Manuale eclettico di semiotica- 3. Segno

Manuale di semiotica

Dal Manuale di Semiotica di Ugo Volli, Editori Laterza, Bari, 2006

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3. Segno

SIGNIFICANTE/SIGNIFICATO – de Saussure

Trattare qualcosa come messaggio significa attribuirgli rilevanza rispetto alla realtà,   ovvero supporre che ci sia un contesto o un contenuto a cui esso rimanda o si riferisce. Questo processo si descrive generalmente come il riconoscimento di un segno.

Nella definizione classica/greca, segno è qualcosa che è riconosciuto da qualcuno come indicazione di qualcosa d’altro.

Non solo: per segno si intende l’elemento minimo cui si possa attribuire tale relazione di rimando.

Studiare il segno vuol dire cercare un livello semplice, quasi astratto del senso.

Segno = Significante / Significato

Nel momento in cui la relazione segnica, cioè il rapporto tra le due facce del segno (significante e significato), si instaura, non è più possibile pensare il significato senza il suo significante o viceversa.

SIGNIFICATO è un concetto, risultato di una costruzione culturale che ci permette di comprendere un certo campo di realtà.

Il significato di una parola non corrisponde all’oggetto reale, al referente, né a idee singole o specifiche.

Prieto (che ha approfondito il modello teorico del segno di de Saussure) definisce il significato come un insieme, una classe di singoli possibili contenuti mentali. Il significato è l’insieme di tutti i possibili sensi che un segno può avere.

La stessa cosa vale per il SIGNIFICANTE. Se noi, sulla base di suoni materialmente anche molto differenti (si pensi alle inflessioni dialettali) riconosciamo la stessa parola, è perché identifichiamo delle identità stabili, fondate su codici e convenzioni culturali, non individuali ma collettive.

I significanti sono tali entità, dotate di una identità riconoscibile da parte di tutti i membri del gruppo, dunque sono realtà psichiche condivise.

Poiché dunque il significante di una parola deve includere tutte le possibili realizzazioni da parte dei parlanti, possiamo concepirlo come un modello generale. Secondo Prieto, il significante è una classe astratta corrispondente a tutto l’insieme dei possibili segnali che vi possono corrispondere. 

–> Siamo di fronte alla realizzazione di uno stesso significante fino a che le variazioni nella esecuzione sonora non cambieranno il significato.

L’identità degli strumenti linguistici non può consistere altro che nella loro funzionalità comunicativa.

Le entità semiotiche in generale non sono oggetti materiali bensì costrutti psichici, culturali, dipendenti da complessi fattori legati all’apprendimento, al patrimonio di competenze conosciute, al continuo gioco di indicazioni che indirizzano verso alcuni percorsi di uso dei segni anziché altri.

INTERPRETANTE – Peirce

 L’importante, affinché si possa parlare di relazione segnica, è che ci sia qualcuno in grado di costruire l’associazione tra significante e significato.

Il segno non è una cosa, ma una relazione sociale e culturale.

– Bisogna distinguere chiaramente tra stati del mondo (referenti) e contenuti comunicativi.

– Il processo di produzione e circolazione del senso (la semiosi) interviene solo nel momento in cui qualcuno (un interprete) istituisce un nesso tra un’unità, che in questo modo diventa espressione, e un’unità che funge da contenuto.

Allo schema binario del segno come entità a due facce (significante e significato) bisogna aggiungere un terzo elemento, che Peirce ha chiamato INTERPRETANTE.

La relazione segnica dunque è ternaria e non binaria.

Secondo Peirce un segno (o representamen, che corrisponde grosso modo al significante) è qualcosa che sta a qualcuno per qualcosa secondo qualche aspetto o capacità. 

Il segno (o representamen, che corrisponde al significante) è qualcosa che sta per qualcos’altro, ovvero per il suo oggetto.

Esempio: la parola “morbillo”, che lega il sintomo (le macchie rosse, representamen) alla causa (il virus, oggetto), è ciò che chiamiamo interpretante del segno.

