Iris in love

Iris si svegliò con la vista ancora appannata. Sbatté due volte le palpebre e cercò di mettere a fuoco. Vedeva solo una barra di metallo. No. Correzione. La sponda metallica di un letto. Cercò di spostare la testa ma sembrava che il suo collo facesse resistenza. Per un attimo le passò per la mente di essere legata ma constatò che non era così. Era libera. Con uno sforzo voltò la testa e vide una finestra con gli infissi in metallo colorato e un muro verde.

Ah. Era un ospedale.

Non si ricordava di essersi fatta male, non ricordava come diavolo ci fosse arrivata. La sera prima aveva finito di dipingere con Marco le pareti del loro nuovo appartamento. Ricordava la gioia e quella sensazione di calore avvolgente. Quella certezza assoluta che le diceva “Passerai la vita con questa persona, Iris, i vostri sentimenti cambieranno, evolveranno, ma sarete insieme, affronterete la vita insieme, fino alla morte e se possibile anche oltre”. Questo le diceva l’assoluta certezza dei suoi sentimenti, come una vocina nella mente che gongolava di gioia.

La sera prima dunque stava dipingendo di rosso mattone le pareti della casa che avrebbe condiviso con il suo fidanzato. Oggi era in ospedale. Perché?

Cercò di ricostruire logicamente gli eventi. Dopo aver passato la seconda mano di tempera erano usciti a bere qualcosa nel solito pub inglese, con i vestiti macchiati di rosso.

Poi i ricordi si facevano confusi. Forse avevano bevuto troppo. Forse avevano avuto un incidente?

Marco, dov’era Marco?

Ignorando l’intorpidimento ai muscoli si girò freneticamente da una parte e dall’altra ma non lo vide. Cercò di ricordare come fosse strutturato un ospedale. Lei era forse in un reparto femminile? Lui era ferito gravemente? L’avevano messo in medicina intensiva?

Provò a chiamare qualcuno ma dalla sua gola non uscì alcun suono. Come quando da bambini si fa un incubo tanto orrendo che strozza la voce nella laringe e non si riesce a chiamare la mamma.

Non passò molto tempo, tuttavia, che le si avvicinò un’infermiera. La guardò con attenzione. Ora poteva vedere più chiaramente. Era una donna sulla quarantina, bionda tinta, snella, sul volto un’espressione stupita. Le disse qualcosa che Iris non capì e se ne andò rapidamente. Le sembrava che avesse un accento del nord. Milanese, forse.

Che cosa ci faceva un’infermiera milanese a Roma? Avrebbe voluto chiederle cosa stesse succedendo ma le mancavano le forze. Era in ansia. Non riusciva a trovare una spiegazione logica e le sembrava d’impazzire. Era ancora intontita, come se si stesse riprendendo da un’anestesia totale.

Passò poco tempo, pochissimo, e nella stanza entrò un uomo in camice bianco. Sulla cinquantina, sembrava, con uno stetoscopio al collo. Medico, probabilmente. Controllò in silenzio un macchinario di fianco al suo letto, la fissò negli occhi, le puntò una lucetta dritto nelle pupille e disse qualcosa. A Iris sembrò che ringhiasse, poi si allontanò.

Iris non riuscì a chiedere nulla. Non capiva più nulla, riusciva solo a pensare che Marco non era con lei e iniziò a temere il peggio. Se fosse stato bene sarebbe stato al suo fianco. Quindi o era ricoverato da qualche parte o… No, non poteva essere. Doveva farsi forza e parlare alla prossima figura in bianco che si fosse presentata lì dentro.

Provava una strana sensazione. Tutto le sembrava avvolto in un’atmosfera onirica, come se si trovasse in un mondo parallelo. Era tutto ovattato, irreale. L’infermiera milanese, il medico con lo stetoscopio, la sponda del letto, le sembrava tutto un brutto sogno. Voleva solo svegliarsi accanto a Marco e dirgli“Amore, non indovinerai mai che sogno assurdo ho fatto stanotte” e poi, senza spiegazioni, raggomitolarsi tra le sue braccia e finire a fare l’amore come tutte le mattine. Ma lui non c’era. Con uno sforzo titanico sollevò il braccio e si diede un pizzicotto sulla guancia. Le fece male. Ah, era sveglia. Era vero.

