I consigli di ‘Io scrittore’

Presento in questo post il riassunto dei consigli presentati dallo staff del torneo letterario ‘Io scrittore 2013’. (Una vera e propria miniera di suggerimenti preziosi!)

L’incipit

Come cominciare un romanzo?

(di Grande Gigante (non sempre) Gentile)

Creare atmosfera, dire dove ci si trova, dare qualche indicazione sul protagonista, fornire qualche elemento della storia, così che il lettore possa cominciare a immaginarsela. Sono tutti buoni modi. Bisogna stupire senza esagerare, coinvolgere, incuriosire, far filtrare un’emozione, far scattare un senso di immedesimazione o portare via, lontano, subito.

Diciotto esempi perfetti per iniziare un libro

(di Jim Hawkins)

[…]per un editor l’incipit non è fondamentale perché può sempre essere riscritto o totalmente cambiato dall’autore prima della pubblicazione.
Fondamentali in un manoscritto, almeno per me, sono invece uno stile personale ed efficace e una storia originale e coinvolgente[…]
Detto questo, ritengo che un buon incipit possa invece aiutare un libro a farsi strada nell’affollatissima giungla delle librerie […]
Il primo compito di un incipit sarà quindi quello di sedurre e incuriosire il lettore, dargli una promessa di felicità nella consapevolezza che quella promessa andrà però mantenuta. Si tratta infatti di un vero e proprio impegno che lo scrittore prende con il suo lettore“io ti offro questi ingredienti, fidati di me, leggimi e non resterai deluso”. […]
Ricapitolando: seduzione, patto con il lettore e niente effetti speciali che nascondano il nulla. […] L’autore-oste deve quindi offrire un incipit che sia al tempo stesso attraente e in sintonia con il resto del pranzo-romanzo. Senza nessun intento canonico, trascriverò sotto alcuni incipit di grandi romanzi che ritengo molto efficaci, seppure in modi diversi. Poiché molti, troppi romanzi iniziano con la descrizione fisica del protagonista, un buon incipit ‘descrittivo’ sarà quindi quello che riesce in qualche modo a differenziarsi dalla massa.

Come iniziare un thriller bestseller?

(di Sumimasen)

Vero: è preferibile un buon incipit rispetto a un brutto incipit.L’importante, però, è che l’incipit non prenda il sopravvento sul resto del romanzo. Ciò che deve sempre rimanere centrale è l’idea narrativa di base – quella intorno a cui si costruisce la struttura del romanzo e i personaggi che lo popolano – e il modo in cui questa idea viene sviluppata per sfruttarne al meglio le sue potenzialità. […] Ho quindi un unico consiglio pratico da dare: scrivere l’incipit nel momento in cui il romanzo è sostanzialmente già lì, pronto, in attesa soltanto della scena d’apertura più efficace.

Un incipit straordinario

(di C.C. Baxter)

Come dev’essere l’incipit di un libro d’avventura? La cosa più importante è catturare subito l’attenzione del lettore dandogli un assaggio di cosa sarà il libro. Condensare nei primi paragrafi alcuni momenti salienti dell’avventura che si vuole raccontare. Si avrà poi tempo di tornare indietro all’inizio della vicenda, ai suoi retroscena e alla sequenza cronologica dei fatti.

L’incipit, ovvero l’antipasto

(di Piero Ribera)

Molto meglio introdurre o suggerire con un breve giro di frasi gli elementi che saranno centrali nel corso della narrazione: si apre la finestra e si additano due o tre punti di riferimento – un personaggio, uno stile, un luogo, un momento storico – grazie ai quali poi ci si potrà addentrare nel paesaggio del romanzo.

L’incipit, ovvero… aprite quella porta

(di Louise Scott)

L’incipit di un romanzo è una brutta bestia: ma è giusto che sia così. Perché l’incipit spalanca la porta su un mondo nuovo, ignoto, e il lettore vi si affaccia, desideroso di abbandonare il proprio mondo, la propria quotidianità. […]

Che cosa voglio raccontare? chiede l’incipit all’autore. E soprattutto, come lo voglio raccontare? Quale voce intendo dare a queste parole?
Quali colori, quali emozioni sto per consegnare al mondo che mi accingo a raccontare? Se si riesce a rispondere, la strada si distende, diventa un po’ più pianeggiante… almeno finché, all’orizzonte, non spunta il fratello dell’incipit: l’explicit, il finale.

