Gobba a ponente, luna crescente

Racconto pubblicato suEFP-Fanfiction.

♣ Le falene

Alla luce opaca del crepuscolo il bosco sembrava inghiottire la strada di terra battuta, che svaniva nell’oscurità densa come fumo.

Monica stringeva forte le redini di Castore e Polluce che da molte miglia tiravano fedeli il suo carrozzone. Era indecisa se proseguire o accamparsi per la notte, con Carmilla che dormiva nel retro come solo una bambina di otto anni sa dormire.

In un impeto di temerarietà spronò i cavalli. Se non ricordava male, il bosco straordinariamente fitto di Striscialacqua era molto piccolo, tanto che i due villaggi che ne contendevano l’usufrutto non riuscivano a mettersi d’accordo su come dividerselo. Ne sarebbero uscite presto e ad attenderle ci sarebbe stata la Luna.

Lo scalpiccio degli zoccoli e il rumore delle ruote sulla terra compatta sembravano perdersi nel vuoto, assieme ai versi degli animali notturni che uscivano dalle tane in cerca di cibo.

A dire la verità, Monica si sentiva più al sicuro in quel bosco nero che fuori. All’esterno c’erano le persone, il denaro, gli spettacoli che diventavano sempre più miseri, la vernice rossa del carrozzone troppo scrostata e sempre meno denaro, Carmilla sempre più triste. Forse avrebbero dovuto chiedere ospitalità al popolo fatato e restare dentro quel bosco per sempre. L’indomani mattina, però, sarebbero arrivati i contadini a pascolare i maiali e la quiete della notte sarebbe stata solo un vago ricordo.

Meglio proseguire, si diceva, trovare un posto dove accamparsi per la notte e alle prime luci raggiungere il villaggio di Cantarana.

Rimboccò le coperte a Carmilla e si strinse nel mantello. Castore e Polluce procedevano cauti senza che lei dovesse guidarli. La strada era ben tenuta e il carretto dondolava tanto dolcemente che Monica chiuse gli occhi. Solo per un attimo. Si riscosse di colpo e si accorse di avere sonno. Sentiva le palpebre pesanti e lasciò che si chiudessero, di nuovo, solo per un attimo. Indugiò nell’oblio incantato che precede il sonno e le si presentò alla mente un sogno tanto meraviglioso che non ebbe il coraggio di spezzarlo.

Si svegliò di soprassalto un paio d’ore prima dell’alba. Stropicciò gli occhi ancora assonnati, passò una mano tra i capelli più crespi del solito e si guardò attorno constatando che i suoi bravi cavalli avevano tirato il carrozzone fuori del bosco e si erano fermati lungo la strada deserta. Imprecando sottovoce per essersi addormentata stava per scendere a sganciare i finimenti di Castore e Polluce quando, spinta da una strana sensazione, guardò nel retro per controllare Carmilla.

Si congelò a metà di un respiro, i brividi che le correvano incontrollati lungo la schiena. Il volto della bambina era completamente coperto di falene bianche che sbattevano debolmente le ali in una danza segreta.

Quando riuscì a riprendere il controllo del proprio corpo iniziò a cacciarle con gesti isterici e scosse Carmilla che non accennava a svegliarsi.

Continuò a scuoterla singhiozzando, preda di un terrore sconosciuto, ma la bambina rimaneva addormentata con una strana espressione sul viso, la bocca contratta in un sorriso storto e gli occhi che sognavano con intensità. Monica la prese tra le braccia, la strinse al petto e senza sapere cosa fare iniziò a cullarla canticchiando un’antica nenia che aveva rincuorato molte generazioni di piccoli girovaghi.

Continuò così, ignara del tempo che passava, mentre i cavalli sbuffavano emettendo fiato bianco nell’aria fredda che precede l’alba.

Fu solo quando il sole fece capolino all’orizzonte che la bambina sbatté gli occhi e agitò le braccia sottili per stiracchiarsi. Allora, nonostante il sollievo, Monica notò che i capelli di sua figlia erano diventati di un biondo chiaro che nella sua famiglia non si era mai visto e i suoi occhi sembravano sbiaditi.

