Il senso tra deritualizzazione del lutto e rimozione della morte

La morte è in assoluto la cosa più universale che esista.

Così si apriva il corso di Storia dei mezzi di comunicazione tenuto dal professor Ortoleva all’Università di Torino nel 2008 (soprannominato amichevolmente Morte e media).

Ciò che interessa in questa sede è il modo in cui il lutto viene elaborato nella società occidentale contemporanea, ovvero nella società delle comunicazioni.

Se è vero che non esiste morte senza vita, e viceversa non esiste vita senza morte, è indubbio che la morte debba essere considerata come un passaggio fondamentale nell’esistenza di ogni essere vivente e nello specifico di ogni essere umano.

Ciò che differenzia l’uomo dall’animale, sostiene Ortoleva, è il senso del limite, ovvero la peculiare condizione per cui si è consapevoli della morte.

Per sopravvivere a questa consapevolezza l’uomo produce cultura.

Jan Assman (egittologo tedesco) specifica questo punto:

L’uomo, caduto per eccesso di sapere fuori dagli ordini della natura, deve crearsi un mondo artificiale in cui poter vivere. Questo mondo è la cultura. La cultura scaturisce dalla consapevolezza della morte e dell’essere mortali, e costituisce il tentativo di creare uno spazio e un tempo al quale l’uomo possa pensare al di là del suo limitato orizzonte di vita[i].

Secondo Assman è dunque proprio la consapevolezza del limite a originare la produzione culturale, in quanto l’uomo produce cultura nel tentativo di superare il proprio limitato orizzonte di vita.

Ogni cultura ha il suo centro nel problema della mortalità e rappresenta […] il tentativo di conferire all’uomo un sostegno nello squilibrio che avverte fra mortalità e immortalità[ii].

Esiste un sistema di risposte ritualizzate alla morte. I riti sono nati in ogni civiltà circa allo stesso modo in cui ogni persona si avvicina al lavoro del cordoglio: aggiustandosi, trovando gli strumenti che permettano di sopravvivere.

Di fronte alla morte si presenta la necessità di stabilire un universo rituale e semantico in cui il rapporto tra il vivo e il morto riacquisisca un senso. Un tempo lo si faceva abbandonandosi alla sofferenza (con il lamento funebre) e contemporaneamente sapendo che la sofferenza era controllata perché collocata all’interno di una cornice rituale precisa.

Nel pianto rituale l’elemento narrativo (lo strumento tipico con cui l’umanità affronta il tempo che passa) era un elemento importante grazie al quale si ricordavano alcune parti della vita del defunto.

Ora il pianto funebre è diventato un fatto privato.

Il fenomeno della deritualizzazione del lutto, sostiene Ortoleva, è emblematico del rapporto contemporaneo con la morte e ha diverse cause.

In primo luogo è evidente che la nostra non è una società che veda di buon occhio la sofferenza mostrata in pubblico (mentre nel rito funebre il dolore veniva addirittura esibito).

In secondo luogo, dal momento che la durata della vita si è allungata molto in poco tempo (tanto che accade che la morte appaia così lontana da sembrare secondaria, nell’economia di una vita), accade spesso che la vita sociale del defunto non esista più, oltre al fatto che ormai, nella maggior parte dei casi, è un fatto atteso.

Nel mondo contemporaneo sono decaduti sia il pianto rituale classico sia il rituale cristiano, due tradizioni che condividevano, seppur con modalità differenti, la partecipazione della società al lutto.

Esistono due processi paralleli: da una parte la morte e il lutto sono diventati fatti privati, individuali; dall’altra la morte ha un’altissima visibilità nei media, che la trattano come uno spettacolo (la morte viene mostrata come evento, cosa ben diversa dall’accettare la sofferenza legata ad essa).

La morte è diventata un tabù–non tabù, privatizzata da una parte e spettacolarizzata dall’altra.

Ci troviamo quindi in una condizione peculiare, in cui il lutto non è socialmente codificato e protetto. Oggi tutta la nostra società è permeata dall’influsso dei media moderni, che delocalizzano e detemporalizzano, mentre il rito è sempre legato a un luogo e un tempo specifici.

In questa condizione peculiare si deve affrontare un problema di base, generato da una lunga serie di concause: la mancanza di senso della morte. E se la morte non ha un senso, può avere senso la vita? Quale? Le risposte dei media odierni sono sempre molto effimere, ma questo è tipico dell’industria culturale novecentesca. Quello che le viene chiesto non sono risposte definitive, ma consolatorie e parziali.

Un autore che ha affrontato il tema della morte e la cui tesi si avvicina per certi versi alle riflessioni di Ortoleva è Norbert Elias. La solitudine del morente[iii], saggio che scrisse quasi novantenne, si sviluppa considerando il punto di vista del morituro e il suo isolamento.