Cinque consigli per un incipit da brivido

(di La Svet)

1) Un incipit è una singola, puntuale, precisissima emozione. Se riuscite a farmi provare esattamente l’emozione che vi siete prefissati, siete già a un ottimo punto.
2) Una sola situazione. Pochi personaggi. Avrete tempo e spazio nel resto del romanzo per approfondire ed espandere.
3) Se ci sono dialoghi, fatemi sentire la specificità delle voci. Nel resto del romanzo, sarebbe meglio non aver bisogno della specifica ‘disse Giovanni’ per capire che a parlare è stato appunto Giovanni. Perché dopo due pagine, la voce di Giovanni dev’essere riconoscibile da sé.
4) Cambiate le carte in tavola. Spiazzatemi. Sorprendetemi. Da subito.
5) Una piccola postilla sulla primissima pagina: evitate qualsiasi elemento che possa potenzialmente respingere. Avete davvero bisogno di dar carattere al vostro personaggio facendogli pronunciare una sonora volgarità alla terza riga? Avete davvero bisogno di un monoblocco descrittivo di venti righe ininterrotte senza salto di paragrafo, che anche all’occhio dà l’impressione di assenza di ritmo?

L’incipit, ovvero il primo appuntamento

(di Charlotte)

DA EVITARE
1) Non esagerate con le descrizioni. Ve lo immaginate un primo appuntamento con qualcuno che parla, parla, parla e non smette più? Un disastro!.
2) Anche se il vostro romanzo ha tantissimi personaggi, non descriveteli tutti nelle prime pagine. In fondo è meglio farsi scoprire poco alla volta, no?
3)  Non adottate uno stile che non sentite vostro. Se non mettete mai i tacchi, perché metterli al primo appuntamento? Rischiereste di cadere.
DA FARE
1) Emozionate e stupite. Fatemi provare le stesse sensazioni del vostro personaggio. Lasciatemi a bocca aperta. Come a un appuntamento, scegliete bene che cosa volete che mi ricordi non appena vi darò la buonanotte, perché è quello che mi spingerà a darvi il buongiorno.
2) Scegliete il personaggio che amate di più, meglio se è il protagonista ma non è necessario, e fatemi vedere scene ed eventi attraverso i suoi occhi.
3) Offritemi una sensazione precisa: è su questo che dovete concentrarvi, nelle prime pagine. Perché l’importante, proprio come al primo appuntamento, è la quantità: dovete scegliere cosa tenere, ma soprattutto, cosa lasciare nell’ombra. Sarà il lettore a voler scoprire tutto.

Le dure leggi dell’incipit ovvero: come iniziare un capolavoro

(di Editor 2.0)

Ecco alcune delle cose che un editor cerca: non le troverà tutte, ma se ne trova almeno un paio continuerà a leggere. Anche dopo l’incipit.
1. IL PIACERE DEL RACCONTO
“C’era una volta…”
Siamo affamati di racconto, di storie.
2. LA VOCE
“Chiamatemi Ismaele.”
C’è il racconto. Ma c’è anche qualcuno che racconta, e che si assume la responsabilità del racconto. Dev’essere una voce credibile, autorevole.
3. LA CURIOSITÀ
“Gregor Samsa, svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo.”
Li chiamano “page-turner”, i libri che inizi a leggere e non puoi più smettere, perché finita una pagina, la giri subito per capire che cosa succederà nella pagina successiva, perché ti tiene con il fiato sospeso, perché vuoi saper come andrà a finire, perché quell’emozione è così potente che non puoi lasciarla a metà, perché quel ritmo e quello stile ti hanno conquistato e non vuoi abbandonare la danza…
4. LA PROVOCAZIONE
“Avevo vent’anni e non permetterò mai a nessuno di dire che è la più bella età della vita.”
Non basta lanciare la provocazione o la sfida: poi bisogna sostenerla per tutto il libro, rilanciare e approfondire, pagina dopo pagina… Bisogna continuare a dare schiaffi al lettore, nella speranza che ne voglia altri…
Se la provocazione regge per qualche decina di pagine, senza sgonfiarsi, allora c’è da sperare che regga per un libro intero…
5. LE VERITÀ ETERNE
“Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia è infelice a modo suo.”
Scrivere un capolavoro, riuscire a condensare il romanzo in una frase memorabile e passare alla storia per il libro e per l’aforisma non è semplice. Ci vuole un genio. Insomma, è una strada difficile, ci vogliono una certa ambizione e gusto del rischio. Insomma, sconsigliato ai principianti.
Ma trovando l’aforisma giusto, ci si può sempre provare…
6. MILLE E UNO MODI PER INCURIOSIRE UN LETTORE (E UN EDITOR)
Abbiamo visto che in una frase – nella frase iniziale di un romanzo – ci possono stare moltissime cose.
Meglio giocarsela bene. Ricordando due cose: primo, non esiste mai una ricetta precostituita e le regole, in letteratura e in genere nell’arte, sono fatte per essere infrante (con intelligenza). Secondo, che non esiste regola ma bisogna sempre fare la cosa giusta!

