Il circolo

Fuori, ormai, era sorto il sole. Si sedettero e aspettarono. Fu un’attesa lunga e scomoda nel bosco in cui filtrava a malapena la luce del giorno, ma i loro sforzi vennero ricompensati.

Lo spiritello si materializzò davanti ai loro occhi in un corpo piccolo e rugoso, il viso non più grande di una pallina da tennis tutto contratto in una smorfia inferocita.

– Eccolo, finalmente! – esclamò Carlotta. – Grazie, amore! – disse afferrando Guido per il bavero della camicia e schioccandogli un bacio sulle labbra perplesse.

– Avevi detto che sarebbe stato carino. A me non sembra carino, mi sembra un grumo di fango di fogna. Molto arrabbiato.

– Ma no, che sciocco, non vedi che è solo sporco? Ora lo portiamo a casa e gli facciamo un bel bagnetto.

Lo spiritello lanciò un grido acutissimo, sgranò gli occhi e iniziò a muoversi freneticamente. Cercava di fuggire ma sbatteva continuamente contro una parete invisibile, una specie di campo di forza. Corse all’impazzata di qua e di là senza poter uscire, si mise a saltellare istericamente su e giù, ma senza risultato.

Guido lo osservava preoccupato, sperando che il cerchio di sale che avevano tracciato durante il rito reggesse gli assalti del mostriciattolo.

– Cosa gli succede? – chiese piano, sempre meno convinto che passare la nottata a evocare quel diavolo verdognolo fosse stata una buona idea.

– Non lo so – fece Carlotta, pensierosa, mordicchiandosi il labbro inferiore.

– Forse non vuole fare il bagno – suggerì lui. – Ha iniziato ad agitarsi proprio quando hai detto…

– Ma per piacere!

Carlotta stava ben piantata coi palmi delle mani sull’erba, intenta a fissare il suo nuovo animaletto.

– È solo spaventato, poverino!

Guido non sembrava troppo convinto.

Carlotta gli lanciò uno sguardo storto che significava “Sì, lo so che non hai voglia di fare quello che ti chiedo, ma se non mi aiuti ti renderò la vita un inferno, lo sai, vero amore?”

Sì, lo sapeva.

– Dai – lo spronò Carlotta che aveva istantaneamente ritrovato l’entusiasmo, – mettiamolo nella sua gabbietta, così lo portiamo a casa e gli facciamo un bel bagnetto, vero tesorino? – aggiunse con il tono di chi parla a un neonato.

Lo spiritello, che per inciso si era distinto in molte violente battaglie e portava con orgoglio il nome di Ferroso il Sanguinario, lanciò un altro grido furibondo pensando che avrebbe preferito morire piuttosto che trovarsi rinchiuso in quella gabbia rosa. Del resto non riusciva a capire come fosse finito in quel luogo. L’ultima cosa che ricordava era la carne del ratto appena sconfitto che cuoceva sul fuoco spandendo un profumo delizioso, poi tutto era svanito come in sogno e si era trovato in trappola, fuori dalla sua palude.

– Non so, tesoro, sei sicura che starà bene a casa nostra? A me non sembra contento.

Per tutta risposta Carlotta gli passò i guanti con cui avrebbe dovuto tirare fuori dal cerchio di sale il diavoletto.

Guido infilò i guanti e dopo non pochi tentativi, morsi e graffi, riuscì ad afferrare saldamente il demonietto e depositarlo nella gabbia. Stava per tirare un sospiro di sollievo quando abbassò lo sguardo sui guanti ed ebbe un conato di vomito.  Erano completamente imbrattati di una melma verde e collosa.

Dietro le sbarre laccate di rosa, Ferroso vedeva sfrecciare il paesaggio ed era sempre più allibito. Non c’era traccia d’acqua e le costruzioni erano alte come montagne. Evidentemente doveva fuggire, ma come? Non riusciva a piegare le sbarre e non era capace di aprire il lucchetto che le teneva chiuse. Doveva aspettare che lo tirassero fuori e poi tentare il tutto per tutto.

O fuga o morte.

– Charlie, amore, è normale che stia in piedi con le mani aggrappate alle sbarre? Sembra un carcerato.

Carlotta sbuffò. Poteva capire un po’ di tentennamenti, ma non avrebbe tollerato oltre quell’ostruzionismo.

– Sì, è normale – rispose acida. – Giulia mi ha detto che all’inizio sono un po’ litigiosi ma poi si abituano, ci vuole qualche giorno.

Guido si strinse nelle spalle. Carlotta era una ragazza prepotente e capricciosa, ma lui l’amava. Se per renderla felice doveva assecondare la sua ossessione per la moda e procurarle un animaletto all’ultimo grido era contento di farlo.