Le passò una mano sulla fronte per sentire se avesse la febbre, ma la pelle era molto fresca.

Monica si rilassò. Probabilmente era solo stanca e aveva fatto lavorare troppo l’immaginazione. Carmilla stava bene, non aveva la febbre ed era sveglia.

– Ho fatto un sogno strano, mamma – le disse.

– Che cosa hai sognato, piccì? – chiese lei di rimando, la voce sottile.

Carmilla la guardò tanto intensamente quanto lo consentivano quegli occhi scoloriti, strinse le labbra in uno sforzo di concentrazione mentre la madre aspettava impaziente la risposta, poi desistette.

– Non me lo ricordo più, è volato via.

– Cosa è volato via?

– Il sogno, mamma, il sogno è volato via.

Il sole, all’orizzonte, si alzava lento in un cielo senza nubi e la luce dorata dell’aurora scaldava la pianura infrangendosi sulle rocce e gli alberi che affioravano dal terreno.

– Mi fanno male gli occhi, mamma.

Monica fissò lo sguardo sulla bambina e vide che dagli occhi le scendevano lacrime bianche come latte. Si irrigidì e iniziò a tremare. Cosa avrebbe dovuto fare? Non sapeva di nessuna malattia che facesse lacrimare latte e sua figlia aveva sempre goduto di ottima salute. La strinse forte a sé e le rimboccò le coperte fin sopra la testa. Quando se la staccò dal petto constatò con sollievo che le lacrime si erano asciugate. Fece una serie di respiri profondi e cercò di calmarsi. Doveva arrivare al più presto al villaggio e trovare un cerusico.

– Andrà tutto bene, piccì, adesso tieni gli occhi chiusi mentre la mamma ti porta al villaggio. Andrà tutto bene, non preoccuparti tesoro, ecco, bevi un po’ d’acqua ora, da brava, no, non aprire gli occhi, bevi con gli occhi chiusi che ora ripartiamo, su, non ti preoccupare…

Senza smettere di rivolgere parole tenere alla figlia amatissima salì a cassetta e spronò i cavalli stanchi e affamati.

♣ Cantarana

C’erano una trentina di case a ridosso una dell’altra, una locanda a due piani e un piccolo Tempio degli Dei, l’unica costruzione in pietra.

Appena fuori del villaggio si assiepavano i campi dai confini contorti, memori di vecchie lotte contadine e uno specchio d’acqua stagnante che ospitava una nutrita famiglia di rane mai silenziose.

Monica non si fermò ad abbeverare i cavalli e neanche a chiedere il benestare del Signore per gli spettacoli. Puntò dritto vero il Tempio pregando di trovare un cerusico onesto.

Il sacerdote che le accolse era un giovane dai capelli troppo grigi per la sua età e il volto serrato in un’espressione infelice, eppure era gentile.

Prese Carmilla dalle sue braccia e la portò in una stanzetta di medicina pulita e gremita di ampolle.

– Dovete perdonarmi, signora, ma sono solo qui. C’era un cerusico un tempo, ma ora sono io a occuparmi dei malati.

Monica annuì, la gola serrata che non lasciava uscire le parole.

Il sacerdote visitò la bambina con grande attenzione. Non aveva la febbre e non sembrava che avesse infezioni di alcun tipo.

Quando Monica gli disse delle lacrime bianche il giovane si scostò da Carmilla e per un attimo sembrò spaventato, poi annuì e portò una mano al mento accarezzandosi la barba ispida.

Aveva sentito parlare di una malattia che affliggeva i bambini e che li rendeva refrattari alla luce del sole. Questi bambini, a volte, piangevano lacrime bianche come latte. Prescrisse una dieta il più ricca possibile di carne rossa e tanto latte addolcito col miele, si raccomandò di evitare il più possibile il contatto diretto con la luce del sole e consigliò molto sonno ristoratore.

– Grazie, grazie molte Maestro – fece lei accomiatandosi – vi siamo debitrici, grazie infinite, grazie…

Quando calò la notte Carmilla parve riprendere vita e giocò saltellando senza posa nel boschetto di pioppi dove avevano allestito il campo.