Il titolo

Sette regole per trovare il titolo a un romanzo

(di Jim Hawkins)

1) Cercate il vostro titolo nel vostro libro e, soprattutto, fatelo cercare ad altri. Un lettore fidato leggendo il vostro romanzo potrebbe trovarvi dentro, nascosto in qualche frase, il titolo perfetto che voi autori, totalmente immersi nell’opera, non sareste mai riusciti a individuare.

2) Cercate il vostro titolo nei libri che leggete […]

3) Cercate il vostro titolo tra i versi dei poeti […]

4) Ricordatevi sempre che non dipende certamente dalla bellezza del titolo se il vostro manoscritto verrà pubblicato o meno da una casa editrice. […]

5) Non ci sono regole per il titolo giusto. […]

6) Anche per il titolo vale però la regola generale che si è già enunciata a proposito dell’incipit: non deve ingannare il lettore. […]

7) Tentate di non pensare al titolo fin quando non avete finito il romanzo e se avete già un titolo in testa non fate l’errore di affezionarvici troppo. […]

Il titolo perfetto per un romanzo

(di La Svet)

Il pericolo senza nome, nella scelta di un titolo, è forse stare troppo aderenti al romanzo stesso, giacché il titolo dev’essere, nella sua brevità, come un romanzo. Deve mettere le carte in tavola, altrimenti è troppo facile, ma allo stesso tempo deve gettare un po’ di polvere negli occhi.

Come trovare il titolo perfetto

(di Louise Scott)

All’inizio, si pensa che sia sufficiente mettere nel titolo qualche parola «forte» […] Ma perché poi non provare a estrarre (in senso figurato!) il vero cuore del romanzo […]

Provateci, fatelo diventare un gioco: cancellate il titolo che gli avete dato,fate leggere il romanzo a vari amici e poi chiedete loro come lo intitolerebbero (sì, lo so, è anche un modo un po’ subdolo per capire se l’hanno letto veramente); elencate le principali caratteristiche dei vostri personaggi, i luoghi in cui si muovono, le loro azioni più significative e poi provate a collegarle o a fare libere associazioni; lasciatevi ispirare da una frase «classica» (presa dalla Bibbia, da una canzone, da un aforisma).

Cinque cose che forse non sapete sul titolo

(di Piero Ribera)

