Blanca Niña tagliata

Primo incontro con la Morte.

La prima volta che Luz Ortega y Navarro incontrò la morte aveva dodici anni; viveva  in un piccolo paesino polveroso al confine tra il Messico e gli Stati Uniti d’America.
La sua non era una famiglia ricca, anzi, tutto il contrario; Luz era la più piccola di sei figli e viveva con suo padre Horacio, sua madre Inez, due dei suoi fratelli e sua nonna materna, Segunta.
Tutti stipati in una baracca di appena due stanze.
Suo padre cercava di arrabattarsi con lavoretti saltuari mentre la madre badava alla casa, combattendo ogni giorno contro la fame, la polvere e le cucarache che invadevano la cucina.
Luz era una ragazzina gracile, silenziosa e timida, non amava essere al centro dell’attenzione; nella maggior parte dei casi era poco più di una piccola ombra che scivolava da una stanza all’altra; amava leggere e il suo rifugio preferito era un grande albero poco distante dalla casa, sui rami del quale correva a nascondersi ogni volta che poteva con qualche libro tra le mani.
Sua madre, donna semplice e pratica era attaccata alla vita e alla famiglia come una lupa, non si poneva domande e affrontava le difficoltà a testa china; sua nonna era stata una matriarca dal pugno di ferro, ma ormai, a quasi ottantatre anni, si era rifugiata in una fede al limite del fanatismo.
Luz non trovava nessuno con cui parlare dei suoi dubbi sul mondo; l’unica eccezione a tutto ciò era un suo cugino di secondo grado, Julián.
Julián aveva diciannove anni, grandi occhi scuri e fisico asciutto; portava perrennemente i corti capelli neri alzati in una piccola cresta, amava la musica e aveva diversi tatuaggi, leggeva qualsiasi cosa gli capitasse a tiro e scriveva testi per le sue canzoni rap.
E adorava Luz.
Cosa assolumente reciproca, Luz infatti aveva una spaventosa cotta per lui, tanto che nei suoi giorni no, quando le litigate con la madre divenivano feroci, era l’unico in grado di farla scendere dal suo albero.
Uno di quei giorni se ne stava rintanata i cima ai rami, piangendo; da lontano vide arrivare l’auto sgangherata di Julián, avvolta dal solito polverone di terra rossa;  il ragazzo scese e si affacciò in casa, salutando con la sua voce allegra e musicale:

– hola tía! ¿cómo estás? (ciao zia, come stai?) –

Luz sentì la voce di sua madre rispondere:

– Hola Julián! Quella peste di tua cugina è riuscita a farmi andare fuori dai gangheri…è di nuovo su quel maledetto albero, vedi se riesci a farla scendere –

Il giovane raggiunse il tronco e guardò in sù, verso Luz, sorridendole

– Hola mi amor, ¿qué estás haciendo ahí? (ciao amore mio, che stai facendo lì?) –

– Sono arrabbiata – rispose la ragazzina imbronciata

– Parliamone! – e senza darle il tempo di ribattere il ragazzo si arrampicò con agilità fino a raggiungerla.
Luz si asciugò in fretta le lacrime mentre sentiva il cuore accellerarle i battiti.
Julián la guardò con un sorriso ammaliante

– Che hai combinato stavolta? –

Lei abbassò lo sguardo e fece spallucce restando in silenzio.
Il ragazzo l’abbracciò

– Lo so, lo so che la vita qui è difficile per te…ma presto ce ne andremo! Ti porto con me negli Stati Uniti, vuoi? Ce ne andiamo in un bel posto…a Los Angeles o a Santa Monica…dove preferisci? –

La ragazzina rialzò il viso sorridendo, Julián non faceva che parlarle di quando sarebbero andati via, le aveva promesso che appena avesse avuto abbastanza soldi per pagare il viaggio l’avrebbe portata con sè negli Stati Uniti.

– Parlami ancora della nostra casa – sussurrò accoccolandosi nell’abbraccio

Il cugino le sorrise e prese ad accarezzarle la lunga treccia di capelli corvini

– Avremo una bella casa, e tu avrai una stanza tutta per te, con tutti i libri che vorrai…e faremo colazione ogni mattina con caffè e cheesecake; io canterò le mie canzoni e tu…potresti fare la ballerina nei miei video, no? Hai il fisico adatto –

Luz storse il naso.

– Io non voglio fare la ballerina, io voglio scrivere i testi! –

Julián rise

– Va bene, allora li scriveremo assieme; andremo sulla spiaggia a scrivere canzoni –

Luz sorrise e sospirò, chiudendo gli occhi mentre il ragazzo le accarezzava dolcemente la guancia.

