Semiotica

Wikipedia Ita: http://it.wikipedia.org/wiki/Semiotica

Enciclopedia Treccani: http://www.treccani.it/enciclopedia/semiotica/

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La semiotica è la disciplina che studia i segni e il modo in cui questi formano un senso (significazione).

Considerato che il segno è in generale “qualcosa che rinvia a qualcos’altro” possiamo dire che la semiotica è la disciplina che studia i fenomeni di significazione e di comunicazione. Per significazione infatti si intende ogni relazione che lega qualcosa di materialmente presente a qualcos’altro di assente (la luce rossa del semaforo significa stop). Ogni volta che si mette in pratica o si usa una relazione di significazione si attiva un processo di comunicazione. Le relazioni di significazione definiscono il sistema presupposto dai concreti processi di comunicazione.

La semiotica nel XX secolo

La semiotica contemporanea si identifica nelle opere e nelle riflessioni del filosofo statunitense Charles Sanders Peirce (1839-1914).

La linea semiotico-filosofica derivata da Peirce e dalle teorie del filosofo pragmatista statunitense Charles William Morris (1901-1979) è stata di riferimento fondamentale per la semiotica interpretativa di Umberto Eco e per il lavoro del semiotico statunitense Thomas Albert Sebeok (1920-2001), ma anche per i più recenti contatti tra la semiotica, la semantica e le scienze cognitive, nel lavoro dello stesso Eco (Kant e l’ornitorinco, 1997) e di Patrizia Violi (Significato ed esperienza, 1997).

Anche se il concetto teorico portante della semiotica è certamente, come abbiamo detto, quello di segno e della relativa relazione segnica o semiosi, proprio perché la semiotica studia ogni fenomeno di significazione e di comunicazione si è trovata ad affrontare un oggetto di analisi in realtà più complesso del semplice oggetto teorico “segno”, vale a dire il testo. Il concetto di testo può essere limitato a identificare una serie di enunciati scritti autonomi e autosufficienti. Nell’ambito semiotico la nozione di testo viene ampliata per identificare qualsiasi oggetto semiotico dotato di una particolare struttura e mirato ad ottenere una particolare serie di scopi comunicativi. In questa accezione semiotica il testo non è più solo scritto, ma può essere costituito da diverse sostanze dell’espressione o forme mediali.

Le due visioni

Tornando alla concezione del segno, Peirce e de Saussure propongono due concezioni del segno – o meglio del rapporto di significazione – abbastanza differenti. Questo non significa che le due visioni siano mutuamente esclusive e non integrabili.

La definizione di relazione segnica o semiosi di Peirce avviene tra tre elementi: un Representamen, la parte materiale del segno; un Oggetto, il referente a cui il segno fa riferimento; e un Interpretante, ciò che deriva o viene generato dal segno. Il punto di partenza della semiosi di Peirce è nella realtà esterna (dove in Saussure il Referente aveva invece un ruolo solo accessorio nel definire la relazione tra il significante e il significato). L’Oggetto quale è nella realtà viene definito da Peirce Oggetto dinamico. A partire dall’oggetto dinamico si definisce quello che Peirce chiama l’Oggetto Immediato che sembra corrispondere al significato di Saussure. Infatti l’oggetto immediato nasce dal ‘ritagliare’ o dal mettere in rilievo alcune delle caratteristiche dell’oggetto dinamico, quindi dell’oggetto reale. Questo vuole dire che l’oggetto immediato ci dà dell’oggetto dinamico solo una prospettiva tra le tante possibili; nel segno quindi il representamen (significante) ritaglia o identifica attraverso l’oggetto immediato (significato) un particolare punto di vista sull’oggetto dinamico (referente). L’aspetto più interessante del processo di semiosi come è stato pensato da Peirce consiste nel concetto di interpretante. L’interpretante di Peirce è infatti un ulteriore segno che sorge dal rapporto tra il representamen e l’oggetto immediato; come dire che un segno genera un altro segno attraverso un processo di interpretazione. Tale processo di generazione di un interpretante da un segno, e poi di un altro segno-interpretante successivo e così via, identifica un processo potenzialmente interminabile detto disemiosi illimitata. Quindi il concetto di segno o della semiosi in Peirce è triadico.