Possiamo considerare nostro dovere rendere quanto più facile e gradevole possibile il commiato dei moribondi dagli uomini, si tratti di noi o di altri, e chiederci come sia possibile assolvere a tale compito[iv].

Da un lato, i senescenti e i morenti tendono a essere isolati dalla società a cui appartenevano e il loro legame con i soggetti giovani o in salute si affievolisce. Dall’altro, non è la morte stessa a costituire un problema per gli uomini, quanto piuttosto la consapevolezza della morte e del suo avvento.

Il problema della morte, sostiene Elias, varia a seconda della società che l’affronta. Un tempo la ricerca della salvezza era affidata a rituali e sistemi religiosi, mentre nelle società ad alto grado di civilizzazione ci si affida piuttosto alla medicina. Allo stesso tempo è difficile, nella nostra società, essere in contatto con un moribondo o vedere un morto con i propri occhi, tanto che è molto più semplice rispetto al passato dimenticare che esiste un limite invalicabile.

Può trattarsi di un vero e proprio processo di rimozione, da intendersi su due livelli: individuale e sociale. Nel primo caso la rimozione è sostanzialmente quella descritta da Freud[v] e comporta spesso l’incapacità di prendersi cura dei moribondi in quanto la loro morte imminente ricorda all’individuo la propria morte futura e lo spaventa. Nel secondo caso il processo di rimozione è parte del più ampio processo di civilizzazione, nel quale la morte viene “sempre più confinata dietro le quinte della vita sociale.[vi]

In passato, sostiene Elias, la morte era una questione pubblica molto più di quanto non lo sia ora, dal momento che il processo di civilizzazione ha mutato l’atteggiamento nei confronti della morte e del morire. Emblematica della rimozione individuale e sociale della morte è, in primo luogo, la riluttanza con cui se ne parla ai bambini.

Accade spesso che i genitori diano spiegazioni fantasiose alla morte in un film d’animazione, per cui per esempio la mamma di Bambi non è morta ma è andata in cielo (qualunque sia la spiegazione adottata, il bambino non deve pensare alla morte come a un addio definitivo). Oggi i film d’animazione non osano nemmeno più mettere in scena la morte di un personaggio positivo (si pensi a Rapunzel della Walt Disney, in cui la morte del protagonista maschile potrebbe conferire valore all’intera narrazione, non fosse che la protagonista femminile improvvisa una resurrezione con un bacio, annullando il senso del sacrificio).

In secondo luogo la rimozione della morte si manifesta nella forma dell’imbarazzo di fronte al morente. Al nostro grado di civilizzazione, gli individui arrancano nel tentativo di esprimere la propria compassione e spesso falliscono, non solo di fronte alla morte ma in ogni occasione che richieda “l’espressione di una forte partecipazione emozionale senza perdere l’autocontrollo.[vii]

In passato esistevano delle formule stereotipe da utilizzare nel contesto funerario, formule che oggi suonano false, stantie, ma che consentivano di esprimere le proprie emozioni in modo controllato e di mostrare la propria sincerità attraverso di esse. Un tempo (come scrive De Martino in Morte e pianto rituale nel mondo antico[viii]) la morte di un individuo era seguita dal lamento funebre e dalla sepoltura, ma anche da un banchetto rituale. Si celebrava la vita del defunto raccontando aneddoti e cimentandosi in giochi sconci.

Al giorno d’oggi, “unica a conferire una forma sociale alla morte è la routine istituzionalizzata degli ospedali.[ix]” Il risultato di questo processo di civilizzazione e parallelamente di rimozione della morte è sostanzialmente il ritrarsi di fronte al morente, il silenzio che lo circonda e si prolunga durante la preparazione della salma e i riti funebri.

È quindi molto più facile, per un individuo nato e cresciuto in una società ad alto grado di civilizzazione e progresso medico, “allontanare il pensiero della propria morte per gran parte dell’esistenza.[x]

In queste società sviluppate la rappresentazione della morte è condizionata dalla consapevolezza che si tratti di un processo naturale e quindi controllabile: grazie alla medicina, infatti, possiamo ritardare l’ora della morte.

