Le Metamorfosi, che Ovidio iniziò a comporre intorno al 3 d.C., sono in 15 libri di esametri contenenti circa 250 miti uniti tra loro dal tema della trasformazione: uomini o creature del mito si mutano in parti della natura, animata e inanimata, in rocce, piante, animali.

Opera in apparenza disorganica, le Metamorfosi rivelano la loro unità nella concezione di una natura animata, fatta di miti divenuti materia vivente, partecipe di un tutto che si trasforma: una natura intesa come archivio fremente di storie trascorse, ove è possibile avvertire la presenza di una creatura mitica in un albero, in una fonte, in un sasso. II poeta si dichiara convinto, già nei primi versi dell’opera, di comporre un poema profondamente unitario, anche dal punto di vista cronologico (dalle origini all’attuale gloria di Roma). Significativo, ai fini degli intenti unitari del poeta, è il discorso che, nel XV libro, Ovidio pone sulle labbra di Pitagora e che contiene una particolare concezione dell’universo, inteso come luogo di eterna trasformazione.

 
Apollo e Dafne

Il primo amore di Febo fu Dafne, figlia di Peneo, e non fu dovuto al caso, ma all’ira implacabile di Cupido. Ancora
insuperbito per aver vinto il serpente, il dio di Delo, vedendolo che piegava l’arco per tendere la corda: «Che vuoi
fare, fanciullo arrogante, con armi così impegnative?» gli disse.
«Questo è peso che s’addice alle mie spalle, a me che so assestare colpi infallibili alle fiere e ai nemici, a me
che con un nugolo di frecce ho appena abbattuto Pitone, infossato col suo ventre gonfio e pestifero per tante miglia.
Tu accontèntati di fomentare con la tua fiaccola, non so, qualche amore e non arrogarti le mie lodi». E il figlio di
Venere: «Il tuo arco, Febo, tutto trafiggerà, ma il mio trafigge te, e quanto tutti i viventi a un dio sono inferiori, tanto minore è la tua gloria alla mia». Disse, e come un lampo solcò l’aria ad ali battenti, fermandosi nell’ombra sulla cima del Parnaso, e dalla faretra estrasse due frecce d’opposto potere: l’una scaccia, l’altra suscita amore. La seconda è dorata e la sua punta aguzza sfolgora, la prima è spuntata e il suo stelo ha l’anima di piombo.
Con questa il dio trafisse la ninfa Penea, con l’altra colpì Apollo trapassandogli le ossa sino al midollo. Subito lui s’innamora, mentre lei nemmeno il nome d’amore vuol sentire e, come la vergine Diana, gode nella penombra dei boschi per le spoglie della selvaggina catturata: solo una benda raccoglie i suoi capelli scomposti.
Molti la chiedono, ma lei respinge i pretendenti e, decisa a non subire un marito, vaga nel folto dei boschi indifferente a cosa siano nozze, amore e amplessi.
Il padre le ripete: «Figliola, mi devi un genero»; le ripete: «Bambina mia, mi devi dei nipoti»; ma lei, odiando come una colpa la fiaccola nuziale, il bel volto soffuso da un rossore di vergogna, con tenerezza si aggrappa al collo del padre: «Concedimi, genitore carissimo, ch’io goda», dice, «di verginità perpetua: a Diana suo padre l’ha concesso».
E in verità lui acconsentirebbe; ma la tua bellezza vieta che tu rimanga come vorresti, al voto s’oppone il tuo aspetto. E Febo l’ama; ha visto Dafne e vuole unirsi a lei, e in ciò che vuole spera, ma i suoi presagi l’ingannano. Come, mietute le spighe, bruciano in un soffio le stoppie, come s’incendiano le siepi se per ventura un viandante accosta troppo una torcia o la getta quando si fa luce, così il dio prende fuoco, così in tutto il petto divampa, e con la speranza nutre un impossibile amore. Contempla i capelli che le scendono scomposti sul collo, pensa: ‘Se poi li pettinasse?’; guarda gli occhi che sfavillano come stelle; guarda le labbra e mai si stanca di guardarle; decanta le dita, le mani, le braccia e la loro pelle in gran parte nuda; e ciò che è nascosto, l’immagina migliore. Ma lei fugge più rapida d’un alito di vento e non s’arresta al suo richiamo: «Ninfa Penea, férmati, ti prego: non t’insegue un nemico; férmati! Così davanti al lupo l’agnella, al leone la cerva, all’aquila le colombe fuggono in un turbinio d’ali, così tutte davanti al nemico; ma io t’inseguo per amore! Ahimè, che tu non cada distesa, che i rovi non ti graffino le gambe indifese, ch’io non sia causa del tuo male! Impervi sono i luoghi dove voli: corri più piano, ti prego, rallenta la tua fuga e anch’io t’inseguirò più piano. Ma sappi a chi piaci. Non sono un montanaro, non sono un pastore, io; non faccio la guardia a mandrie e greggi come uno zotico. Non sai, impudente, non sai chi fuggi, e per questo fuggi. Io regno sulla terra di Delfi, di Claro e Tènedo, sulla regale Pàtara. Giove è mio padre. Io sono colui che rivela futuro, passato e presente, colui che accorda il canto al suono della cetra. Infallibile è la mia freccia, ma più infallibile della mia è stata quella che m’ha ferito il cuore indifeso. La medicina l’ho inventata io, e in tutto il mondo guaritore mi chiamano, perché in mano mia è il potere delle erbe. Ma, ahimè, non c’è erba che guarisca l’amore, e l’arte che giova a tutti non giova al suo signore!».
Di più avrebbe detto, ma lei continuò a fuggire impaurita, lasciandolo a metà del discorso. E sempre bella era: il vento le scopriva il corpo, spirandole contro gonfiava intorno la sua veste e con la sua brezza sottile le scompigliava i capelli rendendola in fuga più leggiadra. Ma il giovane divino non ha più pazienza di perdersi in lusinghe e, come amore lo sprona, l’incalza inseguendola di passo in passo. Come quando un cane di Gallia scorge in campo aperto una lepre, e scattano l’uno per ghermire, l’altra per salvarsi; questo, sul punto d’afferrarla e ormai convinto d’averla presa, che la stringe col muso proteso, quella che, nell’incertezza d’essere presa, sfugge ai morsi evitando la bocca che la sfiora: così il dio e la fanciulla, un fulmine lui per la voglia, lei per il timore.
Ma lui che l’insegue, con le ali d’amore in aiuto, corre di più, non dà tregua e incombe alle spalle della fuggitiva, ansimandole sul collo fra i capelli al vento. Senza più forze, vinta dalla fatica di quella corsa allo spasimo, si rivolge alle correnti del Peneo e: «Aiutami, padre», dice. «Se voi fiumi avete qualche potere, dissolvi, mutandole, queste mie fattezze per cui troppo piacqui».
Ancora prega, che un torpore profondo pervade le sue membra, il petto morbido si fascia di fibre sottili, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; i piedi, così veloci un tempo, s’inchiodano in pigre radici, il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva. Anche così Febo l’ama e, poggiata la mano sul tronco, sente ancora trepidare il petto sotto quella nuova corteccia e, stringendo fra le braccia i suoi rami come un corpo, ne bacia il legno, ma quello ai suoi baci ancora si sottrae.
E allora il dio: «Se non puoi essere la sposa mia, sarai almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno, o alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra; e il capo dei condottieri latini, quando una voce esultante intonerà il trionfo e il Campidoglio vedrà fluire i cortei. Fedelissimo custode della porta d’Augusto, starai appeso ai suoi battenti per difendere la quercia in mezzo. E come il mio capo si mantiene giovane con la chioma intonsa, anche tu porterai il vanto perpetuo delle fronde!».
Qui Febo tacque; e l’alloro annuì con i suoi rami appena spuntati e agitò la cima, quasi assentisse col capo.


