Stradivari

[Ispirazione]

All’amore,

che non può morire

Era da alcuni decenni che non pensava più al piccolo popolo. Se avesse avuto dei figli, o dei nipoti, probabilmente i ricordi lontani sarebbero tornati al mondo in forma di fiabe. Ma non c’erano stati bambini nella sua vita.

Quell’opaca mattina di fine inverno Simonetta uscì di casa ignorando con rabbia il ginocchio malmesso che la costringeva a zoppicare, rallentandola. Doveva comprare un chilo di mele per fare una bella torta, ma soprattutto voleva tornare a casa prima che Andrea si svegliasse. Più il tempo passava più ogni attimo diventava importante. Viveva con una costante sensazione d’urgenza.

Sul vialetto lungo il fiume si fermò solo un attimo a contemplare la Basilica di Superga immersa nella nebbia. Sorrise al corvo che come sempre stava appollaiato sulla staccionata e passò oltre, diretta al discount di Corso Regina.

Era pieno di gente. Senza tante cerimonie si accaparrò un carrellino e prese a scorrere freneticamente gli scaffali. Nel reparto ortofrutta c’erano delle belle zucche. Iniziò a esaminarle per scegliere la migliore, ma dopo averne scartate un paio si fermò. Stava perdendo tempo. Una volta amava fare la spesa, ma da qualche tempo era tormentata dall’idea che lui morisse mentre lei sceglieva le verdure. Lasciò perdere la zucca e andò alle casse. C’era la coda.

Aspettò il verde e attraversò il corso, superò il ponte e costeggiò il fiume fino a casa. Si sentiva stanca.

– Straaadivari! Straaadivari!

Simonetta s’irrigidì e sgranò gli occhi. Il corvo la fissava con la testa inclinata.

– Che cosa? – domandò con un filo di voce. Le braccia avevano preso a tremarle così forte che rischiava di far cadere la spesa.

Il corvo svolazzò ai suoi piedi.

– Prrrendi! – gracchiò, e volò via.

Simonetta guardò in basso e vide un sassolino. Era piatto e scuro. Si chinò ad afferrarlo, facendo scricchiolare tutte le articolazioni. Inforcò gli occhiali e l’osservò con attenzione. Su un lato era inciso un Triskele, sull’altro una ragnatela di minuscole incisioni. Si lasciò sfuggire un ansito mentre i ricordi la travolgevano come un fiume in piena.

Raccolse in fretta le mele rotolate fuori dal sacchetto, attraversò la strada e rientrò in casa. Aveva il cuore in gola.

Con sollievo constatò che suo marito dormiva ancora. Muovendosi piano aprì il vecchio baule e ne estrasse una lente d’ingrandimento, sedette al tavolo della cucina e si accinse ad analizzare il sasso.

Lentamente, come in una nebbia, la filigrana d’incisioni si schiarì fino a mostrare un messaggio.

Amica mia carissima, ti ricordo con gioia. Corvo mi ha gracchiato i tuoi ultimi anni e voglio aiutarti. Portami lo Stradivari che stanotte illumina la Città Magica e ti aprirò le porte della collina. Tuo affezionato, Faolan.

Mollò il sasso e scattò in piedi, sentendo un’immediata fitta alla schiena.

Faolan. Non lo vedeva da sessant’anni, da quando era giovane e bella e faceva innamorare i giovanotti. Anche i giovani folletti.

– Fammi venire con te sotto la collina – gli aveva proposto una sera, quando il tramonto sfumava nella notte.

Lui si era fatto triste e aveva scosso la piccola testa: – Rimarresti bloccata per sempre, senza cambiare mai.

Faolan era sempre stato molto discreto circa la vita sotto la collina di Superga, ma era stato chiarissimo sul fatto che Simonetta non ci sarebbe dovuta entrare mai. Ogni volta che lei, testardamente, toccava l’argomento lui sbuffava e scompariva tra gli alberi o in fondo al fiume, e non si faceva vedere per giorni. Alla lunga Simonetta aveva rinunciato a sollevare l’argomento e la loro amicizia era stata serena e leggera. Una sera, però, quando le ombre si allungavano sull’acqua della Dora, Faolan le aveva detto addio. Doveva assumersi le sue responsabilità, aveva detto, ormai era adulto e aveva dei doveri sotto la collina. Da quella sera non si erano più visti e Simonetta aveva sempre creduto che l’amico folletto l’avesse abbandonata. Ora capiva, invece, che aveva lasciato il corvo a vegliare su di lei.