Nei giorni seguenti Monica ottenne dal Signore di Cantarana il permesso di allestire spettacoli e conobbe tutti gli abitanti del villaggio. La locandiera dellaRana Verde era al settimo cielo e le aveva promesso un pasto caldo dopo ogni spettacolo. Le comari già parlottavano delle due girovaghe arrivate col carrozzone rosso e i contadini delle fattorie vicine aspettavano impazienti la loro prima esibizione.

La quarta sera dal loro arrivo Monica decise di andare in scena. Carmilla si era completamente rimessa e nonostante passasse le giornate a sonnecchiare, col tramonto si risvegliava e passava ore intere a danzare per la Luna.

La gente del villaggio accorse numerosa allo spettacolo e Carmilla li deliziò con balzi mozzafiato e giochi di agilità. Monica guardava raggiante la figlia e l’accompagnava con l’arpa e il tamburello, il flauto e il canto.

Il cappello delle offerte era pieno delle monete povere dei contadini ma a spettacolo concluso, in mezzo alle monete di rame Monica trovò uno scudo d’argento. Persino il Signore di Cantarana era venuto a omaggiarle.

Con il passare delle settimane i capelli di Carmilla continuavano a schiarirsi. Dormiva tutto il giorno e passava la notte scorrazzando in giro per il villaggio, il boschetto di pioppi e chissà quali altri posti.

Gli spettacoli andavano a gonfie vele e i viaggiatori di passaggio si fermavano per assistere alle loro esibizioni. Carmilla era sempre più agile, i balzi sempre più elaborati.

Sta semplicemente crescendo, si diceva Monica per scacciare dalla mente i brutti presentimenti. Succede a tutte le bambine, pensava. Eppure sussultava quando le comari del villaggio si complimentavano con Carmilla e le stringevano le piccole mani con affetto vorace. I loro occhi avevano una luce ansiosa che la spaventava, ma il cappello delle offerte era sempre pieno e le audaci rassicurazioni del giovane sacerdote sembravano capaci di difenderle da ogni male.

♣ Niviano

Era stato in una notte di luna crescente che Carmilla aveva conosciuto il suo primo, vero amico.

Come ogni sera aveva aiutato sua madre a smontare la scena, le aveva schioccato un bacio sulla guancia ed era corsa fuori dal carrozzone. Aveva superato in fretta il bosco di pioppi e mossa da un impeto avventuriero aveva continuato a correre senza meta.

Il cielo era terso quando si era fermata a riprendere fiato, le stelle alte nel cielo nero. Si era guardata attorno e aveva visto che di fronte a lei c’era un querceto fitto e buio, certamente quello che aveva attraversato con sua madre per arrivare a Cantarana.

Aveva sorriso e si era gettata nel folto del bosco schivando rami e arbusti, veloce come un pipistrello, correndo fin dove la luce delle stelle non riusciva a entrare.

Allora aveva iniziato ad arrampicarsi sull’albero più alto. Le sue dita aderivano alle fessure della corteccia mentre saliva agile tra un ramo e l’altro, issandosi e dondolando per trovare un appiglio migliore. In un battito di ciglia era in cima e fissava la Luna. Le sembrava di poter volare da un albero all’altro, se solo avesse tentato il balzo. Aveva contratto i muscoli pronta a spiccare il volo, ma un brivido di paura le aveva ricordato che non sapeva volare.

Presto, si diceva Carmilla, presto volerò tra gli alberi, correndo sui raggi d’argento della Luna.

Stava per scendere e tornare indietro, di modo che il sorgere del sole non l’acchiappasse a mezza via, quando aveva scorto tra le foglie una figura pallida che la fissava con occhi di fuoco.

Aveva avuto paura solo per un attimo, poi aveva visto che la Luna le sorrideva e si era subito tranquillizzata.

– Ciao – aveva salutato con una vocina esile – Sono Carmilla.

La figura bianca non le aveva risposto, continuava a guardarla dolcemente senza emettere un suono, così era stata la Luna a sussurrarle un nome per il suo nuovo amico.