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8 thoughts on “Divinità immanente – Ovidio

  1. Ho un solo dubbio: che il mio apprezzamento sia conseguenza degli studi classici, che mi son mancati. Ugualmente non esito a eleggerti mia insegnante, per la chiarezza con cui scrivi delle stesse cose che i miei maestri dell’epoca spiegavano con parole oscure.

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  2. Lo sapevo!!
    Avevo già letto il tuo post su Leopardi (complimenti per la padronanza e la sintesi) e un pò ne avevo il sentore. Mi sono detta “vedrai che, come al solito, se la piglieranno con gli insegnanti”.
    Niente contro Maglierulo che, a leggere il suo blog, mi è anche simpatico ma per me che insegno italiano e latino e sono prossima alla pensione, non è un “bel leggere”.
    Ora, premesso che ci sono insegnanti capaci e non, così come ci sono medici, fornai, parrucchieri, ingegneri che il loro lavoro lo sanno fare oppure no, questa faccenda di pensare che è bastato andar via dalla scuola per appassionarsi alle lettere, in special modo ( perchè faccio notare che si denuncia molto meno l’insegnante di matematica che ha trasformato la sua materia in una croce per gli studenti) non potrebbe dipendere dal fatto che, crescendo, i nostri interessi, i nostri gusti, le nostre consapevolezze, le nostre sensibilità, siano cambiate rispetto ad un’età in cui tutto era vissuto come un imposizione e quindi era d’obbligo il rigetto? Il discorso di Didone con la sorella Anna, mentre le navi di Ulisse si allontanano per sempre, mi ha fatto piangere quando l’ho letto a trent’anni. Ci sarà un motivo? La mia è solo una riflessione, forse mi sbaglierò.
    Un saluto carissimo a te e Maglierulo.

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  3. Eh cara Iarida, io credo (temo) che gli insegnanti bravi siano una rarità in tutte le materie! Io poi vengo da una famiglia di insegnanti quindi difendo la categoria a prescindere!
    Quando mi accanisco un po’ contro i paroloni e le spiegazioni complicate lo faccio pensando ai professori (baroni) universitari e agli intellettualoidi che si danno arie spesso senza capire a fondo il significato delle parole che usano. Insomma, mi danno fastidio i “Don Abbondio” della situazione!!

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