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Ibrido

Racconto vincitore della seconda selezione Effemme e pubblicato sul quinto numero della rivista (curata da Fantasy Magazine Italia).

***

È vero senza menzogna, certo e verissimo.

Ciò che è in basso è come ciò che è in alto…

Sembrava che danzasse. I singhiozzi la scuotevano in movenze disarticolate, al ritmo assordante del suo cuore. Le mani artigliavano i capelli corvini. Si avvicinava allo specchio imponente, si ritraeva.

Quando i singhiozzi passarono, lasciandola preda del silenzio, alzò lo sguardo a cercare la propria immagine riflessa e sorrise, triste.

– Presto saremo insieme – disse tendendo una mano.

La fata mosca, ancorata con i piccoli artigli alla sua spalla, allungò a sua volta il braccio. Con una vocina biascicante intonò un lamento d’amore.

Il canto risuonava nel salone producendo un’eco stridente. Raschiava sui marmi del pavimento e sul legno centenario delle librerie, spegnendosi negli angoli più bui, dove si nascondevano i topi.

Lara si strappò la fata dalla spalla e la fissò con odio. Poi, ricomponendosi, la lasciò cadere a terra e fissò lo sguardo sullo specchio.

– Ama solo te, questa piccola creatura ingrata. Sai perché?

Il suo riflesso rimaneva immobile, inespressivo.

– Perché io non sono niente – disse. – Non sono altro che il desiderio di te, il tuo negativo impotente. Per questo Dolore ama solo te, mio dolcissimo mostro.

La fata era lunga quanto l’indice della mano di un bambino e nera come la pece. Le ali erano sottili e rigide come quelle di una mosca e in quel momento erano raccolte sulla schiena mentre avanzava piano verso lo specchio, adorante.

Il riflesso di Lara l’accolse schiudendo la bocca in una risata e un fiotto di sangue si riversò sul pavimento. Gli occhi ciechi si muovevano frenetici.

– Sì, piccolo Dolore, torna da me – disse ridendo. Si leccò le labbra:- Mi sei mancato tanto.

Quando la fata toccò la superficie fredda del vetro il suo esoscheletro divenne lucido e le ali presero a muoversi in una danza frenetica.

– Presto saremo insieme – disse Lara, infastidita – e potrete unirvi di nuovo.

– Sì, sì – friniva la fata.

Lara riacquistò il controllo dei propri muscoli e si mosse decisa verso Dolore. L’afferrò saldamente e fece per uscire a grandi passi dal salone. Arrivata alla porta si voltò a fissare lo specchio. Il suo riflesso le sorrideva, avvolto in una nube di fate mosche che gli sciamavano intorno. Lara depose Dolore nell’incavo dei seni, sorrise al suo riflesso, gli soffiò un bacio affettuoso e uscì dalla stanza.

***

Era una bambina di cinque anni quando aveva visto il suo doppio per la prima volta. Sognava di trovarsi nel salone dello zio, grande e buio, dominato da una specchiera altissima. Lara aveva i piedi scalzi e una torcia elettrica in mano. Si era avvicinata allo specchio, macchiato dagli anni e dall’umidità, e aveva iniziato lentamente a sollevare la torcia per illuminarlo.

– Non puntare la torcia nello specchio – le aveva detto lo zio, che si era materializzato sulla porta.

Lara si era voltata di scatto. Sapeva che lo zio aveva ragione, ma spinta da una volontà estranea si era volta nuovamente allo specchio e aveva sollevato la torcia a illuminare la propria immagine.

Allora l’aveva visto. L’orrore, l’incubo. Voleva scappare ma le gambe erano inchiodate al suolo, voleva chiamare aiuto ma non riusciva a gridare.

Si era svegliata nella sua cameretta dalle tende color arancio, il sole già alto in cielo, tanto terrorizzata da non riuscire a chiamare la mamma. Dalla sua gola uscivano solo dei versi strozzati.

Quando poi sua madre era arrivata e le aveva sussurrato come una nenia che era stato solo un brutto sogno, Lara era scoppiata a piangere incredula per il sollievo.

Per mesi aveva accuratamente evitato gli specchi. Se doveva proprio passarci davanti si abbassava avanzando carponi piuttosto che rischiare di vedere la propria immagine riflessa.