Simonetta si riscosse, afferrò il telefono e aprì rabbiosamente la rubrica. Schiacciò i tasti febbrilmente. Sbagliò. Riagganciò, fece un respiro profondo e ricompose il numero. Due squilli, tre squilli.

– Auditorium RAI, buongiorno.

Simonetta sobbalzò.

– Buongiorno – gracchiò. – Chi suona al concerto di stasera?

– Intende dire la violinista? È una ragazza giovane, spagnola, si chiama Elena Garrido.

– Capisco – annuì Simonetta. – Suona uno Stradivari, per caso?

– Esatto, suona proprio uno Stradivari.

– Va bene, grazie – disse, e agganciò.

Controllò l’orologio, le nove e dieci. Il concerto sarebbe iniziato alle venti e trenta. Nel frattempo doveva elaborare un piano.

– Dove diavolo avrò messo il cloroformio? – bofonchiò cercando la scatola dei medicinali.

Indossò gli abiti migliori mentre suo marito le sorrideva dietro la barba grigia.

– Così tutta nera sembri una vecchia strega, sai? – disse, ed ebbe un accesso di tosse.

Simonetta si affrettò a sorreggerlo e lo accompagnò a prendere un bicchiere d’acqua.

– E cosa dovrei mettermi, signor stilista? – chiese quando si fu ripreso.

– Qualcosa di colorato, come le vecchiette perbene.

– Io non sono una vecchietta perbene.

– Per me sei perfetta – disse lui chinandosi a baciarle la fronte.

Simonetta trattenne le lacrime e uscì di casa sentendo la determinazione farsi più salda nel suo vecchio cuore. Senza rendersi conto del tragitto arrivò davanti all’Auditorium e in biglietteria trovò una ragazza dall’aria vivace.

– Salve, signorina – disse. – Vorrei un posto non numerato in galleria. Per caso c’è uno sconto per le vecchie maschere?

La ragazza sorrise. – No, mi dispiace, faceva la maschera qui?

– Eh, tanti anni fa – disse Simonetta tirando fuori il borsellino. Estrasse lentamente quattro pezzi da cinque euro e li cambiò con un biglietto.

– Grazie, buona serata – la salutò la bigliettaia.

Simonetta salì i due piani di scale che la separavano dalla galleria. Il settore meno prestigioso, purtroppo, ma era lì che si trovavano i camerini dei musicisti.

Scelse un posto laterale e aspettò con impazienza che l’orchestra attaccasse il primo movimento della Serenade di Bernstein per violino, orchestra d’archi, arpa e percussione.

Fu semplicemente magnifico e la Garrido suonò meravigliosamente. Simonetta, commossa, pensava tanto intensamente che alcune parole le sgusciavano fuori dalle labbra. – Io ti salverò, accidenti, Faolan ci farà entrare.

Aspettò lo scroscio di applausi e si fiondò fuori, finse di andare in bagno e s’infilò nel corridoio dei camerini. La porta era aperta, proprio come ai vecchi tempi.

Dalla borsa enorme estrasse un taccuino e una penna.

– Signora, questa è un’area riservata al personale, posso accompagnarla all’uscita?

Un ometto era sbucato dal nulla cogliendola di sorpresa. Simonetta sospirò tra sé e sé preparandosi a entrare in scena.

– Oh, salve giovanotto, lo so che non si può stare qui, ma vede, il mio nipotino è molto malato e vorrebbe tanto un autografo della Garrido. È la sua preferita, sa, e allora io gli ho detto, non ti preoccupare, gli ho detto, tu stai nel tuo lettino che la nonna ti porta l’autografo. Le prometto che la disturberò solo per un minutino.

La fronte dell’ometto si era riempita di rughe, così Simonetta rincarò la dose.

– Mi sento un po’ persa qui dentro, non è che mi indicherebbe il suo camerino? – chiese sfoggiando il suo miglior sorriso da vecchietta indifesa.