Un altro tratto caratteristico della società odierna che condiziona la rappresentazione della morte è l’alto livello di pacificazione raggiunto. Quando oggi si pensa alla morte, si pensa tendenzialmente alla vecchiaia o alla malattia e non alla morte violenta per mano di un altro uomo. A ciò si aggiunga l’alto grado di individualizzazione. “Nelle società avanzate” scrive Elias “gli uomini per lo più pensano a se stessi come a esseri indipendenti, a monadi senza finestre.[xi]

I vivi operano una rigorosa censura sociale rispetto al concetto di morte in quanto legato al concetto di fine. Si cerca costantemente di “evitare il confronto diretto con la coscienza della limitatezza della vita individuale.[xii]

L’individualismo che accompagna la civilizzazione vuole che una vita abbia un senso in se stessa, indipendentemente dagli altri, risultando spesso assurda.

Quella del “senso” è invece una categoria sociale, sostiene Elias, e indica un senso che è innanzitutto collettivo.

Vano risulta anche cercare un senso nella vita di un individuo indipendentemente dal significato che tale vita ha per altri uomini.[xiii]

Elias conclude il suo saggio con questa riflessione:

Molti sono dunque i terrori che circondano la morte. Dobbiamo ancora scoprire ciò che gli uomini possono fare per garantire ai loro simili una fine tranquilla e pacifica; l’amicizia di coloro che sopravvivono, la sensazione che debbano avere i morenti di non essere d’ingombro fanno senz’altro parte di tale programma. La rimozione sociale, l’atmosfera di malessere che spesso oggigiorno circonda gli ultimi istanti di vita, non sono certamente d’aiuto per gli uomini. Forse dovremmo parlare con più franchezza della morte, smettendo di considerarla un mistero. La morte non cela alcun mistero, non apre alcuna porta: è la fine di una creatura umana. Ciò che di essa sopravvive è quanto essa ha dato agli altri uomini e ciò sarà conservato nella loro memoria. L’etica dell’homo clausus, dell’uomo che si sente solo, decadrà rapidamente se cesseremo di rimuovere la morte accettandola invece come parte integrante della vita. Se l’umanità scompare, tutto ciò che gli uomini hanno fatto, tutto ciò per cui hanno combattuto, tutti i loro sistemi e credenze, umane e sovrumane, non avranno più senso[xiv].

La società delle comunicazioni risulta dunque essere deritualizzata sotto molti aspetti e nello specifico per quanto riguarda il lutto, tanto che Elias individua un processo di rimozione freudiana della morte.

Da un lato, nota Ortoleva, i media moderni danno alla morte un’altissima visibilità, spettacolarizzandola, dall’altra il lutto è divenuto un fatto privato e non esiste più un insieme ritualizzato di regole per affrontarlo.

Conseguenza di questo insieme di fattori è l’allontanamento del concetto di morte dalla coscienza umana. Le società industrializzate inducono i propri membri a rimuovere la consapevolezza del limite, ciò che distingue l’uomo dall’animale e che origina la produzione culturale.

Se è vero che non esiste morte senza vita e allo stesso tempo non esiste vita senza morte, cosa accade in una società deritualizzata in cui non pare, a parte alcune eccezioni minoritarie, che si stia avviando un processo sociale di ricostituzione culturale e in cui la morte è avvertita come un evento sempre più lontano, difficile da comunicare e che suscita imbarazzo; in una società che non vuole, a ben vedere, fare i conti con la morte, che valore può avere la vita?

Una soluzione la propone Elias, quando dice che la morte non è altro che la fine di una creatura umana. Ciò che rimane risiede negli uomini che sopravvivono, nella loro memoria; nel frutto, si può dire, dell’apertura all’altro che rinnega l’individualismo, riconoscendo che la categoria di senso è sociale e indica un senso collettivo.


[i] J. Assman, La morte come tema culturale (Giulio Einaudi editore, Torino, 2002), p. 5

[ii] Ibidem, p. 37

[iii] N. Elias, La solitudine del morente (Il mulino editore, Bologna, 2005)

[iv]Ibidem, p. 19

[v] Rimozione è un “termine che in psicanalisi indica il processo inconscio mediante il quale il soggetto esclude dalla coscienza determinate rappresentazioni connesse con una pulsione […] il cui soddisfacimento implicherebbe il non soddisfacimento di altre richieste provenienti dall’Io e dal Super-Io.” [Le Garzantine, Filosofia, Rimozione]

[vi] N. Elias, La solitudine del morente (Il mulino editore, Bologna, 2005), p. 30

[vii] Ibidem, p. 42

[viii] E. de Martino, Morte e pianto rituale nel mondo antico (Bollati Boringhieri, Torino, 2008)

[ix] N. Elias, La solitudine del morente (Il mulino editore, Bologna, 2005), p. 46

[x] Ibidem, p. 63

[xi] Ibidem , p. 69

[xii] Ibidem , p. 52

[xiii] Ibidem , p. 71

[xiv] Ibidem , p. 82

Immagine Ortoleva

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6 thoughts on “Il senso tra deritualizzazione del lutto e rimozione della morte