Il bagno fu una tragedia. I rapitori misero Ferroso e tutta la gabbia in una vasca bianca e lo spruzzarono con un getto d’acqua, poi con una sostanza viscosa e puzzolente, poi di nuovo con l’acqua fino a lasciarlo senza una goccia della sua mucosa protettiva. Si sentiva nudo. Si raggomitolò su se stesso sperando che le sue ghiandole secernessero in fretta la mucosa verde.

– Vedi? Tolto lo sporco non è terribile, vero amore? Giulia dice che lavandolo tutti i giorni tra una settimana resterà di un rosellino stabile.

– Ah – fece Guido. – Beh, pulisco la vasca.

Carlotta quasi saltellava per l’eccitazione:- Grazie! Io lo asciugo e gli do da mangiare.

– Attenta che non ti morda.

– Tranquillo, Giulia mi ha detto che dopo il primo bagnetto diventano molto più docili – disse baciandogli la base del collo e afferrando con decisione la gabbia gocciolante.

Tirò fuori l’esserino senza che questi muovesse un muscolo e l’asciugò, lo nutrì e lo depose in una gabbia molto più grande della precedente, già perfettamente attrezzata per ospitare il nuovo inquilino.

Ferroso non sapeva cosa stesse accadendo. Non gli era mai successo in vita sua di essere umiliato a quel modo, eppure la fuga sembrava un’eventualità remota. Non aveva le energie per opporsi al volere della creatura che lo teneva prigioniero, così decise di aspettare un momento più propizio.

Passarono un paio di settimane e Ferroso si accorse di provare delle strane emozioni. Aveva capito in fretta che in quel luogo la sua mucosa verde era superflua: non esistevano insetti velenosi da cui proteggersi né temibili predatori.

Il desiderio di fuggire aveva bruscamente lasciato posto alla spasmodica necessità di restare. Voleva che la femmina gli dedicasse tutte le sue attenzioni, non sopportava che gli staccasse gli occhi di dosso. Insieme avevano fatto molte cose, lei l’aveva portato in molti posti, comodamente sistemato in una borsa. Quel nuovo mondo non era terribile come aveva pensato in principio, anzi era comodo e semplice. C’era sempre cibo e faceva caldo. Inoltre c’era la femmina che lo accudiva e gli parlava gentilmente.

Naturalmente Ferroso non poteva risponderle a parole, ma faceva tutto il possibile per comunicarle quanto apprezzasse le sue premure. Gli sembrava di non essersi mai sentito così a casa.

– Charlie! Credo che quel coso si sia innamorato di te, non è un animale, guardalo bene, capisce tutto quello che diciamo! Mi odia, mi morde sempre! Invece vuole stare sempre addosso a te. Ti sembra normale? Mi fa una paura del diavolo, ecco cosa! – sbottò Guido esasperato, dopo l’ennesimo morso.

– Amore, sei impazzito? – chiese la ragazza.

Era molto stupita che il suo compagno fosse giunto alla sua stessa conclusione circa i sentimenti di Pirì (così aveva battezzato il suo animaletto) e altrettanto contrariata circa la sua mancanza di sensibilità. Come poteva anche solo pensare di allontanarlo da lei?

– No! Sono rinsavito! Quello è un demone, lo capisci? È stato un errore portarlo qui sin dal principio. Rimandiamolo indietro, questo non è il suo posto.

– No, non lo farò – rispose lei, lottando contro le lacrime.

– Carlotta, lo sai che ti amo. Ma stanotte prepareremo il circolo e domani mattina quel mostro tornerà a casa sua. Possiamo comprare un gatto se vuoi – la fissò con un cipiglio severo che adottava molto raramente.

Carlotta gli tenne il broncio per qualche minuto, sperando di fargli cambiare idea. Quando constatò che la cosa non aveva alcun effetto si arrabbiò, gridò e pestò i piedi, poi tacque.

– Un gatto? – chiese infine con un sorriso incerto. – Lo vorrei rosso col pelo corto – sentenziò guardando Guido con un’espressione complice.

Il rituale di preparazione durò tutta la notte. Stava già quasi albeggiando quando Carlotta tracciò a malincuore il cerchio di sale mentre Guido afferrava Pirì e ve lo imprigionava dentro. Non appena lasciò la presa l’esserino iniziò sbattere furiosamente contro il campo di forza che lo tratteneva tentando di uscire per raggiungere la sua femmina, ma non poteva. Lei lo guardava triste. Lo spiritello capì che l’avrebbero rimandato indietro e che non l’avrebbe mai più rivista. Prima di iniziare a piangere la guardò fisso per imprimersi bene la sua immagine nella mente.