Dopo qualche tempo sua madre decise di intervenire.

– Lara, amore mio, devi affrontare le tue paure – aveva detto. Poi, senza ammettere repliche, l’aveva presa per mano e condotta in camera da letto. La bambina sudava freddo e tremava. La specchiera di sua madre non assomigliava affatto a quella dello zio, però era grande.

– Mamma, ho paura, possiamo farlo domani? – chiese con voce strozzata.

Sua madre allora l’aveva presa in braccio e le aveva sorriso come quando si prefiggeva un compito importante.

– Facciamolo adesso – le disse. – Così ci togliamo il pensiero, giusto? Prendiamo a calci la paura!

Lara acconsentì, riluttante.

La manina stretta in quella della madre, camminò a occhi chiusi fino alla specchiera.

– Bravissima, ora apri gli occhi tesoro, vedrai che nello specchio ci siamo solo io, te e il lettone.

Lara aprì gli occhi.

Impiegò un attimo a orientarsi nella visione. Lo specchio rifletteva l’immagine di sua madre esattamente com’era nel mondo reale, ma la camera da letto dai colori vivaci era stata spazzata via da un’immensa distesa erbosa lacerata da torrenti che scendevano da un monte altissimo e ripido, come una torre.

Per quanto freneticamente spostasse lo sguardo non trovò subito la sua immagine riflessa. La paura strisciava lungo le sue gambe minacciando di farla crollare al suolo quando individuò una piccola figura vicino alla montagna. Correva, velocissima, verso di lei.

Lara voleva scappare, sentiva di doversi allontanare prima che la raggiungesse, ma le gambe non si muovevano. Nel tempo che il suo cuore impiegò a battere due volte il riflesso arrivò di fronte a lei. Lara sentiva il grido montarle in gola ma non riusciva a muovere nemmeno un muscolo. Anche gli occhi erano inchiodati allo specchio.

Il suo riflesso era uguale a lei. Una bambina dai capelli neri, solo che i suoi occhi sembravano biglie di vetro e si muovevano freneticamente, come se annusassero, mentre le membra scattavano in movimenti scomposti. Lara trattenne il fiato, incapace di distogliere lo sguardo. Poi il suo riflesso sorrise e dalla bocca uscì un fiotto di sangue. Molto lentamente si voltò nella sua direzione, gli occhi ciechi che scrutavano sempre più lentamente, fino a fissarsi dentro i suoi.

Lara iniziò a gridare e dimenarsi. La schiena si contorceva nelle convulsioni e gli occhi si ribaltavano dietro le palpebre. Svenne.

Allo psichiatra infantile non passò mai per la mente che Lara dicesse la verità. Con tutte le accortezze del caso le prescrisse una cura di olanzapina, un antipsicotico dai ridotti effetti collaterali che non sortì alcun effetto.

Nel giro di un paio d’anni Lara passò alla clozapina, che la ridusse a uno stato di semicoscienza in cui gli incubi vagavano indisturbati tra l’inconscio e la realtà. A dieci anni i suoi genitori la ricoverarono in un centro di salute mentale.

In quei lunghi anni solitari, in cui la sua povera mente in formazione non riusciva a capire perché i suoi genitori non le credessero, sviluppò con l’idea del suo riflesso una forma di solidarietà.

– Io lo so che esisti veramente – sussurrava nella notte, quando gli incubi erano più reali che mai.

– Io lo so, sono dalla tua parte, ti aiuterò – diceva. – Ti voglio bene – aggiungeva talvolta.

All’età di quindici anni fu salvata dal fratello della nonna materna, lo zio Alfonso. Quando riuscì a ristabilire un contatto col mondo Lara scoprì che lo zio aveva lottato per anni al fine di ottenere la sua custodia legale. Quando aveva vinto, grazie al suo costosissimo avvocato e al crollo nervoso della madre di Lara, era andato dritto al centro e aveva portato la ragazzina a casa sua, in collina.

Era una villa enorme e antica, circondata da un parco che somigliava a un bosco. C’era odore di bosco anche dentro la casa. L’umidità muscosa entrava dagli spifferi delle finestre e impregnava l’aria di un odore dolciastro.