Niviano viveva nel bosco, tutto solo in compagnia dei gufi.

Non appena gli spettacoli finivano la bambina correva nel querceto, fischiava le loro note segrete e lui volava giù dagli alberi per salutarla.

Non ne poteva parlare con nessuno ma non le dispiaceva. Sentiva, in cuor suo, che quel legame doveva rimanere segreto. Riusciva a immaginare molto chiaramente come avrebbe reagito sua madre alla vista del suo nuovo amico. Avrebbe iniziato a strillare, se non fosse svenuta per la paura. Poi tutti gli avrebbero dato la caccia fino a stanarlo e ucciderlo. Avrebbero bruciato il suo corpo bellissimo e sepolto le ceneri in una fossa profonda.

Quindi non ne parlò con nessuno: era il suo segreto, custodito gelosamente sulle labbra sigillate.

Niviano non poteva parlare il linguaggio degli umani, dal momento che non aveva una bocca umana, però capiva tutto quello che Carmilla gli diceva.

Senza preoccuparsi troppo dei problemi linguistici, i due amici avevano instaurato un rapporto basato poco sul dialogo e molto sull’azione.

Quella notte Carmilla moriva dalla voglia di giocare. Si era svegliata al tramonto con una sensazione d’attesa che non le permetteva di stare ferma. Esibirsi sul palco era stato un sollievo per i muscoli contratti e l’animo straripante.

Non appena sua madre si era coricata la bambina l’aveva baciata ed era corsa fuori senza fermarsi fino al folto del bosco di Striscialacqua. Allora aveva portato le mani alla bocca e fischiato le note segrete, saltellando impaziente mentre aspettava che il suo amico si facesse vedere.

Passò un tempo più lungo del solito, ma Niviano volò giù dal suo albero preferito e la salutò muovendo il capo. Lei corse ad abbracciarlo poi si ritrasse, in attesa, con un sorriso furbo stampato sulle labbra.

Quando Niviano chiuse gli occhi e appoggiò la fronte all’albero vicino, Carmilla emise un gridolino estasiato e corse a nascondersi.

Tutte le volte l’amico la trovava quasi subito ma il gioco la divertiva comunque.

Quella notte s’infilò in un cespuglio fitto, le spine sottili che le grattavano il vestito. Tutto era silenzioso, sentiva solo il proprio respiro e il cuore che martellava per la corsa. Il canto di un gufo la spaventò un pochino ma non mosse neanche un muscolo. I minuti passavano e lui non arrivava. Stava migliorando! Spinta dall’audacia sbirciò fuori del suo nascondiglio, emerse dal cespuglio e si lanciò di corsa verso l’albero-tana. Neanche a metà strada Niviano piombò giù da un ramo e le toccò la spalla.

– Beh – bofonchiò – almeno ci ho provato.

Lui non poteva risponderle, ma si capiva che stava sorridendo. La pelle del suo volto bianco come latte, di solito abbondante e grinzosa sulle guance, era tesa in un’espressione compiaciuta. Gli occhi di brace guizzavano divertiti dal cespuglio alla bambina e le membrane fremevano tra le braccia e il torace.

– Oh, così sei fiero di me! – esclamò Carmilla – La prossima volta ti batterò.

Lui annuì dondolando su e giù e portò gli artigli alla bocca strabuzzando gli occhi.

– Non sei ancora molto bravo a mimare la risata – commentò lei poco convinta.

Tutt’a un tratto Niviano si fece serio, mosse un passo verso Carmilla e le prese la mano. La guardò negli occhi e lei capì che stava per spiegarle qualcosa di importante.

Con estrema delicatezza le passò un artiglio sul palmo e indugiò sull’attaccatura tra il pollice e l’indice finché la bambina non capì. Poi le accostò la mano al cuore, fece un segno di saluto e la lasciò sola coi suoi pensieri.

Le sembrava che il cuore dovesse scoppiarle nel petto. Pensava a Niviano, al suo cranio lucido maculato di crateri come la Luna e sorrideva, da sola nel buio.