Il concetto di interpretazione è centrale nella prospettiva filosofica di Peirce e della sua concezione del pragmatismo. Peirce ritiene in sintesi che il processo cognitivo fondamentale nell’uomo sia il costante passaggio dalla condizione del dubbio a quello della credenza; o meglio, Peirce ritiene che il nostro rapporto con il mondo sia dettato dalla continua produzione di ipotesi riguardo al modo in cui possiamo superare una condizione di incertezza, o di dubbio cognitivo, e quindi riposare la nostra mente nella sicurezza della credenza. La credenza o “abitudine” (habit in inglese) può essere assimilata ad un modello mentale, uno stereotipo o una concezione culturale stabilita, che ci permette di affrontare la realtà con un determinato successo. Quindi fondamentale per Peirce è la nostra capacità di produrre ipotesi o abduzioni riguardo al modo in cui vanno, o si ritiene debbano andare, le cose. Questa centralità delle modalità di pensiero per ipotesi deriva a Peirce dalla sua formazione scientifica. Infatti è la stessa logica del pensiero scientifico che prevede un costante e continuo processo di revisione e messa in discussione delle ipotesi di partenza di una teoria (il cosiddetto falsificazionismo di Karl Popper).

[Wiki Ita]

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Scienza generale dei segni, della loro produzione, trasmissione e interpretazione, o dei modi in cui si comunica e si significa qualcosa, o si produce un oggetto comunque simbolico.

1. Scienze della comunicazione

1.1 S. antica e premoderna. Il termine s. (o semiologia), è stato proposto da C.S. Peirce e C.Morris; tuttavia, semiotics in Peirce riprende la denominazionesemeiotiké (con cui J. Locke intendeva la dottrina dei segni, in particolare di quelli più comuni, le parole), che risale a Galeno e si ritrova in J.H. Lambert, il quale nelNeues Organon (1764) propone una s. come studio della conoscenza simbolica in genere e del linguaggio. In effetti, la s. si può far risalire molto indietro nel tempo, rintracciandone alcuni fondamentali presupposti nell’Organon di Aristotele, nella distinzione stoica di significante e significato, nei trattati dei modisti del 13°-14° sec. (R. Bacone, Sigieri di Courtrai, Tommaso di Erfurt) e nella linguistica razionalista e ‘cartesiana’ di Port Royal, ricostruendone le vicende fino a Settecento inoltrato, da F. Bacone, T. Hobbes e G.W. Leibniz a J. Locke e a Lambert, fino alla s. degli Idéologues (A.-L.-C. Destutt de Tracy, J.-M. Degérando), purché si faccia attenzione alla sua sostanziale diversità rispetto alla s. come ‘scienza moderna’. Ciò che domina nella s. antica e premoderna, sei-settecentesca, sono la concezione nomenclatoria del significante e la concezione referenzialista del significato, che presuppongono l’idea del segno come ‘rappresentante’ formato dal significante (identificato con l’aspetto fonico-acustico) e dal significato (identificato con il concetto o con l’oggetto denotato).

1.2 S. moderna Una s. moderna si profila proprio con Peirce, che pone le basi di una teoria filosofica in cui hanno forte rilievo la nozione di semiosi illimitata (il processo di continua riformulabilità dei significati dei segni: un segno sta per un oggetto solo perché la sua funzione di rappresentanza può essere espressa da un altro segno, detto interpretante, che la riformula possibilmente in modo più esplicito; la semiosi è allora la riorganizzazione continua del nesso segno-oggetto), la distinzione tra modello e realizzazione di un segno, cioè tra ‘tipo’ di segno e sua concreta occorrenza, e la suddivisione di tre tipi diversi di segni, ossia icone, indici e simboli, a seconda che il rapporto con il referente sia di similarità, come nelle icone, di contiguità (il significante degli indici è collegato da rapporti reali con la cosa significata), o convenzionale (il significante del simbolo rinvia all’oggetto in base a una regola).