L’unico modo che abbiamo per conoscere l’oggetto di un segno passa per la formulazione di un altro segno che lo interpreti. Questo secondo segno è l’interpretante.

L’interpretante è una qualunque altra rappresentazione riferita allo stesso oggetto.

Mentre l’interprete è colui che coglie il legame tra significante e significato, l’interpretante è un secondo significante che evidenzia in che senso si può dire che un certo significante veicoli un dato significato.

Essendo a sua volta un segno, per essere compreso l’interpretante richiede di essere interpretato da un altro segno, cioè da un altro significante, e così via in una catena potenzialmente infinita che Peirce chiama Semiosi illimitata.

Pensare è necessariamente collegare segni. 

Dunque, tornando alla definizione di segno data Peirce, si può dire che: il segno è qualcosa che sta a qualcuno (interprete) per qualcosa (oggetto) sotto qualche aspetto o capacità (pertinenza).

Il segno (o representeman), infatti, sta per l’oggetto non sotto ogni aspetto possibile ma solo a partire da una determinata scelta di pertinenza. L’interpretante non è perfettamente equivalente al suo oggetto, ma ne seleziona e ne sviluppa alcune proprietà semantiche, trascurandone altre.

Questa è una caratteristica generale del senso: ogni volta che vi è significazione o comunicazione vi è pertinenza, cioè la scelta preliminare di quello che interessa mettere in rilievo e condividere con altri.

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 SEGNI ICONICI: se la relazione fra segno e oggetto è caratterizzata da una somiglianza oggettiva, o piuttosto riconosciuta come tale nel gruppo sociale che usa il segno.

La similarità assoluta non esiste, quindi non esistono segni iconici come tali, ma solo segni in cui l’aspetti iconico è predominante. Si parla in questo caso di Ipoicone.

Esempio: l’insegna del bar con la tazzina di caffè.

SEGNI INDICALI: il processo segnico si basa su una contiguità fisica, una traccia o un calco. L’indice è un segno connesso fisicamente o causalmente al proprio oggetto.

Esempio: la firma.

SEGNI SIMBOLICI e CODICI: una relazione segnica è detta simbolica quando, in sua assenza, non vi sarebbe legame alcuno tra significante e significato. Un simbolo non ha altra motivazione che non sia storica o convenzionale: è opaco o arbitrario.

La comunicazione arbitraria si sviluppa in codici: liste di accoppiamenti socialmente stabiliti tra tipi di significanti e tipi di significati.

Esempio: le lingue umane.

Esistono due tipi di arbitrarietà:

– arbitrarietà verticale, in ogni segno arbitrario significante e significato sono legati solo in maniera storica e contingente (rapporto non motivato tra singoli significanti e significati);

– arbitrarietà orizzontale, i significanti (ma anche i significati) di un sistema di segni arbitrari non sono portatori di senso in sè, ma solo per la loro capacità di differenziarsi, di opporsi l’uno all’altro.

In un sistema simbolico i significanti servono solamente a differenziarsi reciprocamente.

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 Ci sono casi in cui il rapporto tra significante e significato è semplice e diretto, ben delimitato. Si parla in questo caso di denotazione di un segno.

Altre volte il significante è usato per richiamare significati più ampi e vaghi. Questo alone semantico viene definito connotazione.

Questa spiegazione è piuttosto semplicistica e la semiotica ne da una definizione più precisa.

La connotazione va considerata come un effetto di una certa configurazione della relazione segnica tale per cui un segno normale, denotativo, diventa significante di un nuovo segno connotativo.

Esempio: un segno denotativo composto dal significante insieme di linee e il significato colomba diventa, nella sua totalità, significante di un segno connotativo che ha come significato la pace.

Accade l’inverso nel caso dei metasegni: ovvero un segno denotativo diventa significato di un segno connotativo. (Esempio: titoli, capitoli, biografie.)

Foto de Saussure

Foto Peirce

Immagine Interpretante

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