– Ah, ti ho portato un regalo! – le disse dopo un po’

– Cos’è? Cos’è? – chiese lei con voce curiosa ed eccitata.

– Per vederlo devi scendere giù – le rispose malizioso Julián.

– Io non voglio! –

– Dai, mi amor, non fare la scema…andrà tutto bene, te lo prometto –

– Promesso promesso? – chiese Luz con occhi grandi

Lui annuì

– Promessissimo –

Con un’agilità da scimmietta la ragazzina si calò giù dall’albero seguita dal cugino, per mano camminarono fino all’automobile; Julián rovistò sul sedile posteriore e ne trasse un libro e un corto abitino di cotone bianco con la gonna a balze e dei ricami sulla scollatura.
Sorridendo li porse a Luz che lo guardava con occhi brillanti, per primo afferrò il libro e lesse il titolo voracemente mentre accarezzava la copertina.

– Garcia Lorca, tutte le poesie – fissò il ragazzo interrogativa mentre lui le rivolse un largo sorriso

– Devi leggerle, lui era un genio…e un vero poeta; sono sicuro che lo adorerai come è successo a me! –

Luz sorrise felice, Julián le porse l’abito.

– L’ho visto in un negozio e ho pensato a te, mi amor. –

La ragazzina lo prese e stenendo le braccia davanti a sè l’osservò per qualche secondo, poi spostò lo sguardo sul ragazzo.

– E’ bellissimo ma… dove l’hai preso? Ti sarà costato una fortuna! é troppo bello per me, Julián! –

Il giovane arrossì leggermente e fece spallucce

– L’ho comprato in un negozio giù in città, questa settimana ho cantato in un paio di posti…mi hanno dato qualche soldo e così mentre camminavo l’ho visto e ti ho pensata, ho pensato che dovresti avere un vestito nuovo – la fissò con occhi adoranti – E che ti sarebbe stato benissimo –

Luz sgranò gli occhi arrossendo.

– Lo-lo pensi sul serio? –

Julián annuì, avvicinandosi e abbracciandola

– Per ora è solo uno, ma quando saremo negli Stati Uniti ti comprerò vestiti ogni giorno –

Per Luz i vestiti nuovi rappresentavano il massimo della ricchezza,  da quando era nata ne aveva avuti solo di smessi: dalle sue sorelle o quelli che sua madre riceveva dalla gruppo cattolico di Santa Maria della Caridad.
Abiti brutti che le andavo sempre troppo grandi, nascondendo le piccole forme appena accennate sotto un sacco amorfo.

– Dai, rientriamo in casa o tua madre si arrabbierà sul serio – le sussurrò sorridendo Julián, incamminandosi verso la casa e passandole unbraccio attorno alle spalle.

Quattro giorni dopo il cortile era animato dalle voci di adulti e ragazzini, era domenica e la tavola era stata allestita per uno dei tanti pranzi di famiglia che Segunta imponeva di fare almeno un paio di volte al mese.
Gli uomini fumavano chiacchierando tra loro e bevendo birra, le donne si affaccendavano in cucina e i bambini si rotolavano giocando nella polvere.
Julián se ne stava seduto all’ombra scambiando quattro chiacchiere con i parenti, tenendo in mano una bottiglia di birra.
Una macchina sportiva arrivò a tutta velocità, sgasò e infine si fermò con fragore nel cortile: ne scese un ragazzo dalla testa rasata, pantaloni larghi e una grossa catena d’oro al collo.
Camminò con aria strafottente fino al capanello di uomini e abbracciò un paio di loro, afferrò una bottiglia di birra e lanciò un’occhiata sarcastica a Julián.

– Hola, perdente – lo apostrofò

– Hola Pedro – rispose Julián con indifferenza.

– Sempre a sognare la tua poesia? Peccato che tu non te ne sia ancora andato…- ridacchiò il ragazzo.

In quel momento Luz varcò la porta finestra, indossava il vestito che le aveva regalato Julián e si era pettinata i lunghi capelli scuri in una elaborata treccia che scendeva lungo la spalla sinistra.
L’abito di cotone le stava a pennello, mostrando senza volgarità il suo avvicinarsi all’essere donna.
Vedendola Julián si alzò a bocca aperta, senza badare più all’altro, e le andò incontro prendendole la mano.