1. Al momento, ma le cose stanno cambiando, il titolo di un libro è sempre accompagnato da un nome d’autore, da un marchio editoriale e da una copertina. Un buon titolo parla anche da solo, stampato su un foglio bianco, è compiuto in sé e al tempo stesso apre le porte all’immaginazione,lascia intuire la storia che preme dietro di lui. All’altro capo di questo ragionamento, è utile tenere conto che quasi mai un libro, e quindi un titolo, si presenta da solo. Si confronta sempre con altri titoli, gemelli, fratelli, parenti, tutti però nemici nel tentativo di conquistare l’attenzione. Raffigurarsi il proprio titolo sul banco di una libreria è sempre un valido esercizio.
2. Il titolo può essere usato anche come una lente che ingrandisce il particolare e restringe l’angolo di visuale. Cosa c’è ad esempio di più ampio, e generico, di La strada? Basta un passo avanti, e La strada dei ricordi è già un’indicazione più precisa. Con La strada polverosa dei ricordi la definizione è ancora maggiore, e soprattutto la promessa che viene fatta al lettore. A volte persino la minaccia: La strada polverosa dei tuoi ricordi?
3. Talvolta il titolo è già nel libro. È un suo personaggio, un luogo, una battuta di dialogo, basta soltanto tirarlo fuori.
4. Altra banalità: i titoli sono tutt’intorno a noi, ovunque vi siano parole. Esistono le mode, anche nei titoli, e bisogna conoscerle; un buon titolo probabilmente è già stato usato, e ci sono gli strumenti a disposizione di chiunque per verificarlo; caratteristica principale del titolo di un romanzo è far pensare a qualcosa, confrontarsi con altri su questo «qualcosa» non è mai inutile.
5. L’ispirazione può arrivare da qualsiasi parte. Certo ci sono le canzoni e ci sono i film (non tali e quali), c’è Shakespeare, c’è la frase di un romanzo del Settecento, c’è la Bibbia. Ma c’è anche La settimana enigmistica, ad esempio. Se do un’occhiata veloce alla prima pagina dell’ultimo numero ne ricavo: Un’intricata e spinosa faccenda (scontato),I sassolini d’oro (una fiaba, già sentito), Di buon umore, contento(curioso, difficile), Il sottoscritto (ambizioso), In mezzo al sentiero (anche questo già sentito), Un difetto di poco conto (interessante).

Le quattro funzioni del titolo di un romanzo

( di Charlotte)

Il titolo deve rispondere a diverse funzioni.
1) Deve essere accattivante, e per esserlo deve per lo più veicolare un’emozione. Ma che tipo di emozione? Dipende dal genere di libro. Provate a pensarci. Che emozione volete veicolare? Serenità? Tensione? Attesa? Mistero? Speranza? Per farvi capire quello che intendo prendo ad esempio un titolo che per me è un capolavoro, ovvero Sogno di una notte di mezza estate. Dice tutto, senza svelare troppo. C’è il sogno, la tensione emotiva. C’è la notte, quindi il mistero, la tensione. C’è l’estate, quindi l’amore, la gioia. Che però è mezza. Quindi non è ancora completa, non può essere goduta appieno.
2) Deve generare una domanda nella testa del lettore e per questo deve spiazzare. Provate a pensare a Entra nella mia vita di Clara Sánchez. Lo leggete e vi chiedete: cosa mi devi dire? Cosa devo scoprire? Chi sei?
3) Deve spiazzare. Pensate a Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys. È poetico e allo stesso tempo contiene un nucleo di senso nella cui contraddizione apparente si apre lo spazio narrativo. E così anche La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano.
4) Deve trasportare in un’altra dimensione, deve far evadere. La casa degli spiriti della Allende o Il profumo delle foglie di limone sono due titoli capaci di portarti altrove.

Due consigli per trovare il titolo giusto al vostro romanzo

(di Editor 2.0)

IL CONSIGLIO NUMERO UNO: IL METODO HEMINGWAY 
Ernst Hemingway i titoli dei suoi romanzi li sceglieva così: «Faccio un elenco di titoli dopo aver finito il racconto o il romanzo – a volte addirittura cento. Poi inizio a cancellarli, e a volte li cancello tutti.»

IL CONSIGLIO NUMERO DUE: IL METODO COPIANCOLLA
Prendete le classifiche dei bestseller degli ultimi anni. Volendo, potete restringere la selezione al genere del vostro romanzo e alle relative classifiche. Copiate pazientemente i titoli e contate le parole che ricorrono con maggiore frequenza. Scegliete i termini che meglio si adattano al vostro romanzo e combinateli meglio che potete: otterrete così un titolo che punta dritto ai vertici della classifica.
Se volete dare maggiore scientificità alla procedura, potete utilizzare un fattore correttivo, sommando per ogni parola presente nei titoli in classifica l’indice di vendita dei libri in cui compare. Otterrete così una classifica delle parole bestseller, che faciliterà senz’altro il vostro compito.
Potete verificare, con un rapido sopralluogo in libreria, che molti editor utilizzano proprio questo metodo per scegliere i titoli dei romanzi che pubblicano.

