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#Liberazione e ‘La banalità del male (Eichmann in Jerusalem)’

Diritti umani

In occasione del giorno della Liberazione mi ritrovo a concludere la lettura di ‘La banalità del male’ di Hannah Arendt [pagina wiki]. E’ un libro che scrisse inizialmente in forma di articoli per il New Yorker, come corrispondente al processo di Adolf Eichmann. Ora, Eichmann era il gerarca nazista (tenente colonnello delle ss) che si occupava delle deportazioni degli ebrei. Israele lo catturò nel 1960 in Argentina, lo portò a Geruaslemme, lo processò e lo impiccò.

Ho trovato una prima differenza lampante tra il libro della Arendt e la moltitudine di testi e film sul nazismo e i campi di concentramento: ‘La banalità del male’ non è un libro retorico, al contrario: è un libro ironico.

Vi si leggono frasi come:

“In quel momento mi sentii una specie di Ponzio Pilato, mi sentii libero da ogni colpa”. Chi era lui, Eichmann, per ergersi a giudice? Chi era lui per permettersi di “avere idee proprie”? Orbene: egli non fu né il primo né l’ultimo ad essere rovinato dalla modestia.

[Capitolo settimo, La conferenza di Wannsee, ovvero Ponzio Pilato]

‘La banalità del male’ offre un punto di vista differente sulla questione ebraica, l’olocausto e tutte quelle cose che siamo abituati a ricordare con doveroso contegno e un po’ di noia. Eichmann non era ai vertici del partito, non era una figura grandiosa o demoniaca. Era un impiegatuccio, un omuncolo scarsamente istruito che metteva tutto se stesso nel far bene il suo lavoro: in questo caso nel deportare ebrei nel modo più efficace, rapido e pulito possibile.

Da qui la banalità del male, il fatto che questo male si annidi non nelle grandi menti criminali, ma negli uomini comuni, che sottoposti ai giusti stimoli si lasciano  modellare per perseguire fini mostruosi.

Per questo, perché il nazismo si nasconde nell’indifferenza morale della gente normale, come noi, è necessario vegliare sui propri diritti e lottare perché gli stessi diritti vengano estesi al resto del mondo. Perché se al mondo tutti godessero dei diritti fondamentali dell’uomo un nuovo nazismo sarebbe impossibile: saremmo tutti talmente abituati a star bene che ci accorgeremmo subito del comparire di un’aberrazione del genere, e potremmo estirparla prima che diventasse pericolosa.

Ma quello dei diritti umani è un progresso molto lento, mentre il germe del male inteso come nazismo, autoritarismo etc. evolve in fretta, muta, si adatta ai tempi, diventa difficile da riconoscere.

Un primo passo è tenere bene a mente i diritti di cui ogni essere umano deve godere: Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Processo a Eichmann

Hannah Arendt, film:

http://www.nowvideo.at/video/22437edb1179a

9788807883224_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleLa banalità del male, Hannah Arendt, ebook:

http://www.giuliotortello.it/ebook/banalita_del_male.pdf

[…] Ma fu in Danimarca che i tedeschi dovettero constatare quanto giustificate fossero le apprensioni del ministero degli esteri. La storia degli ebrei danesi è una storia “sui generis”, e il comportamento della popolazione e del governo danese non trova riscontro in nessun altro paese d’Europa, occupato o alleato dell’Asse o neutrale e indipendente che fosse. Su questa storia si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università ove vi sia una facoltà di scienze politiche, per dare un’idea della potenza enorme della non violenza e della resistenza passiva, anche se l’avversario è violento e dispone di mezzi infinitamente superiori. Certo, anche altri paesi d’Europa difettavano di «comprensione per la questione ebraica,» e anzi si può dire che la maggioranza dei paesi europei fossero contrari alle soluzioni «radicali» e «finali». Come la Danimarca, anche la Svezia, l’Italia e la Bulgaria si rivelarono quasi immuni dall’antisemitismo, ma delle tre di queste nazioni che si trovavano sotto il tallone tedesco soltanto la danese osò esprimere apertamente ciò che pensava. L’Italia e la Bulgaria sabotarono gli ordini della Germania e svolsero un complicato doppio gioco, salvando i loro ebrei con un “tour de force” d’ingegnosità, ma non contestarono mai la politica antisemita in quanto tale. Era esattamente l’opposto di quello che fecero i danesi. Quando i tedeschi, con una certa cautela, li invitarono a introdurre il distintivo giallo, essi risposero che il re sarebbe stato il primo a portarlo, e i ministri danesi fecero presente che qualsiasi provvedimento antisemita avrebbe provocato le loro immediate dimissioni. Decisivo fu poi il fatto che i tedeschi non riuscirono nemmeno a imporre che si facesse una distinzione tra gli ebrei di origine danese (che erano circa seimilaquattrocento) e i millequattrocento ebrei di origine tedesca che erano riparati in Danimarca prima della guerra e che ora il governo dei Reich aveva dichiarato apolidi. Il rifiuto opposto dai danesi dovette stupire enormemente i tedeschi, poiché ai loro occhi era quanto mai «illogico» che un governo proteggesse gente a cui pure aveva negato categoricamente la cittadinanza e anche il permesso di lavorare. (Dal punto di vista giuridico, prima della guerra la situazione dei profughi in Danimarca non era diversa da quella che c’era in Francia, con la sola differenza che la corruzione dilagante nella vita amministrativa della Terza Repubblica permetteva ad alcuni di farsi naturalizzare, grazie a mance o «aderenze,» e a molti di lavorare anche senza un permesso; la Danimarca invece, come la Svizzera, non era un paese “pour se débrouiller”.) I danesi spiegarono ai capi tedeschi che siccome i profughi, in quanto apolidi, non erano più cittadini tedeschi, i nazisti non potevano pretendere la loro consegna senza il consenso danese. Fu uno dei pochi casi in cui la condizione di apolide si rivelò un buon pretesto, anche se naturalmente non fu per il fatto in sé di essere apolidi che gli ebrei si salvarono, ma perché il governo danese aveva deciso di difenderli. Così i nazisti non poterono compiere nessuno di quei passi preliminari che erano tanto importanti nella burocrazia dello sterminio, e le operazioni furono rinviate all’autunno del 1943.
Quello che accadde allora fu veramente stupefacente; per i tedeschi, in confronto a ciò che avveniva in altri paesi d’Europa, fu un grande scompiglio. Nell’agosto del 1943 (quando ormai l’offensiva tedesca in Russia era falliti, l'”Afrika Korps” si era arreso in Tunisia e gli Alleati erano sbarcati in Italia) il governo svedese annullò l’accordo concluso con la Germania nel 1940, in base al quale le truppe tedesche avevano il diritto di attraversare la Svezia. A questo punto i danesi decisero di accelerare un po’ le cose: nei cantieri della Danimarca ci furono sommosse, gli operai si rifiutarono di riparare le navi tedesche e scesero in sciopero. Il comandante militare tedesco proclamò lo stato d’emergenza e impose la legge marziale, e Himmler pensò che fosse il momento buono per affrontare il problema ebraico, la cui «soluzione» si era fatta attendere fin troppo. Ma un fatto che Himmler trascurò fu che (a parte la resistenza danese) i capi tedeschi che ormai da anni vivevano in Danimarca non erano più quelli di un tempo. Non solo il generale von Hannecken, il comandante militare, si rifiutò di mettere truppe a disposizione del dott. Werner Best, plenipotenziario del Reich; ma anche le unità speciali delle S.S. (gli “Einzatzkommandos”) che lavoravano in Danimarca trovarono molto spesso da ridire sui «provvedimenti ordinati dagli uffici centrali,» come disse Best nella deposizione che rese poi a Norimberga. E lo stesso Best, che veniva dalla Gestapo ed era stato consigliere di Heydrich e aveva scritto un famoso libro sulla polizia e aveva lavorato per il governo militare di Parigi con piena soddisfazione dei suoi superiori, non era più una persona fidata, anche se non è certo che a Berlino se ne rendessero perfettamente conto. Comunque, fin dall’inizio era chiaro che le cose non sarebbero andate bene, e l’ufficio di Eichmann mandò allora in Danimarca uno dei suoi uomini migliori, Rolf Günther, che sicuramente nessuno poteva accusare di non avere la necessaria «durezza.» Ma Günther non fece nessuna impressione ai suoi colleghi di Copenhagen, e von Hannecken si rifiutò addirittura di emanare un decreto che imponesse a tutti gli ebrei di presentarsi per essere mandati a lavorare.
