L’omino o Dell’insensatezza

Vanessa era seduta in un buon posto, uno di quelli rialzati dietro all’obliteratrice, uno di quei posti in cui la folla ti lambisce al massimo le ginocchia, senza disturbarti troppo. Ma quella sera non c’era folla, l’autobus era quasi vuoto. C’era solo un ragazzo di colore seduto qualche sedile più avanti, e un paio di anziane signore sul fondo.

Persa nei propri pensieri, Vanessa guardava fuori dal finestrino, d’umore vagamente malinconico.

Tutto quel mondo che scorreva via, inesorabile, secondo il ritmo scandito dal conducente le metteva tristezza.

Ma ecco che a una fermata, in centro, sale tentennando un omino, come un piccolo Goljadkin. Si tratta di una personcina tutto sommato ben vestita, con qualche capello ancora in testa. Non vecchio, di mezz’età. Lì per lì non sembra avere niente di particolare, eccetto forse una cartellina di pelle color arancio, che tiene in mano con una certa apprensione.

Vanessa, incuriosita dalla bocca simile a un becco, continua a fissare l’omino, facendo attenzione a non essere vista.

Evidentemente si vuole sedere, ma non riesce a decidersi sul posto da occupare. L’autobus è vuoto, e proprio di fronte alle portiere centrali ci sono una serie di sedili disponibili. L’omino sembra essersi deciso per l’ultimo della fila, poi ci ripensa e passa al successivo, poi si confonde e cambia di nuovo. Infine, guardandosi attorno con circospezione, si siede.

Ecco, ha messo fine all’angosciante possibilità. Ha scelto. Ma perchè proprio quel posto? Inizia a chiedersi Vanessa. Che cos’è che l’ha fatto scegliere? Forse ha preso il sedile dietro a quello contrassegnato dal bollino per i disabili… forse.

Immediatamente a Vanessa vengono in mente: presenza malata, mancata elaborazione del lutto, crisi del cordoglio, modo dell’assenza, iterazione dell’identico.

Quale simbolo l’ha fatto decidere proprio per quel posto?

Appena seduto l’omino si toglie gli occhiali e si stropiccia gli occhi. Guarda fuori dal finestrino. Sembra borbottare qualcosa tra se e se, indica un punto che sta fuori, in strada, col dito proteso. Poi si guarda intorno impaurito e subito torna a fissare quello che un attimo prima ha indicato a se stesso.

Pochi secondi e la sua attenzione si sposta sulla cartellina arancione. La apre mostrando un block notes. Va all’ultima pagina, la osserva in modo vago, come a ripassare un discorso imparato a memoria di cui gli sfuggisse una parola, poi va alla prima pagina, richiude la cartellina. Borbotta ancora qualcosa tra se e se, gesticola, indica qualcosa fuori dal finestrino e si volta a fissarlo, toglie gli occhiali e si stropiccia gli occhi.

Vanessa prova una strana simpatia per quell’omino, immagina di avvicinarlo e dirgli piano di stare tranquillo, che andrà tutto bene, che non c’è nessun pericolo, che la gente non lo sta giudicando. Ma non sarebbe come mentire?

Eppure… non c’è motivo di agitarsi così. Che cos’è mai a turbarlo tanto? Certo deve far parte della sua natura, tanta apprensione, e probabilmente il commento di una sconosciuta non sarebbe determinate nell’evoluzione della sua psiche. Tuttavia tentar non nuoce… perchè non avvicinarlo, davvero, e scoprire che cos’è che con tata passione, ora, sta argomentando a se stesso, gesticolando e stropicciandosi gli occhi? Non è forse vero che tutti hanno qualcosa da insegnare? Persino un omino, un po’ ridicolo e impacciato, deve avere qualcosa da insegnare.

Ecco che si alza di nuovo, deve scendere… peccato. Si alza e si avvicina alla portiera. Devono uscire anche le anziane signore sedute sul retro. L’omino tentenna fino all’ultimo e rinuncia. Aspetterà la prossima fermata. Era imbarazzato all’idea di scendere con quelle signore? Può sopportare, evidentemente, di recuperare camminando a ritroso il tragitto fatto dall’autobus fino alla fermata successiva, se questo gli evita l’imbarazzo di scendere con delle anziane signore.

Ora però deve prenotare la fermata. Si tiene con una mano al sostegno e con l’altra regge la cartellina arancione. Con quale mano dovrebbe prenotare la fermata? Sposta la cartellina da una mano all’altra, senza decidersi su come fare. Vanessa pensa che potrebbe suonare lei il campanello, togliendogli l’incomodo. Ma è curiosa di vedere come se la caverà, quell’omino impacciato.

Lui infine sembra decidersi, regge la cartellina tra le dita e il palmo e schiaccia il bottone con il pollice.

L’autobus si ferma. Ora può scendere, è il solo passeggero in piedi davanti alle portiere centrali.

Scenderà e verrà lasciato indietro, come il resto del mondo, scandito dal ritmo del conducente.

Vanessa pensa per un attimo di scendere a sua volta, parlare all’omino, chiedergli della sua vita e raccontargli la sua.

Ma l’omino scende, le portiere si chiudono e l’autobus riparte.

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