– Sei bellissima, mi amor. Sapevo che comprartelo era una buona idea –

Luz arrossì e sorrise. Aveva passato l’intera mattina a prepararsi nella speranza che lui la notasse e la trovasse carina, si era persino fatta dare degli orecchini e una collana da sua madre, per poterli indossare assieme al vestito.
Aveva lavato con cura la lunghissima chioma e dopo averla intrecciata l’aveva abbellita con qualche fiore preso dal giardino. Ora, quel complimento l’aveva resa la persona più felice della terra.
Julián la condusse per mano fino a una sedia mentre Pedro li seguiva con lo sguardo, interessato più alle forme di lei che all’abito.
Dopo il pranzo e le chiacchiere, quando ormai era vicino il momento in cui tutti i parenti sarebbero tornati a casa Julián la condusse per mano fino al loro albero, lì l’abbracciò e le sussurrò:
– Resisti ancora un po’, mi amor…ho un affare per le mani, mi pagheranno bene, tra un paio di mesi ce ne andremo –

Luz aveva imparato a riconoscere lo stato d’animo del giovane dal tono della sua voce, e in questa frase lesse chiarissimi nervosismo e paura.

– Che genere di affare? Sei preoccupato. – chiese con un filo di voce

Julián le sorrise rassicurante, come sempre, e le sistemò una ciocca ribelle dietro l’orecchio

– Ma no, figurati mi amor, preoccupato? E di cosa? Sei tu che non ti devi preoccupare, prima che tu riesca a dire “me ne vado negli Stati Uniti” saremo oltreconfine – la baciò la fronte e si incamminò verso l’auto.

Quella fu l’ultima volta che Luz lo vide vivo.
Una settimana più tardi lo ritrovarono sulla statale, ucciso con tre colpi di pistola.
Quando le diedero la notizia Luz gridò, distrusse tutto ciò che trovò a portata di mano, corse in cima al suo albero e pianse tutte le sue lacrime.
Il giorno del funerale, nonostante le rimostranze di sua madre e sua nonna, indossò l’abito di cotone bianco, gli orecchini e si intrecciò i capelli.

– Lui avrebbe voluto così – fu la sua unica spiegazione.

Quando si chinò sul corpo freddo di Julián, nella bara aperta, lo abbracciò e pianse disperatamente.
L’unica persona che la capisse, il suo unico amore, se ne era andato per sempre.
Sua madre e sua nonna tentarono di staccarla ma lei non voleva allontanarsi, non ce la faceva.
Pedro si avvicinò mentre le donne le parlavano e tentavano di aprirle i pungi serrati attorno alla camicia di Julián.
Il ragazzo posò gentilmente una mano sulla spalla di Inez

– Ci penso io zia, è meglio che la porti a fare un giro –

Prendendole le mani la costrinse a lasciare la presa, trascinandola via mentre lei si agitava

– No! Julián! Lasciami! Lasciami, mostro! No te dejará, mi amor! (non ti lascio, amore mio) –

Una volta fuori dalla chiesa il ragazzo la adagiò sul sedile del passeggero della sua macchina sportiva, chiudendo la portiera; salì al posto di guida e partì a tutta velocità.
Luz si era chiusa in un intricato silenzio, continuando a fissare dal finestrino l’orizzonte che si perdeva tra le distese del deserto di Sonora.
Viaggiarono senza dirsi una parola per quasi mezz’ora, poi Pedro le parlò con voce comprensiva.

– Non essere triste, mi prenderò io cura di te –

Luz voltò la testa con uno scatto, fissandolo con rancore

– Tu non sei lui – gli disse con disprezzo.

Il ragazzo sterzò violentemente, imboccando una stradina secondaria, e facendo sobbalzare la ragazzina sul sedile.

– Dove diavolo stiamo andando? – chiese infastidita, Pedro non le rispose; dopo poco fermò la macchina in uno spiazzo in mezzo al deserto:niente a parte polvere, rocce e cactus per chilometri.

Luz lo fissava interrogativa, lui le si fece più vicino sussurrandole:

– Non posso essere Julián, ma posso fare le sue stesse cose…- le posò una mano su una coscia e l’accarezzò.

Luz gli afferrò la mano, scansandola rabbiosamente.
Il ragazzo sorrise cinico.

– Dai, puoi finire questa farsa con me…lo vedevano tutti come ti guardava – le rimise la mano sulla gamba, salendo fino sotto la gonna di cotone bianco.
Di nuovo Luz gli tolse la mano con un gesto concitato, fissandolo disgustata

– Lui non era come te – sussurrò.

– Ma avresti voluto… – le rispose il ragazzo avvicinando il viso e tentando di baciarla, la ragazzina voltò la testa per schivarlo.