Lara rimase convalescente per alcuni mesi, costretta a letto a causa della debolezza che i farmaci le avevano lasciato in eredità, i muscoli che sembravano sciolti e impotenti sotto la pelle tesa.

Era perfettamente accudita e nutrita dai domestici silenziosi. Presto riuscì a ingerire cibo solido e le tornò l’appetito. Amava stare sotto la doccia bollente e non appena riuscì a reggersi in piedi iniziò a passeggiare nel parco. Evitava il salone, naturalmente, e quando il suo sguardo per sbaglio incrociava uno specchio lei subito lo distoglieva, sopportando senza lamentarsi il senso di vertigine e cercando d’ignorare la paura. Se lasciava che la sua mente indugiasse nei ricordi, se perdeva il controllo anche solo per un attimo, sentiva il terrore inondarla come un fiume in piena. Quindi cercava di mangiare quanti più dolci allo zenzero possibili, di passeggiare in mezzo al boschetto girando alla larga dagli specchi d’acqua e di conversare con lo zio davanti al caminetto della cucina. Eresse un muro di solida pietra tra sé e il Mondo Specchio.

La vita scorreva lenta, accompagnata dalle sinfonie di Beethoven, finché il suo muro non crollò.

Aveva mangiato un’ottima bistecca di castrato con insalata di mele verdi e noci, guardando fuori dalla finestra la giornata che volgeva al crepuscolo. Quando il vetro iniziò a riflettere l’interno della stanza illuminata, Lara distolse lo sguardo e si alzò, salda sulle gambe, per raggiungere lo zio davanti al caminetto. La cucina era la stanza più calda della casa, perciò vi passava gran parte delle sue giornate.

Andò ad accoccolarsi sulla sua poltrona rossa e fissò le fiamme che lambivano il legno. Ogni tanto uno scoppiettio accompagnava le faville verso l’alto, poi il fuoco tornava quieto al suo lavorio.

– Zio, mi piacerebbe imparare a leggere – disse d’un fiato.

Provava un imbarazzo bruciante per la sua condizione analfabeta, ma vide con sollievo che lo zio Alfonso sollevava il capo dal grosso libro che teneva in grembo e le sorrideva, rassicurante come sempre.

– Ho già assunto un insegnante privato, aspetta solo di iniziare. È un giovane filosofo specializzato nelle discipline orientali, se vorrai ti insegnerà anche lo yoga.

Lara sorrise un ringraziamento silenzioso.

– Hai molto da recuperare, temo che non farai in tempo a frequentare il liceo, ma quando ti sentirai pronta potrai iscriverti all’università – disse. Poi, con un guizzo degli occhi, aggiunse:- Bada che mi aspetto che tu lo faccia e che porti a casa degli ottimi voti, anche.

Lara rise, imbarazzata ma non più vergognosa:- Sarà fatto, zio, grazie.

Aveva dei seri dubbi riguardo le sue abilità scolastiche, considerando che non aveva mai frequentato le elementari, ma la sicurezza dello zio le dava coraggio. Non pensava davvero che si sarebbe mai iscritta all’università, ma era felice perché essere capace di leggere da sola un romanzo e magari ottenere il diploma ora le sembrava un traguardo raggiungibile, pur se molto ambizioso.

– Ti piacerebbe se ti raccontassi una storia, stasera? – le chiese lo zio.

Le rughe sul suo volto erano tese per l’aspettativa.

– Certo – rispose Lara.

– È la storia della nostra famiglia, probabilmente non ti piacerà – disse Alfonso.

Lara lo guardò perplessa:- Non sapevo che la nostra famiglia avesse una storia, mi farà piacere sentirla.

– Tua madre non ne sapeva nulla – iniziò Alfonso. – Per questo non ha potuto aiutarti. Sua madre non le ha mai raccontato la nostra storia – disse lo zio, con espressione rammaricata.

Quando pensava alla nonna materna Lara provava un moto di affetto. Nonna Nina era sempre stata buona con lei e non riusciva a credere che potesse nascondere alcunché.

– A dire il vero Nina ha passato tutta la vita cercando di convincersi di non conoscere la storia che voglio raccontarti – riprese lo zio. – Così non ha trasmesso la sua conoscenza, che per quanto minima ed esclusivamente teorica ti avrebbe forse risparmiato l’inferno del centro.

