Voglia di scrivere.

I Monologhi di Sana – Rubrica

Voglia di scrivere, si, ma cosa?
Di questo marasma, di questa marea che cala e sale di continuo dentro di me.
Sensazioni sperdute, alla deriva, frammenti di sogno che galleggiano solitari, ricordi che affiorano appena per poi riscomparire sotto la superficie.
Io stessa mi sento un essere alla deriva, non ancora formato, mutevole ed etereo.
Una voce dentro di me chiama, un’eco appena, che si muta in grido durante le lunghissime notti.
E voi, deboli fantasmi della mia mente, immaginati per un secondo, nulla più, perché questi sogni continuano a perseguitarmi?
Cosa c’è nel passato? Cosa c’è nel futuro? Cos’è che ho scordato di mettere a tacere?
Sogni in bottiglia che fluttuano nel mio mare, ed io, solitario pescatore, li recupero uno ad uno, casualmente, dal mio guscio di noce osservo le mie sirene, volubili come il mare e splendenti come il sole.
Una girandola di sensazioni sempre più complesse, sempre più confuse, mi si annoda dentro senza possibilità di soluzione.
La voglia di gridare ogni cosa che sento, il dover soppesare ogni parola, ogni azione come fosse farina, ma io, ingenuamente, vorrei fosse polvere di stelle, quella cosa di cui sono fatti i sogni e le fantasie, per poterla spargere a piene mani dove più mi aggrada.
Universi variopinti mi si creano nella mente, mondi solitari ed inesistenti, che si stagliano come stelle di cartone nel mio universo di cielo dipinto.
Chi sono io? Chi siete voi?
Ho distrutto tutti i sogni che avevo per me stessa, li ho sradicati, li ho demoliti, li ho fatti a pezzi, ed ora quei sogni non sono più nulla, ora, sono la mia polvere di stelle, che vaga senza meta trascinata da venti cosmici negli spazi siderali e sconfinati del mio universo.
Quando chiudo gli occhi entro in un nuovo mondo, perfetto, ma quando incomincio a pensare che potrei allungare la mano, e toccarlo, scompare, inghiottito dalla realtà.
Cosa voglio dire? Cosa voglio scrivere? Chi vorrei che leggesse queste righe? Domande alle quali nemmeno io ho risposta…
Stanchezza profonda ed euforia, un richiamo, una sensazione da un ormai ancestrale passato, un batticuore involontario ed incontrollabile.
Osservo le mie mani che indugiano sui tasti, cosa volete scrivere, mani? Cosa DOVRESTE scrivere?
Dovreste scrivere la storia delle dodici fatiche del mio cuore?
O l’infinito viaggio verso casa?
O del viaggio in Arcadia alla ricerca della mitica felicità per la quale partimmo in cinquanta e tornammo in dieci?
No, tutto ciò non mi interessa, cosa allora, vorrei dire?
Vorrei raccontare storie?
Nemmeno questo…
Vorrei raccontare di candidi monti, di distese di grano dorato – oh, celestiali campi elisi! – dai quali si alza il profumo del paradiso, vorrei raccontare di scuri laghi profondi come vulcani, che custodiscono gelosamente i loro segreti.
Vorrei narrarvi dell’esistenza di fiori purpurei talmente delicati che quando sono appena dischiusi e li si avvicina alle gote carezzano la pelle in modo tale da stordire i sensi.
E voi, signori, non avete mai visto pendii come quelli di cui io vo cantando, sì delicati nelle loro curvature, che Iddio stesso deve essersi commosso, scolpendoli.
E su queste gole risplendono filoni del lucido argento, che incorniciano la roccia come fosse viva.
E fonti sì limpide, che il cuore umano non è in grado di resistere al desiderio di tuffarvisi.
Io non sono che un solitario Orfeo, cantore di codeste meraviglie di cui mai sazio mi colmo gli occhi; e finanche nel gelido Averno andrei a ricercarle.

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