Pedro la fissò vorace, mentre gli occhi di Luz si riducevano a due spilli carichi di odio; tentò di accarezzarle una guancia baciandola sul collo ma lei gli diede uno schiaffo.
Il giovane restò sorpreso, si massaggiò la guancia arrossasata e la fissò; con uno scatto la afferrò per i capelli mentre l’altra mano scivolò tra le gambe ad accarezzarla.
Luz si dimenò furiosamente, urlando.
Il ragazzo la schiaffeggiò.

– Sta’ zitta! – le intimò, mentre la grossa mano le strappava le mutandine di cotone bianco.

Luz ansimò piangendo mentre le dita le sfioravano la carne.

– Suéltame! (lasciami!) – gridò tra le lacrime.

Con occhi spiritati il ragazzo tentò di farla voltare, disperata Luz si aggrappò alla maniglia, aprendo lo sportello dell’auto e provando di fuggire.
Lui la afferrò per la vita, tirandola indietro.
Mentre affondava le unghie nella pelle del sedile nella vana speranza di riuscire a liberarsi Luz sentì il rumore della cerneria dei pantaloni di Pedro che si abbassava, terrorizzata si agitò ancora di più, ma un secondo dopo un dolore terribile la fece urlare.
Urlò disperatamente, con quanto fiato avesse in corpo.
Mentre affondava voracemente in lei il ragazzo sussurrò con soddisfazione

– Urla, urla pure, nessuno ti sentirà…-

Sentendo l’eco delle proprie grida disperdersi nel deserto di Sonora Luz capì che non sarebbe arrivato nessuno a salvarla.
Contrasse il visino in una smorfia e pianse silenziosamente mentre il sangue caldo le colava lungo le cosce.
Chiuse gli occhi e pregò mentre le mani di Pedro le afferravano il piccolo seno, poco dopo il ragazzo gemette con piacere, decidendosi a lasciarla andare e caracollò sul sedile, soddisfatto.
Piangendo Luz strisciò fuori dall’auto, si alzò in piedi a fatica, dolorante. Abbassò lo sguardo a guardare la gonna bianca macchiata di sangue; quando vide la stoffa tinta di rosso tremò senza fiato.
Stentoreamente mosse qualche passo verso il deserto, fissando l’orizzonte con occhi vitrei velati dalle lacrime.

– Aiuto… – sussurrò al nulla – Aiutami…-

Barcollò colpita dal sole cocente, avanzava senza meta fissandosi i piedini che arrancavano nella polvere; rialzando il viso vide una figura poco più avanti: era una donna, una donna vestita di bianco.
Stava camminando verso il centro del deserto, voltata di spalle, sul capo aveva drappeggiato un delicato manto di pizzo bianco che si perderva in uno strascico; si muoveva con grazia inaudita, sembrava quasi che non sfiorasse il terreno.
La speranza si riaccese in Luz, allungò una mano quasi a volerla afferrare e chiamò ad alta  voce:

– Aiutami, signora ti prego, aiutami! –

A quelle parole la donna si fermò accanto a uno degli alti cactus che punteggiavano la piana; con sforzo Luz si strascinò ancora per qualche passo, sempre con la manina tesa.
Lentamente la donna si voltò e la ragazzina inorridì: non c’era nessun volto, la donna aveva il viso scheletrico, così come lo erano le mani.
Si immobilizzò terrorizzata mentre la figura la fissava in silenzio con le sue oribite vuote.
Luz non riusciva a staccare lo sguardo nonostante quella visione le incutesse una paura folle, gli occhi le si riempirono di lacrime e il respiro le si strozzò in gola: era sul punto di urlare per il terrore.
Eppure, a dispetto dell’assenza di muscoli, percepì che la figura le stava sorridendo.
Aveva la mani ossute aperte in un gesto accogliente, i palmi rivolti al cielo.
Lentamente la donna si portò la mano destra al viso, e, alzando l’indice, se lo appoggiò sulla bocca a segnalarle di tacere.
Luz annuì, inghiottì l’urlo obbediente e il dolore svanì.
Una quieta assenza di emozioni si fece largo tra il caos della sua mente.
Non provava più dolore, o paura, o nostalgia per Julián.
Sorpresa sbattè un paio di volte le palpebre, quando riaprì gli occhi la donna non c’era più.
Con movimenti lenti Luz si sedette nella polvere, abbracciandosi le ginocchia, fissando lo sterminato orizzonte del deserto; e lì rimase, senza pensare a nulla, vuota, senza paura, o dolore, o nostalgia, o amore; solamente a fissare l’infinità del deserto di Sonora.

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