Anima.

I Monologhi di Sana – Rubrica

Come un filo di lana in un fuso, di colpo, un bagliore dal rosso incandescente, e non ero più io.
Non ero più razionale, non ero più in grado di reagire, di reprimere.
Di reprimere quest’anima nera di terrore ed odio, che da silente bambina si è fatta ormai angelo caduto, orrore e dolore…terrore.
Un’anima dannata ed insanguinata decisa ad urlare tutto il suo odio per questa stupida umanità insulsa, forte di luna, forse del mistico luogo, forse dei riti antichi e crudeli come la tregenda si è impossessata di me, io, sua crudelissima ed instancabile carceriera.
Ma non la lascio, la nascondo, lottando per riprendere il controllo.
L’anima che va tenuta nascosta è sfuggita al suo scrigno di prigionia, ma io, non glielo permetto, chiudo me stessa in uno scrigno più grande, cosicché, per quanto possa urlare, nessuno la possa sentire.
Nessuno, nessuno deve sentire il suo pianto, il suo lamento, il suo urlo disperato, il grido di un cuore trafitto eppur ancora pulsante, un dolore lancinante ed eterno, che solo io posso tenere rinchiuso.
Che beffa, carceriera della mia stessa anima, e giorno dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno volto il viso e la lascio inascoltata.
Povera anima dannata, persa nelle nebbie del tempo e dello spazio, per te, provo una pena infinita eppure non posso consolarti, non posso lasciarti uscire.
Ogni giorno ti sento nelle ossa, sento i tendini tesi come funi, gli occhi stanchi, il cuore affannato, lo so, lo so che sei tu, la tua inumana sofferenza, eppure lascio inascoltate le tue suppliche; più crudele che mai ti sferzo ancora, finché arresa e terrorizzata, non torni nella tua impenetrabile oscurità.
Ma che sensazioni, che emozioni, solo subendoti ho avuto adito del tuo dolore, un’emozione impetuosa di odio e terrore, un fiume in piena, inarrestabile, incontenibile.
Povera anima mia, che t’hanno fatto? Che TI ho fatto?
Come in un mito da sempre e per sempre, il tempo per te non ha valore, poiché scorre solo nelle tue urla disperate.
Ciò che ti circonda ti è inusuale, nient’altro che bagliori in una notte nera come il vuoto, allunghi la mano, quasi a toccare, prima la stringi in un pugno, pronta a colpire, poi la ritrai terrorizzata.
Sono davvero io, questa?
È questo che provo davvero?
La mia anima è dunque nera di notte e rossa di sangue? E tremenda invoca una notte di tregenda per compiere vendetta folle ed assassina?
E che sollievo, per un attimo, il bagliore della follia, invocare di nuovo il padre, coperta di sangue, vite spente tutt’attorno.
Guardami padre, sono tornata, quando odio non ho paura.
Povera anima, incapace di comprendere dove sia, in che tempo, in che spazio, inconsapevole del come e perché sia stata trascinata lì.
Vorrei avere abbastanza lacrime per lasciarti uscire, fluire lentamente da occhi di porpora, ma ho imparato a non piangere.
Vorrei avere abbastanza cuore per lasciarti fuggire, spalancandoti le porte della gabbia e vederti volar via, ma ho imparato a non impietosirmi.
Vorrei avere abbastanza anima per poterti consolare, facendo cessare il tuo grido eterno, ma non ho anima, nulla più di un ammasso di carne e cervello, ecco cosa sono, vuota come lo spazio e fonda come un pozzo.
Con che coraggio chiunque strangolerebbe se stesso?
Con che coraggio metterebbe sotto chiave la propria anima?
Proprio per questo, io ti ho rinchiusa, tu sei puro caos, sei crudele ed amabile, sei bianca e sei nera, odi e hai paura, sei…fortissima, per un attimo, in balia della corrente di quel fiume di sangue ho ritrovato me stessa, per un attimo mi sono sentita integra, assoluta.
Ma tanto odiavo quanto temevo, tanto ti odio quanto ti temo, per quello che mi hai mostrato.
Tu, orrida creatura figlia del vento e del fuoco, tu, essere non umano, a cui antichi dei del male hanno donato conoscenza, tu, immonda bestia, sai percorrere il tempo, e mi hai mostrato il mio destino, il destino dei guardiani.
Perenne, immensa, inarrestabile, infinita, assoluta solitudine.
Io stessa sono scissa a metà, quanto ti odio, anima mia, e quanta pena provo per te.

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