Altro

Il quiz di Vladimir Nabokov per scoprire il segreto del bravo lettore

(di Editor 2.0)

Secondo un quiz proposto ai suoi studenti da Vladimir Nabokov, l’autore di Lolita, un buon  lettore dovrebbe:

1. appartenere a un club del libro (o, aggiungiamo nel 2013, essere iscritto a un social network che parla di libri);
2. identificarsi con l’eroe o con l’eroina;
3. concentrarsi sull’aspetto socioeconomico (e su quello storico);
4. preferire una storia con azioni e dialoghi a una che non ne ha;
5. aver visto il film tratto dal libro;
6. essere un autore in erba (che magari partecipa a IoScrittore…);
7. avere immaginazione;
8. avere memoria;
9. avere un dizionario;
10. avere un certo senso artistico.»

Come nasce un best seller

(di Oliviero Ponte Di Pino)

Nel nostro Paese circa tre quarti dei titoli pubblicati ogni anno vendono, nei normali canali, meno di tre copie. E sono poche decine i titoli che in un anno vendono più di 50.000 copie, la soglia oltre la quale un libro da noi diventa un best seller (infatti a volte vanno in classifica libri tirati in poche migliaia di copie).

[…] Si potrebbero fare numerosi altri esempi, citando libri molto diversi da questi che però hanno un elemento in comune: l’imprevedibilità del loro successo. Molti best seller e long seller erano stati in precedenza rifiutati da altri editori, e quasi tutti al momento dell’uscita non venivano considerati tali. Molto spesso hanno saputo cogliere e anticipare stati d’animo e bisogni latenti (o nuovi), che nessun direttore marketing poteva prevedere e programmare.

Dieci ragioni per cui un editore rifiuta un libro

(di Oliviero Ponte Di Pino)

Un libro può essere rifiutato perché, semplicemente, «non è abbastanza bello». Oppure perché l’autore «considera la sintassi un optional», o magari perché nella lettera d’accompagnamento esalta eccessivamente la genialità della propria fatica letteraria. Ma anche perché il genere o il tema dell’opera non rientra negli interessi della casa editrice, perché non è possibile trovare una collocazione adatta all’interno delle sue collane o perché è già in programma un titolo simile. Perché viene giudicato di qualità scadente. Perché viene ritenuto scarsamente vendibile o perché è troppo costoso da produrre. O semplicemente perché il gusto dell’editore non entra in risonanza con quel testo.
Ovviamente le caratteristiche dell’opera devono corrispondere agli interessi culturali e commerciali della casa editrice, oltre che alla sensibilità di chi legge.
Tuttavia nella miriade di sigle che affollano il panorama editoriale italiano, la possibilità che un «manoscrittaro» riceva una certa attenzione è tutt’altro che remota: in questo settore i cacciatori di talenti, che hanno l’ambizione di scoprire il prossimo mega seller o il futuro Premio Nobel, sono molto numerosi.

Dieci regole per scrivere un noir

(di Luca Crovi)

