Omaggio alla mia nemica.

I Monologhi di Sana – Rubrica

Entrò, altezzosa e superba, cercò con lo sguardo, camminava cadenzatamente e rigida, maestosa.

Dentro di sé tremava, spaventata, la se stessa allo specchio la osservava da lontano.
Attraversò la sala, il rombo della sfida nelle orecchie, non doveva, non doveva arretrare, con la coda dell’occhio scrutò la piccola donna accanto a sé, si sentì sicura, si eresse in tutta la sua statura, risplendendo di una luminosità evanescente.
Si scambiarono sguardi profondi ed assassini, parole volteggiarono come lingue di fuoco, le labbra si tesero in sorrisi affusolati e luccicanti come lame.
Nessuno vedeva, nessuno attorno scorgeva quella battaglia.
Il tempo arretrò, non osando disturbare, gli dei si zittirono, non osando intromettersi.
Le pupille scivolavano come veloci guizzi, le mani sfiorarono lembi di pelle nuda, tutto attorno, il gelo.
La sala vorticò veloce attraverso le epoche, e sentì che qualcosa di quella donna le apparteneva, da sempre e per sempre…si chiese chi stesse combattendo.
Subito dopo il tuono percosse la terra, l’odio scorreva come acqua.
Le figure evanescenti e sbiadite continuavano a confondersi, mutando sembianze, divenendo eguali, scambiandosi aspetto, lo specchio del mondo rifletteva le mille immagini della dea nei secoli, tutte avevano il medesimo volto, tutte avevano il loro volto.
Un turbine di estasi la colse, calma, calma profonda, non tremava più, non temeva più.
Si eresse, regina dalla corona turrita, si eresse, Morrigan, la morte, si eresse, Morag, signora dei corvi, le sue parole divennero una lama ghiaccio, tutto il potere dei secoli era in quelle parole.
Vide l’altra se stessa vacillare, ma non cadere.
Ma aveva vinto, baciò l’eterno compagno, l’eroe leggendario era al suo fianco.
Vide l’altra se stessa chinare lo sguardo.
Era finita, quella battaglia era finita per sempre, almeno in quella vita.
Vide l’altra se stessa svanire, vide l’altra se stessa morire.
Non provò gioia, non provò orgoglio, tutto l’odio era scomparso, provò infinita pena, provò infinta pietà.
Seppe che una parte di lei era morta con l’altra…si chiese chi avesse combattuto.
Per un’ultima volta gettò lo sguardo indietro, l’altra se stessa aveva lo sguardo basso, orribilmente umana aveva perso ogni potere, orribilmente umana aveva perso la lotta.
Condannata per sempre al limbo dell’umanità, goccia tra le gocce.
Pianse per lei, qualcosa di lei era morta per sempre, qualcosa di lei era morta con l’altra.
Uscì alla luce delle stelle.
L’altra se stessa si sperse nel mondo degli uomini, ormai incapace di schiudere le nebbie, ormai incapace di evocare ogni magia, ormai stai errando in questa vita che ti appare senza senso, memore del tuo stato di splendore, ormai perduto.
Ma lei conserva marchiato a fuoco il tuo ricordo, qualcosa le impedisce di scordarti, oh nemica, qualcosa di lei è morto per sempre con te.
Onore, onore a te, oh nemica.
(Possa tu riposare in pace, poiché altro non sei, se non l’altra faccia di me).

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