Si riaddormentò prima che arrivasse qualcuno a cui chiedere spiegazioni. Sognò del cagnolino che aveva da piccola, che era andato a morire in un angolo sotto il portico della casa di sua madre, solo. Sognò di essere con lui e coccolarlo fino all’ultimo respiro. Nessuno avrebbe dovuto essere solo, morendo.

Quando si svegliò, di fianco a lei c’era sua madre. Come aveva fatto ad arrivare così in fretta? Da Milano a Roma erano almeno cinque ore di viaggio, a meno che avesse preso l’aereo, ma il check in…

Piangeva, sua madre, ma non sembrava infelice. Probabilmente era impazzita del tutto dopo che Iris se n’era andata di casa.

– Mamma – riuscì a bisbigliare.

La donna la sentì e iniziò a singhiozzare. Cercava di calmarsi ma non ci riusciva. Faceva per dire qualcosa ma subito tornava a risucchiare il fiato e il suo corpo si scuoteva in modo convulso. Ma non sembrava infelice.

– Mamma – ritentò.

Allora la donna ritrovò un contegno, si passò il solito fazzoletto di pizzo bianco sugli occhi, macchiandolo di mascara, si portò una mano ingioiellata alla bocca con un atteggiamento da film anni ‘50 e le prese la mano.

– Iris, tesoro mio, sono così felice che ti ricordi di me – disse, e si sforzò di reprimere un’altra crisi isterica.

Se ne avesse avuto le forze Iris avrebbe sospirato. Sua madre era sempre stata così melodrammatica. Anche per quello che se n’era andata di casa. Non sopportava più di vivere in una soap opera. Marco e la sua famiglia erano molto più ancorati al mondo reale. Gente semplice, terra a terra, senza tanti fronzoli e con le idee chiare. Dov’erano i genitori di marco? In ospedale accanto a lui? Oddio, al suo funerale? No, l’avrebbero avvertita di certo.

– Mamma, dov’è Marco?

Negli occhi di sua madre passò un lampo d’incertezza e per nasconderlo si passò di nuovo il fazzoletto sugli occhi.

– Quale Marco? Dici il tuo primo amore? Quello degli scout?

Iris cercò di ricordare. Gli scout? Il suo primo amore? No, certamente non lui. Poi si rese conto che non aveva più avuto contatti con sua madre, che di conseguenza non aveva idea di chi fosse Marco.

– Mamma, ma come hai fatto ad arrivare qui così presto?

Non era la cosa più sensata da chiedere, Iris se ne rendeva conto, ma forse avrebbe svelato l’arcano dell’infermiera milanese.

Sua madre sorrise:- Ho preso un taxi, tesoro, sono venuta di corsa appena ho saputo.

– Avrai speso un capitale in taxi.

Altra cosa stupida da dire, ma era la prima che le fosse passata per la testa.

– Ma niente affatto tesoro, per rivederti sveglia avrei speso molto più di così.

Sveglia? Cosa voleva dire con sveglia?

– Ma che cosa è successo? Abbiamo avuto un incidente?

– Oh tesoro, non ti ricordi niente?

Se avesse avuto le forze di sbuffare, Iris l’avrebbe fatto. Certo che non ricordava, altrimenti non l’avrebbe chiesto.

Senza aspettare una risposta la donna continuò:- Piccola mia, quattro anni fa tornavi da una discoteca in macchina con le tue amiche e avete avuto un incidente. Marica non ce l’ha fatta, Eleonora si era rotta una gamba ma ora sta bene e tu… tu sei rimasta in coma per quattro anni. Ma ora sei sveglia, pensiamo solo a questo bellissimo miracolo, il medico dice che potrai tornare a casa tra poche settimane se tutto andrà bene.

Non era certa di aver capito. Anzi, era certa di non averlo fatto. Quattro anni? Coma? Marica ed Eleonora erano le sue amiche del liceo. Non le vedeva più da quando era andata a studiare legge a Roma.

– Mamma, dove siamo?

– Siamo al San Raffele, tesoro.

– Al San Raffaele, a Milano?

– Sì, certo tesoro, è un buon ospedale, non devi preoccuparti di nulla, penseranno a tutto i medici.