  1. Sono tematiche queste che mi appassionano molto. Secondo fonti attendibili (i miei genitori), ho coscienza della morte e del suo potere dall’età di 3 anni.E’ un talento, che ti posso dire. E da quell’età che lotto una personale e sballata lotta contro la nera signora. L’articolo, o breve saggio, è preciso, sintetico, oserei dire definitivo. Ma c’è un aspetto che non condivido: ovvero che la morte sia “naturale”. La morte è “attualmente” naturale, poiché l’uomo non può che riconoscere tutti i suoi limiti di fronte ad essa. Ma in sé, la morte è tutto tranne che per naturale, per un essere umano. La stessa cultura, a mio avviso, non è una risposta alla morte, bensì alla vita. La vita è la condizione naturale. La morte viene a strappare (mai verbo più azzeccato) lo stato di normalità (d’immortalità) di uno che vive. Possiamo/dobbiamo farcene una ragione? Io non me la faccio. Non riesco, non posso. Vivo male quindi? No, anzi. Semmai morirò male. Per quel che vale.

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    1. Wow! Mi piace questa presa di posizione. Credo comunque che il punto centrale riguardo al pensiero della morte sia proprio l’atto di pensarlo, non importa come. Basta che sia presente alla coscienza. Che si accetti la morte o la si rifiuti, in fondo il pensarci è il primo gradino di quel “vivere per la morte” che è fondamento di un’esistenza autentica. E un’esistenza autentica è sociale, ovvero costituisce tramite l’apertura all’altro la sua dimensione di senso.
      Il punto di vista che proponi è invece essenziale, a mio avviso, perché pur consapevole del limite riporta prepotentemente in primo piano la vita, che da un certo punto di vista è davvero infinita. Pensiero estemporaneo: parlare di eterno ritorno non è un modo per cercare di spiegare quanto una singola azione sia significativa in un’ottica di tempo lineare? Ovvero: all’infinito sempre uguale e una volta sola non è la stessa cosa?
      :) rumble rumble

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  2. Più che altro non vorrei fosse frainteso il mio punto di vista da un qualsiasi riferimento escatologico, e più in generale, religioso. Le risposte che la religione offre di fronte al dilemma della morte NON vanno, a mio avviso, verso un’accettazione del valore intrinseco della vita, ma anzi lo negano. Ci parlano di una parodia, gonfiata, dopata, della vita.
    Il pensiero della morte è il sentimento del tempo di Ungaretti. E’ lì il segreto. Nel rispetto del filo sottile e meraviglioso che ci unisce, ora, al nostro io bambino (un filo sterminato fatto di istanti, ricordi, parole, fatti e soprattutto pensieri, – che sono fatti anch’essi), e del/nel mistero (altro che fede!) dell’ora che verrà, tra un’ora.
    La morte è come andarsene per primi da una bellissima festa, nella quale ci si sta divertendo un sacco. Suscita quella sensazione lì. io amo le feste. :)
    Concordo con te che l’unico orizzonte possibile (di senso) sia un orizzonte che prevede l’altro come mia controparte, specchio, sfondo, doppio, complice, disvelatore di stimoli e senso. Ma non ne farei un obbligo: nel senso che bisognerebbe capire che “io” sono anche l’altro di me stesso. Gli altri individui possono instradarmi nella ricerca della mia stessa pluralità, come esempio. Il problema è che siamo così tanto vincolati a determinati schemi antropologico sociali da perdere il valore pregnante di questo ruolo d’esempio. Si vive come stereotipi, troppe volte.

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  3. “Le risposte che la religione offre di fronte al dilemma della morte NON vanno, a mio avviso, verso un’accettazione del valore intrinseco della vita, ma anzi lo negano.” Quoto, hai assolutamente ragione. Ma non sarebbe ora di elaborare un ritualismo laico? Io sento spesso la mancanza di gesti stereotipi.
    Riguardo il “senso sociale/condiviso” non credo naturalmente che sia obbligatorio. E’ solo una mia interpretazione (cioè, neanche mia a dire il vero ma di Elias), un’interpretazione tra le tante, che ritengo giusta per me in questo luogo e questo tempo.
    Credo che sia opinione condivisa (ma non so citare una fonte diretta… a parte Hegel -.-) che la conoscenza e la costituzione stessa dell’identità dipenda dall’incontro con l’altro. Todorov scrive nell’epilogo della Conquista dell’America che gli europei hanno annullato l’altro assimilandolo a sé e hanno riscoperto l’altro in se stessi (con l’inconscio ecc.).
    Bene, ora mi sono incasinata da sola e non so trarre conseguenze, ci medito su… ^^”’

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