Masche – Streghe piemontesi

La masca è un termine piemontese che indica prevalentemente una strega o fattucchiera.

La parola probabilmente trae origine dal longobardo maska, che indica l’anima di un morto (da cui anche il significato meno comune di “spirito soprannaturale”), o dall’anticoprovenzale mascarborbottare, nel senso di borbottare incantesimi.

Le masche sono una figura di rilievo nel folklore e nella credenza popolare piemontese, che attribuiscono ad esse facoltà sovrannaturali tramandate da madre in figlia o da nonna in nipote. Secondo la tradizione, oltre ai poteri, la masca eredita anche il Libro del Comando, un testo contenente le varie formule e incantesimi della strega.

Nel passato gli agricoltori e i montanari usavano attribuire ad esse la responsabilità di avvenimenti negativi o inspiegabili. Le donne accusate di essere masche venivano perseguitate e spesso processate e condannate al rogo dal tribunale dell’Inquisizione.

Ancor oggi è di uso comune in Piemonte commentare scherzosamente la caduta accidentale di oggetti con l’espressione “Ai sun le Masche” (“Ci sono le masche”).

[Da Wikipedia Ita]

MASCHE

Il significato del termine “masca” è “strega, spirito maligno, essere dispettoso”. Essa poteva assumere le sembianze di un animale; pecore, capre, maiali e le venivano attribuiti tutti gli eventi negativi della vita quotidiana; erano le masche che facevano rovesciare i carri per le strade di campagna, che mandavano a male il raccolto di una stagione con terribili temporali, che facevano morire i bambini o il bestiame di chissà quale male oscuro. Alle masche venivano attribuite le malformazioni di un neonato perché in gravidanza la mamma aveva avuto dei contatti con lei, una mula che non aveva mai dato segni di particolare carattere improvvisamente scalciava il padrone era stata sicuramente avvicinata da una masca, una pecora incontrata nel bosco in una scura notte d’inverno sicuramente parlerà confondendo la sua voce con quella del vento gelido che soffia tra i rami spogli.

Ognuno aveva una storia sua da raccontare, molti riportavano quelle sentite nelle “veglie” quando alla sera ci si ritrovava nelle stalle alla luce del lume a petrolio, le donne sedute in un angolo a sferruzzare e gli uomini a raccontar di masche per impaurire i bambini che zitti in religioso silenzio ascoltavano con occhi sgranati.

ll passaggio dei poteri era una cosa molto delicata: quando la masca moriva doveva lasciare il maleficio a un’altra donna ma a una soltanto. Il passaggio avveniva in modo molto semplice: la masca, dopo aver scelto a chi lasciare la dote bastava che le stringesse la mano o che avesse anche il minimo contatto fisico. Una morte orrenda sarebbe stata quella di una masca che avesse deciso di non lasciare a nessuno il suo bagaglio ritenendolo una maledizione, in questo caso la masca avrebbe dovuto scagliare i propri poteri contro un albero il quale sarebbe seccato immediatamente.

Le masche erano solite ritrovarsi con cadenza periodica in luoghi stabiliti per una sorta di raduni goliardici e orgiastici in cui, alcune vestite di stracci altre addirittura nude, ballavano libere in grande euforia intorno a un pentolone ribollente. I luoghi preferiti erano radure o pianori purché fossero luoghi dove la fantasia e l’immaginazione potessero trovare spazio.

LE MASCHE PIU’ FAMOSE

Sabrota

In un piccolo paese dell’astigiano, si ricorda ancora la famosa Sabrota, una strega del luogo che per la sua statura era detta “la Longia”. Brutta come solo le streghe sanno essere brutte, Sabrota la Longia è ancora viva nella tradizione del paese, anche se, naturalmente, nessuno sa dire in quale epoca sia vissuta. Dedita ai sabba, pratica di erbe e di filtri, esperta di ogni diavoleria, Sabrota si reca spesso su una radura dove convergono anche le altre masche della valle. I montanari sostengono che sotto quegli alberi avvengano feste infernali e ricordano d’aver trovato molte volte alcuni ciuffi di capelli, un segno evidente delle streghe. Anche Sabrota la Longia si trasforma in gatto: un soldato, di chissà quale epoca, mentre attraversa i boschi del paese in una notte buia viene assalito da un gattaccio dal pelo irto e dagli occhi di brace. L’uomo non si lascia vincere dalla paura e, sfoderata la spada, colpisce il felino a una zampa. Un miagolio straziante e l’ animale scompare. Il giorno dopo il medico del paese deve andare a curare Sabrota la Longia d’una ferita da taglio al braccio.