– Ma perché mi hanno portata a Milano?

– Come sarebbe? Perché a Milano? Dove avresti voluto andare?

– A Roma, mamma. Ho avuto un incidente, credo, ieri sera a Roma. Perché da Roma mi hanno ricoverata a Milano?

Ma non riusciva proprio a capire? Avrebbe anche potuto morire nel trasporto! Era stata di certo tutta colpa di sua madre che aveva colto l’occasione dell’incidente per farla tornare tra le sue grinfie, e se fosse morta avrebbe potuto struggersi di dolore con le sue amiche ricche. Finalmente qualcosa di nuovo da raccontare. “Oh mio Dio, è morta mia figlia, oh mio Dio!”

Marco invece era rimasto di certo a Roma con i suoi genitori. Ecco spiegato perché non era lì vicino a lei.

Sua madre sembrava confusa, tanto confusa che non si portava più al fazzoletto sugli occhi. Si torceva le mani però, quindi la sua confusione era genuina, per una volta.

– Piccola mia, tu hai avuto un incidente a Milano, quattro anni fa e non ieri sera, ieri sera eri qui in ospedale. Sei stata a Roma solo una volta da piccola, quando siamo andate a vedere la Cappella Sistina, ricordi? I dipinti ti facevano paura.

Guardando dritto negli occhi chiari di sua madre Iris capì che non stava mentendo. Stava dicendo la verità, o almeno ne era convinta. La verità, era a Milano, al San Raffaele e Marco non era con lei, non più.

Si riaddormentò. Quando si svegliò cercò di capire. Sua madre era sempre lì. Sembrava che le volesse parlare, ma Iris non poteva più ascoltare. Chiuse gli occhi che le bruciavano e una lacrima prese a scendere lentamente sulla sua guancia. Marco l’avrebbe raccolta gentilmente con un dito. Marco dai capelli corvini e gli occhi come il mare. Quasi le venne da ridere pensando che quando l’aveva visto, la prima cosa che aveva pensato era stata “Troppo bello per essere vero”. Rise a occhi chiusi, pensando che presto si sarebbe svegliata accanto a lui, che quell’incubo sarebbe finito. Presto sarebbe tornata nel suo vero mondo in cui la madre era a centinaia di chilometri di distanza e il suo uomo invece l’aspettava a braccia aperte. Presto avrebbero montato i mobili e sarebbero andati a vivere insieme nel loro nuovo appartamento. Avrebbero letto e suonato insieme i loro duetti di violino e pianoforte. Avrebbero guardato film e si sarebbero ubriacati con gli amici. Doveva solo svegliarsi da quell’incubo.

Provò ad aprire gli occhi, ma si trovava ancora in una stanza d’ospedale con sua madre accanto. Se ne avesse avuto le forze l’avrebbe strangolata. Tornò a dormire.

Passarono le settimane, tornò a camminare. L’unica cosa che sapeva era che non si rendeva conto. C’era qualcosa di cui non si rendeva conto. Dov’era Marco? Sua madre le diceva:- Tesoro, quella persona non esiste, era solo un sogno, ma sei una bella ragazza, troverai un nuovo amico molto presto, vedrai.

Lei non voleva vedere, non poteva vedere. Non c’era più niente da vedere. Non c’erano più quegli occhi come il mare, tutto era vuoto. Le case, le persone, le strade. La città intera si era svuotata e non significava più nulla. I segni che prima esprimevano concetti ora sembravano solo dei brutti scherzi. Non c’era più nulla che valesse la pena di comunicare. Nemmeno il dolore, perché tradotto in suoni sarebbe risultato stonato, indecifrabile, banalizzato allo stremo. Il dolore lei voleva viverlo. Comunicarlo non avrebbe avuto senso.

Così si aggirava sperduta, senza meta, occupando la mente con ogni cosa fosse disponibile pur di non rendersi conto. Perché nel momento in cui si fosse resa conto avrebbe dovuto celebrare il suo lutto e non voleva farlo. Perché sin quando non l’avesse celebrato la sua mente avrebbe continuato ad accettare la pur remota possibilità che fosse tutto uno sbaglio, un brutto sogno, che l’indomani si sarebbe svegliata tra le sue braccia, come sempre, e avrebbero fatto l’amore.

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