– È proprio vero, sai? Io in fondo me l’aspettavo. Ma adesso sono più felice ancora perché lo posso vedere sulle mie mani, che sto diventando come te.

♣ La Strega Striscialacqua

La chiamavano così perché viveva in una grotta umida dietro la cascata nel querceto. Era vecchia e brutta, vestita di stracci e ali di pipistrello, sempre protetta da molti amuleti.

Al villaggio tutti sapevano chi fosse ma pochi l’avevano vista davvero.

Monica venne a sapere della strega in un giorno di sole, parlando con le comari del villaggio che sembravano particolarmente ansiose di offrirle la loro conoscenza. Dicevano che Striscialacqua fosse capace di preparare le fatture più strane e che i suoi incantesimi riuscissero sempre. Mentre parlavano le lanciavano occhiate curiose e bisbigliavano tra loro, ridacchiando complici di un gioco segreto.

Monica annuiva febbrile e ringraziava per le informazioni, ma la sua mente tornava in continuazione a quella mattina.

Carmilla era rientrata all’alba, come sempre, ma era troppo agitata e non la smetteva di rigirarsi nel letto.

Monica l’aveva abbracciata e aveva iniziato a cantarle una ninna nanna ma aveva notato, con stupore, che gli occhi della figlia avevano assunto la tonalità rossastra del mogano.

– Piccì, stai bene?

– Sì, mamma, molto bene, solo che non ho sonno.

– Chiudi gli occhietti e ti addormenterai subito.

Così fu. In pochi minuti Carmilla era scivolata nel mondo dei sogni, Monica le aveva rimboccato le coperte e aveva infilato nel giaciglio il braccio esile che continuava a scappare fuori. Aveva indugiato un attimo sulla manina pallida e l’aveva vista.

Tra il pollice e l’indice c’era una membrana sottile, di un bianco latte interrotto solo dai fili scuri delle vene.

Inghiottì l’urlo che stava per uscirle dalla gola e fece una serie di respiri profondi. Il sacerdote si era sbagliato. Sua figlia era malata. Doveva trovare qualcuno capace di curarla.

– Cerri, castagni, aceri e sorbi! – gracchiò la strega, che stava curva sul torrente – Abbiamo visite!

Carmilla teneva per mano la madre, certa che quella vecchia strega avrebbe causato solo guai.

Monica si muoveva agile costeggiando il torrente, da una parte la bambina e dall’altra un galletto ruspante ancora vivo, che starnazzava dimenandosi nella sacca di cui era prigioniero.

– Omaggi, Signora Striscialacqua! – fece Monica, cercando di apparire più cordiale di quanto non si sentisse in realtà.

La vecchia alzò solo allora la testa mostrando una faccia rugosa stirata in un sorriso gentile:- Venite, care – le invitò – Stavo cercando un bel pesce per pranzo ma oggi scappano tutti. Cosa mi avete portato, eh? Un bel galletto, sì?

Carmilla aveva sonno e le lacrimavano gli occhi, così seguì senza far storie la madre e la strega nella caverna buia dietro la cascata.

Non appena vi misero piede il galletto si zittì.

– Venite, venite, qui è troppo umido, credevate che vivessi proprio dietro la cascata, eh? Che fossi completamente rimbambita, eh? – ridacchiò – Invece no, seguitemi, vi porto dentro la collina, sì?

Monica avanzava a tentoni ma Carmilla vedeva benissimo in quell’oscurità, molto meglio che alla luce del sole. Avevano superato la prima caverna fradicia d’acqua e si stavano inoltrando in una serie di cunicoli sempre più asciutti fino a giungere in una saletta piccola e ingombra di oggetti. Sembrava che la vecchia avesse saccheggiato molte case diverse portando nella sua tana tavoli e credenze, madie e bauli, tutti coperti di ampolle, boccette, libri, strumenti arcani e scheletri di ogni tipo.

– Eccoci arrivate, mie care, accomodatevi!

In un attimo aveva acceso un paio di candele e approntato due sedie scalcagnate. Madre e figlia sedettero circospette, torcendosi nervosamente le mani in grembo.