Naturalmente ognuno la detesta, anche se la teme e pensa che tutti i mali del paese siano da incolparsi alla sua presenza. La strega getta il malocchio: un uomo, venuto a lite con lei per questioni di interesse, la trascina in giudizio e riesce a farla condannare; qualche giorno dopo il primo dei suoi tre figli muore d’un male misterioso e nel giro di poche ore lo seguono i fratelli. Il padre, disperato e armato d’ un falcetto, si reca da Sabrota per vendicarsi, ma nell’atto stesso in cui cerca di colpirla cade a terra tramortito. Quando riprende i sensi è fuori di sé, dà in smanie, è stralunato: si crede un cane e corre per la campagna abbaiando, si crede un vitello e muggisce. Soltanto il prete con i suoi esorcismi riesce a salvarlo. Quando la strega muore gli uomini del paese rifiutano di portare la bara al cimitero. Nessuno osa avvicinarsi; infine tre uomini, decisi a liberarsi da quella dannazione, provvedono al trasporto, ma durante il tragitto che la bara è stranamente leggera. Giunti al cimitero la schiodano: è vuota!

Micillina

Figura a metà tra la storia e la leggenda, compagna di Sabrota la Longia, è invece una celebre strega di cui ancora oggi si narra nelle campagne dell’astigiano: la masca Micillina, nativa di Barolo e maritata a Pocapaglia. La sua storia rientrerebbe nei processi per stregoneria, ma la tradizione ne ha talmente trasfigurato i contorni da dover essere annoverata tra le leggendarie masche piemontesi. Vissuta a metà del Cinquecento, Micillina fu effettivamente bruciata come strega dopo un regolare processo. Su di lei vivono ancora molte leggende: uccideva gli uomini fulminandoli con lo sguardo, deformava i bambini, gettava il malocchio, compiva fatture su uomini e animali. Un giorno, mentre discorreva sulla porta di casa con alcune vicine, aveva toccato sulla spalla una bambinetta: il giorno dopo alla giovinetta era cresciuta la barba. In un’altra occasione si vendicò di un ragazzetto del paese che, al suo apparire, preso da comprensibile paura, era scappato: nella fuga il bambino era caduto e quando si era rialzato aveva un piede rivolto in avanti e l’altro indietro.

Il marito, un onest’uomo, lavoratore e stimato da tutti, era in preda alla disperazione: mai avrebbe immaginato d’aver sposato una masca, né i suoi sistemi correttivi, piuttosto energici, servirono a molto. Vedendo che le minacce non giovavano e che la moglie persisteva nelle sue pratiche occulte, decise di scacciarla da casa, dopo un’ultima bastonatura. Micillina vagava pensierosa per la campagna tra Pocapaglia e Bra, pensando a come vendicarsi e infine chiamò il diavolo in suo aiuto. Satana non si fece attendere, apparendo sotto le sembianze d’un cavaliere vestito di nero e la strega gli confidò di volersi liberare di quel marito tanto incomodo.

Fu presto accontentata: il cavaliere nero tracciò sul terreno, senza proferire parola, un ampio cerchio e le ordinò di mettervi dentro un piede, disegnò strane figure nell’aria e pronunciò certe formule magiche. A questo punto Micillina era ormai compagna del diavolo e Satana le disse che poteva vendicarsi. La strega non indugiò, la sua vendetta fu semplice, poco faticosa: si recò al campo Baudetto dove il marito era intento alla raccolta delle mele, diede una scrollatina all’albero su cui l’ uomo era arrampicato e divenne vedova.

Non convolò, fortunatamente, a nuove nozze. Libera dalle pastoie coniugali, Micillina poté dedicarsi alle sue arti, divenendo ancora più abile nei suoi malefici e tutto il paese la temeva, nessuno però osvaa denunciarla. Il suo odio si rivolse sul fornaio del paese, dopo che lo ebbe ammaliato. A quei tempi il forno era comune e il fornaio passava ogni giorno nelle case a prendere l’impasto da porre alla cottura: una mattina l’ uomo la chiamò per tre volte consecutive, Micillina non si fece vedere e la sua casa sembrava deserta. Finalmente comparve tranquilla e sorridente a dichiarare con semplicità che quando era stata chiamata per la prima volta si trovava ancora al ponte di Pavia, presso Pollenzo, dove aveva fatto morire un povero carrettiere, la seconda era vicino a Pocapaglia e alla terza chiamata aveva cominciato a impastare.