Morris, a sua volta, sullo sfondo di un’originale sintesi tra pragmatismo e temi di analisi linguistica ripresi dal neopositivismo, propone importanti contributi alla s., suddividendo la ‘scienza generale dei segni’ in pragmatica (che analizza i ‘rapporti dei segni con i loro interpreti’, cioè con chi li riceve, li produce e li comprende), semantica (che studia i rapporti dei segni con ciò che designano) e sintattica (che si occupa dei rapporti formali dei segni tra loro), e promuovendo un incontro tra s. ed estetica.

Ma è soprattutto con F. de Saussure e L. Hjelmslev che si afferma la teoria semiotica moderna. Essi sottolineano lo statuto formativo del significante e del significato, considerati come classi astratte da Saussure e da Hjelmslev come condizioni formali, e Hjelmslev propone la nozione di ‘funzione segnica’, intesa come correlazione di due sistemi formali di differenze, dell’espressione e del contenuto, che costituiscono ciò che chiama sistema semiotico. Essi caratterizzano poi nozioni come quelle di codice e di commutazione, di rapporti sintagmatici e associativi, di sincronia e diacronia, di sistema come meccanismo produttivo di segni, di unità minime differenziali dal significante, di senso e atto semico. Su queste basi la s., insieme con linguistica ed estetica, ha conosciuto un vasto sviluppo, cui già diede impulso E. Cassirer con la Philosophie der symbolischen Formen (1923-29), e al quale hanno contribuito a vario titolo e con diverse prospettive teoriche, non sempre coincidenti con quelle di Saussure e Hjelmslev, J.N. Tynianov, I. Mukařovsky, e R. Jakobson, A. Martinet ed E. Benveniste, compresi quei semiotici slavi, come J.M. Lotman e B.A. Uspenskij, che sono stati i primi a teorizzare l’analisi dei ‘sistemi modellizzanti secondari’, cioè di tutti quei sistemi semiotici, diversi dalle lingue, in cui si esprimono specifici modelli di concezione del mondo e di elaborazione umana della realtà (dai miti al folclore, dalle religioni all’arte).

1.3 La s. nella cultura italiana. Nella cultura italiana sono stati coltivati vari tentativi di servirsi della s. per analizzare le complesse stratificazioni di senso dei testi letterari (C. Segre, M. Corti, D’A.S. Avalle), così come sono state tentate diverse trasposizioni delle teorie e delle tecniche di analisi della s. ai fenomeni artistici (visivi, filmici, architettonici). Questi tentativi hanno trovato in E. Garroni con il suo Progetto di semiotica (1972) e U. Eco con il Trattato di semiotica generale (1975) i teorici che più si sono interrogati sulla possibilità di una costruzione rigorosa della s. come scienza. Di fronte alla tendenza verso una ‘semiotizzazione’ generale e pressoché incontrollata delle scienze umane, iniziata già negli anni 1960, in un momento in cui erano ancora forti l’illusione scientista della s. e la fiducia nella possibilità di una s. delle arti, Eco, inLector in fabula (1979) e in altri suoi testi, ha mostrato l’insufficienza di una s. dei codici e la necessità della sua integrazione con una pragmatica. Ma è stato soprattutto Garroni, in Ricognizione della semiotica (1977), a esaminare le pretese totalizzanti della s. a valere come ‘teoria generale dei segni’ e in particolare come s. dell’arte. Con tale ricognizione si è mostrato che la s. ha mal posto il problema fondamentale da cui dovrebbe derivare il suo stesso statuto scientifico, quello del concetto di significato e delle sue condizioni di possibilità. Garroni ha sostenuto inoltre che non ha senso parlare di ‘linguaggi artistici’ e dei rispettivi ‘codici’, da cui sarebbero selezionabili i relativi messaggi e significati. Se la s. non è riuscita a costruire quei presunti codici, ciò dipende da una ragione teorica insuperabile: dal fatto che nel caso dei prodotti artistici si ha a che fare con procedimenti in cui l’operatività dell’uomo si manifesta esaltando la propria autonomia e costruttività. Quei processi operativi risultano sì da un’applicazione di quelle stesse condizioni intellettuali che rendono possibili la semiosi e il linguaggio, ma con la differenza che tali condizioni non si specificano in essi così come si specificano nel linguaggio, cioè in un sistema regolato da strutture ‘forti’ (grammaticali, costrittive).

[Treccani]

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