– Allora, che cosa vi ha portate da me, belle fanciulle?

I sensi della bambina erano perfettamente svegli, ora, pungolati da una sensazione d’angoscia. Lo sguardo correva da un angolo all’altro della stanza. Notò subito che il cunicolo proseguiva per chissà quanto nella montagna, ma c’era anche un’altra apertura, più piccola e nascosta da un telo lurido.

Gli insetti strisciavano sulle pareti. Carmilla li ascoltava e sapeva quello che si dicevano. “Striscialacqua ha una preda fresca” bisbigliavano. “Ci lascerà le ossa da spolpare” speravano. A tratti la guardavano e ridevano.

– Mamma, andiamo via – implorò.

Monica la guardò seria.

Cercava di farle capire che l’amava, questo Carmilla lo sapeva. Sapeva anche che sua madre si preoccupava per lei e voleva solo il suo bene, eppure la bambina era in qualche modo certa che chiedere aiuto alla strega fosse stata una pessima idea e non si sarebbe stancata di ripeterlo.

– Perché non mi ascolti? È tutto il giorno che mi guardi a quel modo, ma io non sono malata! Voglio andare via, mamma, ti prego!

– Adesso basta, piccì. Sei scortese.

La vecchia annuiva dondolando avanti e indietro:- Così la piccola è malata, pensa la madre. La bambina invece no, è vero?

Nessuno le rispose, così continuò a dondolare:- Piange lacrime di latte questa bambina e ha membrane nelle mani, è vero? – chiese.

Monica l’ascoltava rapita, la speranza che tornava ad animarle il corpo. Porse alla strega il sacco col galletto, ormai silenzioso da molto tempo, supplicandola di guarire sua figlia.

Gli occhi di Striscialacqua erano come la cascata all’esterno della grotta, sempre in movimento.

– La vostra figliola non è malata – sentenziò afferrando il sacco e sbattendolo violentemente contro il tavolo. Estrasse il galletto morto e lo mise da parte.

Monica la fissava in silenzio, senza capire. Carmilla aveva paura. La strega sapeva ogni cosa ma lei non era ancora pronta! Aveva calcolato di avere qualche giorno per fuggire nei boschi, ma sua madre l’aveva trascinata da quella strega che era probabilmente l’unica persona in tutto il regno a sapere. Lo leggeva in quegli occhi cattivi, duri nonostante il sorriso.

– Visto? Sto bene, andiamo! – fece Carmilla e iniziò a tirare la veste della madre.

– Milla, basta! Vi chiedo scusa, Venerabile, non so davvero perché si comporti in questo modo.

– Io sì – sentenziò la strega dando voce alle più oscure paure di Carmilla.

Avrebbe svelato il suo segreto e tutto sarebbe finito.

– Vi dirò ogni cosa, mia cara, non dovete preoccuparvi per la vostra bambina. Venite con me, seguitemi nell’altra stanza. Tu piccolina starai qui buona buona, quieta quieta, è vero?

– Mamma, non andare – implorò Carmilla, ma restò incollata alla sua sedia, impotente, mentre sua madre si alzava e seguiva la strega nell’oscurità dei cunicoli.

Non appena svanì lo scalpiccio di passi e il silenzio fu assoluto, Carmilla si alzò e si avvicinò al buco coperto dal telo. Scostò la tenda e infilò dentro un piede, un altro, lasciò che il telo ricadesse dietro di lei.

Dapprincipio era accecata dalla luce delle candele che ardevano nella stanza accanto, ma presto iniziò a vedere che la sala era piccola e ingombra di gabbie. Molte erano vuote, altre ospitavano degli scheletri bianchissimi che ancora artigliavano le sbarre di ferro. Avanzò in punta di piedi, trattenendo il respiro, finché scorse dentro una gabbia una figura rattrappita che si contorceva in silenzio, la pelle bianca lacerata in molti punti, le membrane squarciate.