Poco dopo, sempre per i suoi sortilegi, anche il fornaio muorì. Quando però la masca deformò un bambino lasciato incustodito, esplose l’ira del paese e dovette intervenire la giustizia: arrestata e condotta sotto buona scorta alle carceri, Micillina confessò le proprie colpe al padre inquisitore e al podestà. Dopo aver fatto atto d’abiura e aver rinnegato i suoi legami con il diavolo, ricevette l’assoluzione dal padre inquisitore il quale le impose, secondo l’uso del tempo, una penitenza da farsi sia spiritualmente che temporalmente. La penitenza spirituale consisteva nell’andare sempre scalza fino alla morte, udire ogni giorno la messa, confessarsi e comunicarsi ogni settimana, digiunare ogni venerdì e sabato e non mangiare mai carne. La penitenza temporale consisteva nel dedicare interamente la propria vita a Dio.

Micillina se la sarebbe cavata forse con una buona dose di penitenze e onesti propositi, ma il braccio secolare fu meno indulgente. Temendo che tornasse alle sue pratiche, ammonito dalle precedenti esperienze, il giudice fu inesorabile: la strega venne condannata a essere impiccata, quindi bruciata e le sue ceneri sparse al vento.

Vuole la leggenda che mentre Micillina veniva condotta al supplizio si sentissero per l’ aria certi orribili miagolii e contemporaneamente il suolo eruttasse alcuni ingarbugliati di refe: voci misteriose invitavano Micillina ad afferarne un bandolo, ma la strega non poteva farlo, stretta com’era dalle catene e guardata a vista da un buon numero di guardie. Quei gomitoli erano gettati dalle streghe e dal diavolo.

Con la sua morte tuttavia non scomparirono le stregonerie; di Micillina era infatti scomparsa solo la parte corporea: il suo fascino e la sua magia rimasero, le sue arti passarono in eredità alle compagne che volevano vendicarla, mandando ogni disgrazia sui contadini di Pocapaglia.

Accaddero fatti misteriosi e terribili: vennero trovate molte chiocce disperse nei campi con miriadi di pulcini che invece del solito pigolio emettevano uno stridore simile a quello prodotto dalla lima del fabbro; per le campagne vagava un ragno viscido e immondo, di dimensioni enormi ma con zampe cortissime, che grugniva come un maiale e fuggiva a nascondersi tra le rocce e i rovi; i montoni diventavano mostri dalle corna smisurate, dal pelo irto e setoloso, e fischiavano come serpi.

Per i contadini non c’era dubbio che dietro tutti questi fenomeni ci fosse la presenza delle masche.

C’è poi un luogo, detto “Bric d’la masca Micillina”, cui non è consigliabile avvicinarsi troppo. E’ un grosso masso cosparso di macchie rossastre; qui, si dice, fu bruciata la strega e le macchie sono state prodotte dal suo sangue che nè la pioggia né il trascorrere del tempo hanno potuto cancellare. Quanto a Micillina, si crede che torni periodicamente sui luoghi delle sue gesta; talora appare sotto forma di gatta famelica, ululando però come un lupo.

Clerionessa

Anche nella storia di Clerionessa, vissuta a Giaveno nei primissimi anni del ‘300, realtà e leggenda si sovrappongono. Maga ed esperta in filtri d’amore, Clerionessa abitava nella torre, oggi detta “torre delle streghe”. Si racconta che un giovane di Giaveno si recò un giorno dalla strega, per farsi dare un filtro d’amore con il quale intendeva conquistare una ragazza. La ragazza bevve il filtro preparato dalla strega, ma morì. Clerionessa fu processata e condannata ad essere murata viva nella torre in cui era sempre vissuta. Trascorsero alcuni anni e finalmente un giorno fu aperta la stanza, dove doveva trovarsi il cadavere di Clerionessa: ma la stanza era vuota, la strega era diventata un fantasma, che ogni notte spaventava la gente con lamenti e ululati.