Best andò a Berlino e ottenne la promessa che tutti gli ebrei danesi sarebbero stati inviati a Theresienstadt, a qualunque categoria appartenessero – una concessione molto importante, dal punto di vista dei nazisti. Come data del loro arresto e della loro immediata deportazione (le navi erano già pronte nei porti) fu fissata la notte del primo ottobre, e non potendosi fare affidamento né sui danesi né sugli ebrei né sulle truppe tedesche di stanza in Danimarca, arrivarono dalla Germania unità della polizia tedesca, per effettuare una perquisizione casa per casa. Ma all’ultimo momento Best proibì a queste unità di entrare negli alloggi, perché c’era il rischio che la polizia danese intervenisse e, se la popolazione danese si fosse scatenata, era probabile che i tedeschi avessero la peggio. Così poterono essere catturati soltanto quegli ebrei che aprivano volontariamente la porta. I tedeschi trovarono esattamente 477 persone, (su più di 7800) in casa e disposte a lasciarli entrare. Pochi giorni prima della data fatale un agente marittimo tedesco, certo Georg F. Duckwitz, probabilmente istruito dallo stesso Best, aveva rivelato tutto il piano al governo danese, che a sua volta si era affrettato a informare i capi della comunità ebraica. E questi, all’opposto dei capi ebraici di altri paesi, avevano comunicato apertamente la notizia ai fedeli, nelle sinagoghe, in occasione delle funzioni religiose del capodanno ebraico. Gli ebrei ebbero appena il tempo di lasciare le loro case e di nascondersi, cosa che fu molto facile perché, come si espresse la sentenza, «tutto il popolo danese, dal re al più umile cittadino,» era pronto a ospitarli.
Probabilmente sarebbero dovuti rimanere nascosti per tutta la durata della guerra se la Danimarca non avesse avuto la fortuna di essere vicina alla Svezia. Si ritenne opportuno trasportare tutti gli ebrei in Svezia, e così si fece con l’aiuto della flotta da pesca danese. Le spese di trasporto per i non abbienti (circa cento dollari a persona) furono pagate in gran parte da ricchi cittadini danesi, e questa fu forse la cosa più stupefacente di tutte, perché negli altri paesi gli ebrei pagavano da sé le spese della propria deportazione, gli ebrei ricchi spendevano tesori per comprarsi permessi di uscita (in Olanda, Slovacchia e più tardi Ungheria), o corrompendo le autorità locali o trattando «legalmente» con le S.S., le quali accettavano soltanto valuta pregiata e, per esempio in Olanda, volevano dai cinquemila ai diecimila dollari per persona. Anche dove la popolazione simpatizzava per loro e cercava sinceramente di aiutarli, gli ebrei dovevano pagare se volevano andar via, e quindi le possibilità di fuggire, per i poveri, erano nulle.
Occorse quasi tutto ottobre per traghettare gli ebrei attraverso le cinque-quindici miglia di mare che separano la Danimarca dalla Svevia. Gli svedesi accolsero 5919 profughi, di cui almeno 1000 erano di origine tedesca, 1310 erano mezzi ebrei e 686 erano non ebrei sposati ad ebrei. (Quasi la metà degli ebrei di origine danese rimase invece in Danimarca, e si salvò tenendosi nascosta.) Gli ebrei non danesi si trovarono bene come non mai, giacché tutti ottennero il permesso di lavorare. Le poche centinaia che la polizia tedesca era riuscita ad arrestare furono trasportati a Theresienstadt: erano persone anziane o povere, che o non erano state avvertite in tempo o non avevano capito la gravità della situazione. Nel ghetto godettero di privilegi come nessun altro gruppo, grazie all’incessante campagna che in Danimarca fecero su di loro le autorità e privati cittadini. Ne perirono quarantotto, una percentuale non molto alta, se si pensa alla loro età media. Quando tutto fu finito, Eichmann si sentì in dovere di riconoscere che «per varie ragioni» l’azione contro gli ebrei danesi era stata un «fallimento»; invece quel singolare individuo che era il dott. Best dichiarò: «Obiettivo dell’operazione non era arrestare un gran numero di ebrei, ma ripulire la Danimarca dagli ebrei: ed ora questo obiettivo è stato raggiunto.»
L’aspetto politicamente e psicologicamente più interessante di tutta questa vicenda è forse costituito dal comportamento delle autorità tedesche insediate in Danimarca, dal loro evidente sabotaggio degli ordini che giungevano da Berlino. A quel che si sa, fu questa l’unica volta che i nazisti incontrarono una resistenza aperta, e il risultato fu a quanto pare che quelli di loro che vi si trovarono coinvolti cambiarono mentalità. Non vedevano più lo sterminio di un intero popolo come una cosa ovvia. Avevano urtato in una resistenza basata su saldi princìpi, e la loro «durezza» si era sciolta come ghiaccio al sole permettendo il riaffiorare, sia pur timido, di un po’ di vero coraggio. Del resto, che l’ideale della «durezza,» eccezion fatta forse per qualche bruto, fosse soltanto un mito creato apposta per autoingannarsi, un mito che nascondeva uno sfrenato desiderio di irreggimentarsi a qualunque prezzo, lo si vide chiaramente al processo di Norimberga, dove gli imputati si accusarono e si tradirono a vicenda giurando e spergiurando di essere sempre stati «contrari» o sostenendo, come fece più tardi anche Eichmann, che i loro superiori avevano abusato delle loro migliori qualità. (A Gerusalemme Eichmann accusò «quelli al potere» di avere abusato della sua «obbedienza»: «Il suddito di un governo buono è fortunato, il suddito di un governo cattivo è sfortunato: io non ho avuto fortuna.») Ora avevano perduto l’altezzosità d’un tempo, e benché i più di loro dovessero ben sapere che non sarebbero sfuggiti alla condanna, nessuno ebbe il fegato di difendere l’ideologia nazista. A Norimberga Werner Best dichiarò di aver dovuto fare un difficile doppio gioco e affermò che era merito suo se i governanti danesi erano stati informati dell’imminente catastrofe; i documenti provavano invece che proprio lui aveva proposto a Berlino l’operazione danese: ma egli spiegò che anche questo faceva parte del gioco. Best fu estradato in Danimarca e lì venne condannato a morte; ma si appellò contro la sentenza, e il risultato fu sorprendente: in base a «nuove prove» la pena di morte gli fu commutata in cinque anni di carcere, per cui poco tempo dopo fu rimesso in libertà. Probabilmente riuscì a dimostrare alla Corte danese che veramente aveva fatto del suo meglio. […]

[Hannah Arendt, La banalità del male, pp. 193-197]

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