Sentì un rumore sopra la sua testa e volse di scatto lo sguardo al soffitto. Appesi alle stalattiti, gli artigli inferiori incatenati alla roccia, l’osservavano attentamente delle figure bianco latte dagli occhi di brace, avvolte nelle ali candide di pipistrello.

– Niviano? – sussurrò Carmilla.

L’unica risposta fu il fremere lieve delle membrane.

– Chi siete? – chiese, e quasi le mancò la voce.

Uno di loro iniziò a dimenarsi furiosamente.

Carmilla non si fece impressionare e gli si avvicinò. Notò che era un po’ diverso da Niviano, le macchie nere sul suo cranio erano più larghe e gli occhi di un rosso meno acceso. A prima vista non sembrava ferito. Fece ancora un passo nella sua direzione e questi si ritrasse spaventato. Allora la bambina allungò la mano aperta a mostrargli che non aveva niente da temere, perché anche lei sarebbe presto stata capace di volare sui raggi di luna.

Il pipistrello iniziò a scuotere il capo violentemente, gli occhi sgranati. Allungò un artiglio e la spinse, cercò di graffiarla ma Carmilla si accorse che al posto delle unghie nere e lucide, taglienti come coltelli, rimanevano solo le dita tranciate.

Il mondo sembrò franare sotto i suoi piedi quando finalmente capì. Si lanciò verso la porta segreta con tutta la forza che aveva in corpo ma finì dritta tra le braccia di Striscialacqua.

Gridò, chiamò sua madre, implorò la strega di fargliela vedere e la minacciò in tutti i modi che conosceva. La vecchia, imperturbabile, le legava polsi e caviglie.

Quando ebbe finito sorrise:- Cara piccola bambina, la tua mamma aveva sonno e sta schiacciando un pisolino. Si è fatto tardi, vuoi qualcosa da mangiare, sì? – chiese avvicinandosi al pollo.

Carmilla pianse. Era preoccupata per sua madre e non riusciva a trovare un modo per salvarla. Stava iniziando di nuovo a gridare quando nella stanza, gocciolante dell’acqua della cascata, entrò Niviano.

La bambina sobbalzò di sollievo ma tornò subito lucida:- Scappa! – gridò – Ti ucciderà!

Il suo amico restava fermo, per nulla spaventato. Striscialacqua non tentò di catturarlo, invece versò del sangue grumoso in una scodella e gliela avvicinò. Niviano si chinò e bevve avidamente.

– Si è innamorato subito di te, sai? – gracchiò la vecchia.

Carmilla la guardava senza capire.

– È stato il mio figliolo che ha chiesto alla Luna di abbracciarti, non l’avevi capito? – rise. – Ora però sarà meglio che trovi un altro compagno di giochi – aggiunse guardando Niviano con un’espressione di affettuoso rimprovero sul volto.

La ciotola era vuota, il viso di Niviano imbrattato di sangue mentre si portava gli artigli alla bocca e strabuzzava gli occhi rossi sobbalzando lievemente. Rideva.

– Voglio vedere mia madre – disse la bambina con una voce esile ma tagliente nonostante il terrore.

La vecchia scheletrica si fermò, lo sguardo liquido fisso su di lei.

– Non puoi, piccola cara – disse costringendo il viso in una smorfia compassionevole – tua madre sta già tornando al villaggio e ti ha lasciata qui con me.

♣ Il villaggio

Monica aprì gli occhi e si rese conto di essere sdraiata su un letto, circondata da donne.

– Si è svegliata! – bisbigliavano.

Sui loro volti aleggiava una pietà mal disegnata.

– Guardala, povera piccola, non ricorda!

Era stordita, non riusciva a capire.

– È successo anche a me, non avere paura – le dicevano.

Dalla finestra aperta entrava una luce dorata.

– È mattina – chiese. E ricordò la notte.

Guardava i volti assiepati attorno a lei e sapeva con assoluta certezza che non era stato un incubo. Che la strega l’aveva avvelenata e in qualche modo trasportata fino al villaggio, da sola.

– La mia bambina – bisbigliò.

Una donna più vecchia delle altre si fece largo e raggiunse il suo capezzale. Quando le prese la mano Monica ebbe un brivido di disgusto ma non la ritrasse.