Lara lo fissò attentamente. Notando che lo zio si era perso nei propri pensieri, si schiarì la voce.

L’uomo sobbalzò:- Sì, ecco, dicevo che tua nonna non ha mai parlato a nessuno della nostra famiglia, un po’ perché cercava di dimenticare, un po’ perché era invidiosa della sorella, Veronica, che era una grande strega.

Il fuoco scoppiettò, divorò il legno e divenne brace mentre Alfonso raccontava dei poteri di Veronica, derivanti da un’antica genia di streghe e alchimisti che andava a ritroso nei secoli fino a perdersi nei meandri del rinascimento. Lara era sconvolta ma cercava di nasconderlo.

– Alcuni di noi hanno delle abilità particolari, come nelle fiabe in cui i personaggi hanno dei poteri magici. In occasioni molto particolari, come un rito ad esempio, riusciamo a metterci in contatto con l’essenza più intima della materia e a modificarne la sostanza. Le persone che hanno questa capacità… – lo zio s’interruppe, fissando lo sguardo sulle proprie mani.

Lara aspettava in silenzio.

– C’è uno specchio nel salone di questa casa. Molto antico, che la famiglia tramanda di generazione in generazione da molti anni. Tu l’hai visto una volta sola. Avevi cinque anni e quella notte hai avuto l’incubo. Ebbene… – s’interruppe di nuovo, questa volta cercando le parole giuste.

– Ebbene? – fece Lara, che aveva iniziato a tremare e cercava disperatamente di nasconderlo.

– Quelli di noi che sono dotati di queste abilità magiche vedono un mondo diverso oltre quello specchio. Molte persone vi sono passate davanti senza notare la minima stranezza. Agli occhi di un qualunque essere umano è uno specchio normalissimo. Ad alcuni, molto raramente, sembra d’intravedere una discrepanza ma altri si accorgono immediatamente della differenza. Forse non lo ricordi più, ma l’unica volta che i tuoi genitori ti portarono qui tu volevi giocare all’esploratore. Avevi il cappello di Indiana Jones – sorrise. – Ti perdemmo di vista un attimo e tu corresti in quella stanza come se ci fosse qualcosa ad attrarti, come se fosse destino. Non smetterò mai di rimproverarmi. Vedesti lo specchio senza essere preparata e ti spaventò a morte. Io non avevo il minimo sospetto che tu fossi una di noi, altrimenti ti avrei seguita con più attenzione, avrei insistito per vederti più spesso.

– Zio, non è stata colpa tua.

– Ti ho trovata china in un angolo, non riuscivi neanche a piangere. Tua madre ti portò via, naturalmente, e non mi permise di avvicinarti. Tuttavia io continuavo a chiamarla, quasi ogni giorno, per sapere come te la stessi cavando. Non puoi immaginare il mio stupore quando mi disse che avevi delle tremende allucinazioni di fronte a qualunque specchio.

Lara lo fissava senza espressione, lo sguardo perso nella brace ardente.

– Non sono mai stata pazza, vero zio?

– Oh, tesoro. No, non sei mai stata pazza.

– Io lo sapevo.

Il vecchio tacque per un lungo minuto, gli occhi che guardavano lontano.

– Lara – disse riscuotendosi – se me lo permetterai io stesso ti inizierò ai segreti alchemici e farò in modo che tu venga accolta in una Congrega di streghe, così che ti insegnino la magia rituale.

– Lara – ripeté. – Le tue potenzialità mi sono sconosciute. Nei secoli passati alcuni di noi avevano la facoltà di vedere il Mondo Specchio unicamente attraverso il riflesso di un artefatto alchemico, come la specchiera del salone. Tu però lo vedi in ogni superficie riflettente, è così?

– Sì – rispose Lara senza esitazione. Non aveva capito molto di quanto le aveva spiegato lo zio, ma se esisteva davvero un Mondo Specchio allora lei lo vedeva dentro ogni specchio.

– Lo immaginavo. So che ti spaventa, ma se me lo permetterai ti insegnerò ciò che è necessario ad affrontare tutto questo, e non solo.

Sembrava imbarazzato, ora, mentre prendeva tempo pulendosi gli occhiali.