La Marchesa

Nel Canavese, nei dintorni di Crosaroglio, tra Forno e Levone, abitava ancora nel 1839 una vecchia masca detta “La Marchesa”, il cui vero nome è sconosciuto. Lei stessa dichiarava di essere in buoni rapporti con il diavolo, di leggere nel pensiero e di conoscere ogni pratica magica. Portava sempre al fianco un falcetto e sosteneva d’essere in grado, legandosi una fettuccia a una gamba, di percorrere in brevissimo tempo qualunque tratto di strada. Un giorno, tornando da Volpiano dove era andata a lavorare con altri del paese, disse di essere in grado di tornare a Crosaroglio prima degli altri. I compagni non le credettero e si fermarono a bere all’osteria. Giunti a Crosaroglio, la trovarono nell’orto intenta a zappare; alla gamba aveva ancora legata la fettuccia. Ormai prossima alla morte, la Marchesa cercò qualcuno che sciogliesse il legaccio che le stringeva la gamba; nessuno voleva aiutarla, ben sapendo che in quel modo il potere della strega si sarebbe trasferito sul malcapitato. Finalmente una sua cognata le slegò la fettuccia e divenne una strega.

[da Il fenomeno della caccia alle streghe]

Roc d’le Masche

Le masche sono presenti in diverse culture delle valli piemontesi. La loro origine è da ricondursi a quella relativa alle streghe. Nelle millenarie culture pre-cristiane di origine celtica e longobarda esistevano radicati elementi magici che condizionavano la gravosa vita della popolazione montanara. Le masche potevano essere donne particolarmente emancipate, che tentavano di elevarsi dal contesto sociale che le privava di molte opportunità, applicando le loro conoscenze nella primitiva medicina e nella vita spirituale.

Una masca poteva essere una donna che conosceva le erbe e sapeva preparare infusioni dal sicuro effetto, oppure praticare riti magici e oscure maledizioni.
Le masche da un lato venivano interpellate dalla gente perché, credendole dotate di poteri magici, avrebbero potuto guarire malanni, allontanare oscuri presagi, difendere da malocchi e dannazioni, propiziare una stagione favorevole. D’altra parte, per via delle loro pratiche, potevano anche venire guardate con sospetto o timore, ed essere accusate di danni e sventure.

Con l’avvento del Cristianesimo questi elementi magici, propri di millenarie culture di origine celtica e longobarda, vennero sfruttati dalla nuova religione per radicarsi con maggiore effetto tra la popolazione, epurandoli dai componenti blasfemi. E fu proprio allora che la paura e la persecuzione delle masche si acuì. Le masche vennero individuate in tutte le donne un po’ diverse, esperte in erbe e pratiche magiche, a volte malate o semplicemente ostili all’omologazione sociale. Le masche, accusate di fare la fisica – una sorta di fattura maligna e pericolosa, una stregoneria – si dovettero sovente nascondere o ritrovare in luoghi di cui la gente portò sempre timore, luoghi già magici o spettrali, di cui si tramandarono fiabe e leggende. Luoghi come il Roc d’le Masche, appunto.

Durante l’Inquisizione la persecuzione delle masche e la paura indotta dalle istituzioni nei loro confronti raggiunse l’apice. Ci furono esecuzioni e torture, molte donne furono impiccate, decapitate o arse vive. Per numerose persone fu sufficiente qualche affermazione che potesse destare il sospetto di comportamenti non ortodossi per decretarne la condanna o comunque l’etichettamento di masca.
Sostenuta anche da paure e superstizioni, la religiosità divenne un’ancora solida nella vita della gente. Eccone ad esempio traccia nei numerosi santuari e piloni votivi disseminati un po’ ovunque in montagna. Oltre alla funzione strettamente religiosa servirono per proteggere i viaggiatori dalle minacce incombenti delle masche.
È in questa mescola di credenze, fede e superstizione che si tramandano fiabe e leggende, di tradizione orale, mutevoli negli anni.