– Va bene, ma io non ho visto nulla, intesi?

– Naturalmente – convenne Simonetta.

Così l’ometto la scortò al camerino della Garrido e si allontanò.

Aveva una fifa blu. Calcolò cinque minuti per gli applausi e cinque per il bis. Mentre aspettava, con una mano infilata nella grossa borsa svitava il tappo del cloroformio e preparava il fazzoletto.

L’aveva ricamato lei stessa.

Quando finalmente la violinista arrivò, Simonetta si affrettò a indicare penna e taccuino cercando di spiegarle a gesti ciò che voleva. La ragazza sembrava perplessa, ma Simonetta si precipitò dentro il camerino e la Garrido non ebbe altra scelta se non seguirla.

– Autografo – scandì porgendo alla ragazza carta e penna.

Nel momento stesso in cui li prese in mano Simonetta estrasse dalla borsa il fazzoletto fradicio di cloroformio e senza esitare lo premette sulla bocca della violinista. Era una ragazza alta e dovette stirarsi la schiena per raggiungerle il volto, ma la sua determinazione era solida come roccia e la giovane si accasciò delicatamente al suolo.

Simonetta si guardò intorno come una donnola. Era sola. Controllando il tremore alle mani aprì la custodia che la Garrido aveva portato con sé. Il violino era lì. Simonetta lo prese e lo cacciò nella borsa enorme, richiuse la custodia e si dileguò lungo le scale.

Camminava lentamente e nessuno cercò di fermarla. Le maschere le dicevano – Arrivederci! – e lei sorrideva.

Arrivò a casa alle dieci. Fece la doccia e preparò le valigie. Poi si mise a letto. Non riuscì a chiudere occhio. Quando suonò la sveglia, alle quattro del mattino, schizzò a sedere. Le sembrava di avere dieci anni di meno.

– Svegliati, dormiglione!

Impiegò dieci minuti buoni a trascinare il marito fuori dalle coperte e non ci sarebbe riuscita se non gli avesse detto: – Ieri sera in Auditorium ho rubato uno Stradivari. Se non ce ne andiamo subito potrebbero anche arrestarmi.

Fecero colazione con latte e biscotti, Andrea prese una decina di pillole e Simonetta solo un paio.

– Bene, andiamo.

– Dove?

– Alla collina di Superga, dobbiamo essere lì prima dell’alba. Lì tutto resta uguale, una volta entrati saremo al sicuro per sempre, senza pillole e senza dottori.

– Come vuoi, tesoro – rispose lui, che sembrava felice di quella gita inattesa.

Così salirono sulla vecchia Panda, che sferragliando li portò alla Basilica di Superga, proprio sulla collina che il Piccolo Popolo aveva scelto tanti anni prima come dimora.

– Ora non preoccuparti, va bene? Qualunque cosa succeda.

Il piazzale era deserto, nell’aria dorata dell’alba, e la città che si stendeva ai loro piedi sembrava già parte di un altro mondo.

Simonetta lanciò in aria il sasso inciso e girò su se stessa. Quando ritrovò l’equilibrio Faolan era

davanti a lei.

– Non sei cambiato nemmeno un po’ – constatò.

Il folletto sorrise. – Te l’avevo detto, no? Sotto la collina tutto è sempre uguale. Mi sei mancata.

– Sì, beh, non sono stata io a scomparire – disse Simonetta estraendo lo Stradivari dalla borsa. – Ecco il violino. Ci farai entrare?

Faolan si aprì in un sorriso storto. – Certo, seguitemi – trillò mentre pizzicava con abilità le corde del suo nuovo strumento.

– Ho già spiegato tutto a mio padre che ha dato il permesso, sono tutti molto curiosi di vedervi e stanno preparando una grande festa – disse. – È da molto tempo che non ospitiamo degli umani, non è mai successo da quando sono nato, quindi è una grande occasione! – aggiunse.

Simonetta prese per mano il marito amatissimo, che la guardava confuso ma sorridente.

Insieme seguirono il folletto dal volto grinzoso, incantati dalle note limpide dello Stradivari. Un passo dopo l’altro, furono dentro il candore dell’alba.

Fonte immagine

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...