Guido osservava la scena nauseato. L’unica cosa che lo rincuorava era la certezza che presto sarebbe tutto finito.

***

Ferroso il Sanguinario si era ritrovato nella sua palude, senza armi e soprattutto senza la sua mucosa protettiva. Il ricordo dell’umana gli divorava l’animo di nostalgia e bramava la vendetta più di ogni altra cosa, ma doveva rimanere lucido. Si tuffò immediatamente in una pozza di melma, strappò con furia un giunco robusto con cui avrebbe potuto spaccare il cranio a un ratto e s‘incamminò verso la città.

Il suo popolo aveva costruito un’estesa superficie di palafitte dove conduceva un’esistenza onesta. I folletti vivevano di quello che offriva la palude, si difendevano dalle invasioni di ratti e dal regno vicino, che da secoli cercava di espandere i propri confini. Tutto procedeva da tempo immemorabile secondo un equilibrio perfetto, ma da qualche stagione si verificavano delle strane sparizioni. A volte scomparivano nella notte, altre sotto gli occhi di tutti. I sacerdoti filosofi avevano cercato di comprendere questo fenomeno, che avevano chiamato “smaterializzazione”, ma non erano riusciti a trovare una soluzione. La gente continuava a scomparire. Donne, vecchi, bambini e guerrieri, pescatori e contadini senza distinzione.

Ferroso non aveva dato troppa importanza al fenomeno finché egli stesso non era scomparso. A differenza di tutti gli altri, però, lui era tornato e sapeva cosa fare.

Non si fermò a casa e neanche alla sua locanda preferita, nonostante la fame lo stesse divorando. Andò dritto al Tempio.

Venne ricevuto da un novizio che lo guardò storto per un lungo momento prima di correre a chiamare il suo maestro.

Il guerriero stava perdendo la pazienza quando Talete il Venerabile, suo amico d’infanzia e Custode della Fede, fece il suo ingresso nella sala.

– Ferroso – disse incredulo, – sei proprio tu?

– Perché, non mi riconosci?

Il sacerdote lo squadrò da capo a piedi e commentò:- Il fango ti sta scivolando addosso e lascia vedere delle macchie rosa. Per gli Dei, cosa ti è successo?

– Ti spiegherò tutto – rispose Ferroso spalmandosi meglio il fango sul corpo. – Ma dammi qualcosa da mangiare, sto morendo di fame.

Raccontò per filo e per segno la sua avventura nel mondo umano, omettendo solamente i suoi sentimenti per la femmina che l’aveva respinto spezzandogli il cuore.

Talete strabuzzò gli occhi:- Dunque è così che si spiegano le sparizioni! Rituali intra-dimensionali, certo.

– Sì, esatto – confermò Ferroso senza smettere d’ingozzarsi di rane bollite.

– Devo parlarne al Consiglio, immediatamente!

Ferroso posò l’anfibio che aveva appena agguantato e si rivolse serio all’amico:- Non ancora, vecchio mio.

Sorrise mostrando i denti aguzzi:- Ho un’idea migliore.

Senza dire niente di più finì di mangiare e ruttò, si stiracchiò soddisfatto e notò con gioia che le sue ghiandole erano di nuovo al lavoro per ricoprirlo di mucosa.

Si alzò, afferrò la saliera e intimò al sacerdote di seguirlo.

Si fermarono in armeria e chiese a Talete di anticiparli gentilmente il denaro per una catena bella grossa.

– Si può sapere dove stiamo andando?

– Fuori città.

Il tragitto non era lungo ma la catena lo rallentava un poco e la pioggia battente metteva a dura prova la sua nuova mucosa.

Finalmente giunsero nel posto che cercava, una piccola grotta scavata in una duna più solida delle altre, dove solevano giocare alla guerra molti anni prima.

– Ferroso, amico mio, cosa hai intenzione di fare?

Il guerriero lo ignorò e lasciò cadere a terra la ferraglia che si portava appresso. Poi, con calma, iniziò a tracciare un cerchio di sale.

– Ora osserva attentamente, Talete. Tra poco avrai una prova concreta da portare al Consiglio.

Pregustava già il momento in cui l’umana si sarebbe materializzata nel suo circolo rituale, senza poter uscire né tornare indietro.

– Povera piccola – avrebbe detto con la faccia tutta rugosa di compassione, – è tanto spaventata. Ha bisogno di fare un bel bagnetto nella palude. Oh, sì!

Posò una mano sulla spalla di Talete:- Ecco fatto – disse, – tutto è pronto.

Il suo cuore infranto e il desiderio truce di vendetta trovarono sollievo nel sapere che presto sarebbe tutto ricominciato.

Fuori, ormai, era sorto il sole. Si sedettero e aspettarono.

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