Vonzo è un ottimo esempio di questa cultura, ma pochi vecchi rimasti ancora ricordano. Il paese di Vonzo è molto antico. Chi ha occasione di visitare il Museo della Montagna può notare come questo nome compaia in cartine del XIV secolo, quando spesso non è citato nemmeno Chialamberto, che è oggi il centro principale e Comune. Vonzo infatti giace in una conca molto assolata, a circa 1200m di quota e invisibile dalla valle. Sarà per questo, si dice, che qui hanno trovato ospitalità da sempre le genti più perseguitate, in cerca di rifugio. Tra le quali, ovviamente, le vere o presunte masche, protagoniste di numerosi aneddoti e racconti. Eccone alcuni esempi.
Le masche avevano una notte della settimana preferita per uscire e incontrarsi, praticare i loro riti magici e sabbatici. Era quella del venerdì: in questa notte era bene evitare con cura di uscire dai sentieri segnalati, lontano da santuari e luoghi non benedetti. Stesso discorso per la notte fatata del primo novembre, notte in cui le anime dei morti prendevano il volo e le masche si intermediavano con esse, rafforzando il proprio potere. Si usava, prima di andare a dormire, lasciare sul tavolo un piatto colmo di castagne bollite e già pelate, in modo che le anime dei defunti potessero saziarsi compiaciute senza importunare i vivi. Trovarsi da soli la notte del primo novembre nei sentieri tra i boschi che univano i solitari villaggi alpestri poteva davvero essere pericoloso: non erano sufficienti i numerosi piloni votivi e la più ferrea delle fedi per tenere lontani spettri e masche.

Una fiaba racconta di una persona che si trovava la notte del primo novembre a dover percorrere da sola il sentiero che collegava Vonzo a Chialamberto. Solamente la difesa di un’anima della propria famiglia, che passava di lì per caso, e qualche preghiera presso i numerosi piloni votivi sui lati del sentiero gli consentiva infine il ritorno a casa, tra innumerevoli sentori di oscure presenze, masche e visioni che si animavano nel bosco durante il viaggio.
C’è da dire che non tutti gli spiriti erano cattivi. Ad esempio, lo spirit-fulét si divertiva a combinare innocui scherzi, come muovere i tetti di lose per non lasciar dormire, imbrattare le maniglie delle porte o i muri di pece. Non era cattivo, se nessuno osava interferire con il suo lavoro, altrimenti…
Le masche invece ogni tanto erano davvero cattive. Si dice che una volta rapirono un bambino di Candiela e lo portarono in cima a una acuminata roccia nei ripidi pendii sotto il Soglio (un piccolo insieme di case ad est di Vonzo). Si riunì un gruppo di coraggiosi che tutta la notte seguì le urla del bimbo, senza trovarlo. Solo la mattina dopo, quando la masca svanì, fu possibile individuare la roccia prima occultata da un tenebroso sortilegio. Il bimbo raccontò che tutta la notte una donna vestita di nero, muta, restò con lui regalandogli di tanto in tanto alcune caramelle, per poi sparire sul fare del giorno.
Ma tra le fiabe, la più famosa fu quella che ebbe come oggetto proprio il Roc d’le Masche e il suo magico trasporto fino a Lanzo per soddisfare una bravata ai danni del Diavolo.

Oggi le masche non ci sono più. Gli alpeggi son stati quasi tutti abbandonati e Vonzo è diventato un villaggio turistico. Nessuno si riunisce più nelle stalle la sera per raccontare fiabe, confortevoli carrozzabili uniscono tutti i paesi e gli antichi sentieri non sono più praticati, men che mai di notte. Il Roc d’le Masche è solo una grossa pietra dai curiosi incavi e dalla mole imponente.
Eppure, ancora oggi, qualcuno giura, il venerdì notte, di aver visto…

[da Cai Lanzo]

L’eredità della strega

A Camburzano si raccontava che le streghe, prima di morire, lasciassero il gomitolo con cui compivano i loro incantesimi a qualcuno che volesse continuare la loro attività e che lo sapesse dominare e comandare. Se la nuova padrona non sapeva comandarlo, le forze misteriose contenute nel gomitolo la picchiavano.

Nelle valli del Cuneese si credeva che la masca, prima di morire, trovata la persona adatta a cui affidare la sua eredità di stregoneria pronunciasse queste parole: “Ti lascio il mestolo.”

A Pragelato, le streghe prima di morire gettavano il bastone tra le vie, mentre nel Biellese si credeva che la masca non potesse morire se qualcuno non collaborava con lei.

Le masche sul punto di morire lasciavano un loro oggetto: chi il gomitolo, chi il mestolo, chi la scopa, chi il libro del comando; ogni oggetto aveva la proprietà di trasformare in strega chi ne entrava in possesso. In alcune zone si credeva che nella stanza dove moriva la masca svolazzasse per ore un moscone.