– Lara – ripeté infine, per la terza volta:- Se tu lo vorrai, in conformità con la tua santa volontà noi origineremo l’Ibrido.

Lara crebbe, imparò a leggere divorando romanzi e testi esoterici di alchimia e magia cerimoniale. Imparò la filosofia e lo yoga, celebrò riti durante tutte le festività pagane e trovò delle vere amiche nella Congrega di streghe che la preparava ad assumere il suo ruolo. Durante i primi anni del suo apprendistato Lara non aveva la più pallida idea di quale fosse questo suo ruolo misterioso. Sembrava che con lei facessero tutti il gioco del silenzio. A volte riusciva a strappare qualche informazione allo zio, ma subito lui iniziava a parlare in toni estatici della fine della lunga attesa e dell’avvento dell’Ibrido. Cosa fosse esattamente l’Ibrido, Lara lo ignorava. Sapeva che aveva a che fare col Mondo Specchio e sospettava che in tutta la faccenda un ruolo chiave spettasse al suo doppio, il mostro.

Cedendo all’insistenza dello zio aveva affrontato giorno dopo giorno lo specchio del salone e con suo grande stupore ogni volta che vi si trovava davanti provava meno terrore. La distesa erbosa solcata dai torrenti le divenne familiare. Col tempo prese a entrare nel salone dello specchio anche senza lo zio. Il suo doppio si faceva vedere raramente e quando lo faceva appariva lontano, quasi all’orizzonte.

Ogni volta che lo vedeva Lara sussurrava, tremante:- Io lo so che esisti, non mi fai paura, ti puoi avvicinare.

– Ti voglio bene – aggiungeva qualche volta, come quando era una bambina spaventata.

Da un lato era grata che il suo doppio rimanesse a distanza, in fondo vedere il suo volto deformato e sanguinante la spaventava. Eppure gli anni passavano e lei si ritrovava a fantasticare di parlargli, di toccare i capelli arruffati, di baciare gli occhi ciechi. La sua mente tornava sempre più spesso al loro primo incontro, nella camera dei suoi genitori. Ricordava il battito impazzito del cuore e il terrore lungo le gambe, ma continuava a pensarci. Cercava di ricordare ogni dettaglio di quel volto sfigurato, di immaginare cosa pensasse, quali sentimenti provasse.

Una notte, all’improvviso, Lara si ritrovò a sperare che il suo riflesso l’amasse. Uscì dal letto, infilò la vestaglia e scese nel salone.

Era freddo ma se ne accorgeva a malapena.

– Sono qui – disse, davanti allo specchio. – Vieni da me.

Passò un minuto e non accadde nulla. Poi un vento fortissimo iniziò a scuotere i fili d’erba e la distesa s’inarcò in un susseguirsi di dune cangianti.

– Vieni da me – ripeté Lara, e il suo doppio arrivò.

Lara lo fissò dritto negli occhi ciechi e i suoi sospetti trovarono conferma. L’amava più di quanto amasse se stessa.

Il suo riflesso si slacciò dal giogo dei suoi movimenti, le sorrise e con voce suadente le chiese di pungersi un dito e disegnare un cerchio di sangue sullo specchio.

Lara sentì il cuore accelerare il battito.

– Perché? – chiese.

– È una sorpresa.

Mossa da una fiducia sconosciuta, Lara obbedì. Subito non accadde nulla, ma dopo un minuto il cerchio di sangue iniziò a deformarsi. Ne emerse un minuscolo braccio artigliato, poi un altro. Una piccola gamba e un paio d’ali.

Il suo riflesso era sempre circondato da un nugolo di fate mosche, ma Lara capiva che privarsi anche di una sola di loro doveva essere molto doloroso.

La piccola fata iniziò a leccare avidamente il sangue che iniziava a raggrumarsi, ma il riflesso colpì violentemente l’interno dello specchio costringendola a staccarsi dalla superficie liscia.

– Vai dalla tua nuova regina, sciocco ingrato!

Lara si avvicinò, raccolse la fata mosca in una mano e con l’altra toccò lo specchio. Il suo riflesso fece altrettanto.

– Si chiama Dolore – le disse. – Prenditi cura di lui finché non saremo di nuovo insieme.