Elmore Leonard nel 2010, sollecitato dal «Guardian», pubblicò alcuni consigli di scrittura per i suoi lettori, imbastendo le seguenti dieci regole:
1) Mai iniziare un libro parlando del tempo. Se è solo per creare atmosfera, e non una reazione del personaggio alle condizioni climatiche, non andrai molto lontano. Il lettore è pronto a saltare le pagine per cercare le persone. Ci sono alcune eccezioni. Se ti capita di essere Barry Lopez, che conosce più modi di un eschimese per descrivere il ghiaccio e la neve nel suo Sogni artici, allora puoi fare tutti i bollettini meteo che vuoi.
2) Evita i prologhi: possono irritare, soprattutto quelli che seguono un’introduzione che viene dopo una prefazione. Queste sono cose che di solito si trovano nella saggistica. In un romanzo, un prologo è un antefatto, e puoi metterlo dove ti pare. C’è un prologo in Quel fantastico giovedì di Steinbeck, ma va bene perché lì c’è un personaggio che centra esattamente ciò di cui parlo in queste regole. Dice: «Mi piacciono i dialoghi in un libro, e non mi piace che qualcuno mi dica com’è il tizio che parla. Voglio immaginarmelo dal modo in cui parla».
3) Nei dialoghi non usare altri verbi tranne «disse». La battuta appartiene al personaggio; il verbo è lo scrittore che ficca il naso. Almeno, «disse» non è invadente quanto «borbottò», «ansimò», «ammonì», «mentì». Una volta notai che Mary McCarthy aveva chiuso una battuta con «asserì» e dovetti smettere di leggere e andare a prendere un dizionario.
4) Non usare un avverbio per modificare il «disse», ammonì gravemente. Usarlo in questo modo (o in qualsiasi altro modo) è un peccato mortale. Così lo scrittore si espone troppo, usando una parola che distrae e che può interrompere il ritmo dello scambio. In uno dei miei libri si raccontava di un personaggio che era solito scrivere storie d’amore d’ambientazione storica «piene di stupri e avverbi».
5) Tieni sotto controllo i punti esclamativi. Ti è permesso di usarne non più di due o tre ogni 100.000 parole. Se poi sei incline a giocare con i punti esclamativi come Tom Wolfe, allora puoi aggiungerne a manciate.
6) Non usare mai espressioni come «improvvisamente» o «s’è scatenato l’inferno». Questa regola non richiede una spiegazione. Ho notato che gli scrittori che usano «improvvisamente» tendono ad avere meno controllo nell’uso dei punti esclamativi.
7) Usa dialetti e slang con moderazione. Una volta che cominci a compitare foneticamente le parole nei dialoghi e a riempire le pagine di apostrofi, non sarai più in grado di fermarti. Nota come Annie Proulx cattura il sapore delle sonorità del Wyoming nella sua raccolta di racconti Distanza ravvicinata.
8) Evita descrizioni dettagliate dei personaggi, come faceva Steinbeck. InColline come elefanti bianchi di Ernest Hemingway, come sono «l’americano e la ragazza che era con lui»? La ragazza «si era tolta il cappello e lo aveva messo sul tavolo». Nel racconto, questo è l’unico riferimento a una descrizione fisica.
9) Non fornire troppi dettagli descrivendo posti e cose, a meno che tu non sia Margaret Atwood e quindi in grado di dipingere con le parole. Non vuoi certo descrizioni che portino l’azione – il flusso della storia – a un punto morto…
10) Cerca di omettere le parti che i lettori tendono a saltare. Pensa a cosa salteresti leggendo un racconto: fitti paragrafi che trovi abbiano troppe parole.
Infine, dopo aver commentato sinteticamente queste regole, Elmore Leonard ha aggiunto:
In realtà, l’unica regola vera che non dimentico mai è quella di rileggere sempre le mie storie. Se mi sembrano troppo scritte e poco naturali, le riscrivo.

Tre consigli utili per scrivere meglio

(di Manatee)

In realtà, al di là della prima regola fondamentale che è quella di ESSERE VOI STESSI PERCHÉ L’INCIPIT DEVE CERCARE DI METTERE IN LUCE DA SUBITO LA VOSTRA UNICITÀ, nel presentarsi, in genere, credo si risulti più interessanti se:
1. Si evita di parlare troppo di sé (che vuol dire, nel vostro ruolo di scrittori: limitate la voce narrante a un ruolo descrittivo delle situazioni, senza eccessive riflessioni o digressioni);
2. Si cerca di parlare di cose interessanti e di suscitare curiosità (che vuol dire poi far entrare subito il lettore nel vivo della vostra storia).
Infine e più in generale: se valeva per Flaubert, il motto «Madame Bovary c’est moi» può valere anche per voi: individuate il vostro protagonista e fatelo agire da subito al vostro posto.
La sua forza, la sua originalità, il suo mondo etico e simbolico sono i migliori passepartout che avete per arrivare al cuore e all’immaginazione del vostro potenziale lettore. Affidatevi al vostro protagonista, chiunque egli o ella sia, e lasciate che le presentazioni le faccia lui. Non vi tradirà.

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