Nel Cuneese, in alcuni racconti, la donna appariva come un’incantatrice, pronta a trasformarsi in masca ma soprattutto in gatto, animale maledetto o prediletto dal demonio.

A Ossola le streghe più famose erano la VAINA, che si presentava come un neonato che emetteva vagiti pietosi, e la SPLORCIA, un mostricciattolo con muso da porco, ali da pipistrello e zampe di rospo che emetteva muggiti, belati, miagolii.

I roghi

Vicino a Novara la credenza delle masche era cruda e drammatica. Il 29 settembre del 1472, a Forno Rivara, vennero bruciate tre donne sul rogo mentre nel 1474, nel Canavese, ci fu un processo contro quattro donne del posto, due delle quali furono bruciate vive a Prà Quazzoglio con l’accusa di aver operato incantesimi e stregonerie. Sempre nello stesso periodo, vennero accusate di stregoneria altre cinque donne a Rivara e due a Ciriè.

I vestiti

Nelle Langhe e nel Monferrato, le levatrici e le madri dei bambini raccomandavano di non lasciare ad asciugare all’aperto i panni dei bambini per evitare che uno spiritello portasse male ai pargoli attraverso i panni. Si credeva che per scoprire le masche e mandarle via, occorresse bruciare la legna e le catene della stalla e colpirle con un bastone per costringerle a rivelarsi e a promettere di abbandonare le proprie magie. Un altro rimedio è quello di mettere sulla porta di casa dei rametti a forma di croce o una scopa sul focolare. Quando la masca arriva, conta i fili di saggina, ma non essendo abile in matematica, impiega molto tempo ed è scoperta dal suono delle campane dell’alba. Molti consigliano di circondare la casa con un filo di canapa filato da una ragazza vergine che prima di allora non avesse mai usato un fuso. Le erbe antistreghe e antimalocchio sono la ruta, l’ortica, la verbena, l’erba artemisia, la malva e le foglie di ulivo benedetto; in alcuni luoghi si guarisce il malocchio mettendo tre gocce d’olio in una scodella piena d’acqua appoggiata sopra la testa del malato. Per intensificare la cura, bisogna mangiare il cuore delle rondini perché è ritenuto un calmante.

Se gli indumenti sono assoggettati da un incantesimo è sufficiente farli bollire e recitare alcune formule di esorcismo. A Bernezzo si consiglia di far bollire la catena del focolare o la catena con la quale sono legati gli animali nella stalla, quando si ha il sospetto che le masche abbiano operato sortilegi.

I gatti neri

In Piemonte si ha paura dei gatti perché si crede che sotto il loro aspetto si nasconda quasi sempre una strega. Se un gatto si nasconde sotto la culla di un neonato, il bambino cresce deforme e se si deve lasciare solo un neonato è necessario mettere su una culla un indumento che serva a tenere lontane le masche (es. un cappello, una calza…).

L’iffissione

Per compiere i loro malefici le masche si servono si servono di figurine di cera e di argilla per la pratica dell’ iffissione. Pare si possa usare con gli stessi risultati un gomitolo, una candela o una calza. Nelle Langhe si utilizza il libro del comando e le formule magiche contenute.

La morte

Altre credenze sono quelle relative alla morte e al buio. Si dice che le anime di morti, nelle sere calde estive, vadano nei cimiteri per vedere se sono ancora ricordate e per invocare preghiere, mostrandosi in fiammelle che vagano tra le tombe.

Alla sera prima della ricorrenza dei morti era uso nelle case contadine lasciare sul tavolo della cucina una zuppiera di minestra e un piatto di castagne: in quella notte i morti di famiglia si trovano a banchettare.

La bacchetta

Nei loro rituali le streghe impiegano due diversi tipi di bacchette: il bastone da cavalcare, la leggendaria scopa e la più piccola verga detta baculum. Tuttavia, spesso, molte streghe combinano le due verghe in una sola. La verga della divinazione è lunga circa trenta centimetri fino a un metro e ottanta. La bacchetta, diritta, dovrebbe essere fatta di ebano o del legno di nocciolo o di mandorlo, se è possibile cresciuto da un anno.

[Da Le credenze delle Masche in Piemonte]

Racconti di Masche

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