***

… e ciò che è in alto è come ciò che è in basso:

per compiere il miracolo della Cosa Unica.

[Dalla Tavola di smeraldo di Ermete Trismegisto]

Chiudendo piano la porta del salone, Dolore aggrappato al petto, Lara si soffermò a guardare il tatuaggio all’interno del polso. Ne aveva uno gemello sull’altro braccio, due sulle spalle e sulla pianta dei piedi, uno sulla nuca. Si trattava di un intricato sistema di simboli racchiusi da un Ouroboros, il serpente che si morde la coda, simbolo della ciclicità del tutto.

– Per compiere il miracolo della Cosa Unica – sussurrò tra le labbra.

Ricordava il rituale, la Congrega disposta in circolo e lo zio nelle vesti sacerdotali. Ricordava i canti e le rune, il turibolo e l’Athamè, gli aghi che le dipingevano la pelle rendendola un pentacolo vivente. La luna la guardava sorridendo, anche lei aspettava con impazienza di ricongiungersi alla sua gemella.

Lara si riscosse, accarezzò Dolore e avanzò a grandi passi verso la Torre Ovest. Lo zio era semisepolto dai suoi tomi, come sempre, quando Lara irruppe nello studio.

– Buonasera, mia piccola Lara, sei pronta?

– Meno male, credevo che te ne fossi dimenticato, che ci fai ancora qui? – chiese lei.

– Ricontrollo i calcoli. Con la vecchiaia si diventa paranoici, sai.

– Io sono pronta, la Congrega è pronta, il mio doppio è pronto. Manchi solo tu.

– Oh, ecco, bene allora, andiamo – disse afferrando la propria veste.

Lara indossava un semplice saio nero stretto in vita da una fascia rossa, niente a che vedere con l’elaborata tunica porpora dello zio.

Scesero al pianterreno in tempo per vedere i domestici impegnati a trasportare il grande specchio dal salone alla radura nel bosco. Le streghe aspettavano appena sotto la scalinata d’ingresso reggendo ognuna un sacrificio, chi un agnello, chi un gallo. Nell’aria fredda di Samhain serpeggiava una sensazione d’attesa e gli animali erano irrequieti.

Era da molto tempo che suo zio e la Congrega preparavano quel rito. Avevano iniziato più di dieci anni prima, quando avevano saputo che era venuta al mondo una bambina capace di vedere il Mondo Specchio attraverso qualunque superficie riflettente. Negli ultimi anni originare l’Ibrido era diventata la sua unica ragione di vita, che l’aveva accompagnata nelle notti insonni e tenuta sveglia durante le eterne lezioni d’alchimia. Solo questo importava. Le ali di Dolore fremevano.

Non ci furono cenni di saluto o istruzioni dell’ultimo momento. Tutto si svolse nel silenzio più assoluto. Alfonso e Lara scesero la scalinata, raggiunsero la Congrega e si misero in testa alla processione che seguiva il grande specchio nel folto del bosco. Quando l’ebbero deposto sull’erba umida della radura i domestici si allontanarono e le streghe iniziarono a salmodiare una nenia. Lo specchio rifletteva la luna, ma agli occhi di chi sapeva guardare era evidente che non si trattava della stessa luna. Era più grande di quella che si vedeva in cielo, più luminosa.

Le novizie tracciarono un cerchio di sale attorno allo specchio e si allontanarono. Lara vi s’inginocchio accanto e vide il suo riflesso che sorrideva, impaziente, dietro allo sciame di fate mosche.

Lo zio camminava lentamente in senso orario purificando il circolo.

– Fuoco che vado creando, ti impongo questo comando, che nessun fantasma resti in tua presenza.

La Congrega aveva smesso di cantilenare e rispondeva in coro ai versi del Sacerdote.

– Per l’acqua e per il fuoco io ti evoco, che né ostilità né pensiero avverso restino in questa coppa – disse gettando acqua e sale nel bacile.

Lara si alzò in piedi e afferrò l’Athamè, il coltello rituale dal manico nero. Con l’acqua del bacile e incenso purificò la lama:- Io ti evoco, acciaio temprato – ripeté tre volte. Poi tracciò nell’aria i simboli alchemici del sale, dell’acqua, del fuoco e dell’aria.