– Non è più la tua bambina, cara – disse. – È stata presa dalla Luna ed è figlia sua, ora.

Il cuore sembrava esploderle nel petto, non riusciva a capire quello che le dicevano ma decise che non sarebbe rimasta in quel letto un secondo di più. Doveva tornare nel bosco.

Fece per alzarsi ma ricadde distesa. I polsi e le caviglie erano bloccati da sottili fasce di cuoio.

La sua mente venne attraversata da un lampo rosso che dilagò sottraendole ogni capacità di riflettere e inondandola di una furia animale.

Il suo corpo venne scosso da tremiti convulsi mentre urlava parole inumane.

Aprì gli occhi e ricordò. L’avevano drogata, di nuovo. Era ancora legata ma le donne erano scomparse. Restava solo la vecchia e accanto a lei il Signore di Cantarana.

– Rimanete calma per un attimo. Dobbiamo spiegarvi alcune cose – disse lui.

Monica chiuse gli occhi. Doveva essere un incubo.

– La mia bambina! – gridò. – Carmilla! Devo tornare a prenderla, non capite? È rimasta con la strega!

La vecchia si passò le mani sugli occhi secchi:- La strega si occuperà di Carmilla, cara, come si occupa di tutti i figli della Luna.

– I nostri figli – concluse il Signore con voce grave.

Monica non riusciva a capire che cosa stessero dicendo, perché la tenessero legata, perché non volessero salvare la sua bambina.

– Il sacerdote dice che sta bene – biascicò, senza motivo.

– È stato lui ad avvertirci. Sin dal giorno in cui siete arrivate sapevamo che tua figlia era stata presa. Già allora non c’era più nulla da fare – disse la vecchia con una voce troppo melodiosa.

– Tu menti, vecchia! – cercò di gridare, ma le uscì solo un singhiozzo. – Le donne mi hanno detto che la strega poteva curare ogni male.

– Le donne ti hanno mandato dalla strega perché prendesse Carmilla, perché iniziavano a vedersi le membrane.

– E con questo? – chiese Monica, le forze che le venivano meno.

Il Signore di Cantarana si alzò oscurando il sole:- L’Ecclesia brucerebbe l’intero villaggio se scoprisse quello che accade ai nostri figli.

– Nessuno dovrà mai sapere dell’esistenza dei figli della Luna, capisci? – chiese la vecchia torcendole una spalla.

– Anni orsono abbiamo stretto un patto con Striscialacqua – continuò il Signore – concedendole di vivere nel bosco se si fosse presa cura dei ragazzi, tenendoli nascosti agli occhi del regno.

– Avete sacrificato i vostri figli – sibilò Monica, lacerata finalmente dalla comprensione – e volete che anch’io sacrifichi Carmilla, ma vi sbagliate. Io tornerò a salvarla.

– Non saresti la prima a tentare – fece la vecchia chinando il capo. – Io aspettai che mi slegassero, lasciai passare un paio di giorni e nottetempo corsi nel bosco. Qui trovai una figura bianca come il latte, gli occhi rossi di fuoco e grandi ali di pipistrello. Pensai che fosse la mia Marica, ma mi sbagliavo. Era un suo amico, però, o almeno così credevo. Lo seguii nell’antro della strega certa che mi avrebbe aiutato a liberarla. La vidi, sai, un’ultima volta. Poi la strega la trafisse con una lama e mi lanciò un incantesimo. Mi risvegliai nel letto in cui ti trovi tu ora.

– Fa parte del patto – spiegò il Signore, gelido. – Chi di loro tenta la fuga, trova la morte.

– Preferisco così, sai? È meglio saperla morta, perché ciò che ho visto in quelle grotte non era… non era…

– Basta, vecchia, abbiamo deciso tempo addietro e non torneremo a discuterne ancora. Tu parli così perché hai causato la morte di tua figlia. Altrimenti saresti ben felice di saperla viva.

Monica non li ascoltava più, aveva sentito tutto quello che doveva sentire. Si abbandonò contro i cuscini e attese, paziente, la notte.

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