– Tu sia benedetto, coltello dell’Arte – bisbigliò, baciando la lama affilata.

Quando il circolo fu consacrato la strega più anziana, sua maestra e amica, consegnò a Lara il suo sacrificio, un coniglio bianco dalle orecchie lunghe.

Senza esitare Lara lo sollevò sopra lo specchio e gli tagliò la gola. Non appena il sangue toccò la superficie lucida le fate mosche vi si affollarono attorno fameliche.

Lara strinse a sé il coniglio morto, lo baciò e lo consegnò alla seconda strega in cambio del sacrificio successivo. Ripeté sette volte il rituale prima di pronunciare, finalmente, la supplica.

– Io ti evoco e imploro, spirito dei due mondi, per i poteri che hanno generato i cieli, le terre e i mari; per le virtù degli astri che ruotano all’interno delle sfere celesti – si fermò e alzò lo sguardo a incontrare la luna. – Per le virtù delle piante e delle pietre, dei quattro elementi e dei quattro venti; qui, in questo luogo di sacrificio e di sangue, io ti evoco e imploro. Apri i portali dei mondi perché è vero senza menzogna, certo e verissimo. Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso: per compiere il miracolo della Cosa Unica che è l’Ibrido.

Sentiva i tatuaggi farsi di fuoco sotto la pelle. Lo specchio sembrava un lago mentre rifletteva una luna di sangue.

La Congrega iniziò a salmodiare, dapprincipio con voce flebile ma più stentorea ogni momento.

– Ibrido – sussurravano.

– Ibrido – ripetevano con più forza, dando alla voce il potere della forma sulla materia.

Lara gridava con loro, senza staccare gli occhi dallo specchio. In principio era quieto, poi sembrò ribollire. Dal sangue emersero le fate mosche che sbattevano freneticamente le ali fradice. Cozzavano l’una contro l’altra, cercando di uscire e allo stesso tempo di bere il più possibile per saziarsi.

Il coro aveva preso un tono concitato che divenne isterico quando la superficie di sangue si spezzò ed emerse il mostro. Il doppio di Lara squarciò il velo dei mondi, grondante. Gli occhi vitrei erano spalancati e vagavano sulla radura.

Lara era scossa dai brividi, il suo corpo stremato. Attorno a lei avvertiva solo un vorticare denso d’energia, non riusciva più a distinguere le forme dei corpi. Pensò di svenire e sentì che le gambe le venivano meno, ma non cadde. Rapido come un sogno il suo riflesso la prese tra le braccia, sostenendola.

Niente sembrava avere peso. Tutto era leggero e friabile. Un nugolo di fate l’avvolse in una nube nera e Dolore si unì a loro in una danza forsennata.

Prima di perdere conoscenza udì lo zio che proclamava:- È l’Ibrido, è stato creato. Aprite il circolo, mie dilette, e muovete i primi passi nel nostro nuovo mondo.

Stava dritta davanti allo specchio imponente, nel salone immerso nella penombra, e ammirava le praterie sconfinate che sprofondavano nel baratro del nulla.

Aveva dormito a lungo, non appena si era svegliata era corsa nel salone senza curarsi di nulla. Non dello zio ansioso di mettere in pratica i piani di una vita, non delle streghe che attendevano ordini o dei domestici terrorizzati. Era corsa allo specchio per assistere alla fine di un mondo.

Ora, sotto il suo sguardo incredulo, la montagna torre crollava su se stessa senza che alle sue orecchie giungesse alcun suono. Il Mondo Specchio si stava spegnendo in silenzio.

Passarono alcune ore e Lara non mosse un muscolo. Infine, con rapidità indolente, lo specchio si oscurò e tornò a essere un’antica superficie riflettente, macchiata dall’umidità.

Lara restò dritta a fissare la propria immagine riflessa. Era una figura snella dai capelli corvini. Gli occhi erano del colore del ghiaccio e tutto intorno a lei sciamavano, adoranti, le fate mosche.

– Siamo insieme, ora – sussurrò, senza poter definire chi esattamente avesse parlato.

Gettò un’ultima occhiata allo specchio, il terrore di un tempo lontano quanto il mare, e gli voltò le spalle.

– Sì, Sì – frinivano le fate.

Image: mirrorby 25kartinok

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