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L’ombra di Lear

Ed io chi sono?”la-storia-di-Re-Lear-per-sito1-642x335-660x330

Bella domanda. Chi è Re Lear? Lui non lo sa più. Prima era Re, potente e rispettato, ed era padre, dolce e generoso. Ha dato via la sua corona, ha spartito le sue terre e i sui titoli: non ha più attributi da far precedere alsuo nome. E’ ancora padre e non vuol dare via questo titolo. Chiede rassicurazione. Vuol sapere quanto lo amino le sue figlie.

Lear è vecchio e probabilmente è malato. Se ne accorge pian piano, ma non vuole che gli altri se ne accorgano, vuole esser potente come era prima, amato come prima. Lear non conosce la differenza tra l’affetto e l’adulazione, non la conosce perché è sempre stato Re e continua ad esserlo, nella sua mente. C’è una lezione che dovrà imparare dalle sue figlie: come Regina non hai bisogno di esser figlia; come figlia non hai bisogno di esser Regina.  GONERIL e REGAN sono figlie ingrate? Io non penso. Sono statiste, sono dame di corte e reggenti, mogli importanti di duchi, uomini forti che manipolati dalle loro arti femminili. Sono vere regine: sarebbero piaciute a Macchiavelli. CORDELIA invece è la pietà filiare e assieme la fedeltà al vero: chiama le cose col loro nome, non con i titoli. Cordelia sa chi è. Goneril e Regan sanno cosa vogliono essere. E Lear?  “Non ha mai conosciuto se stesso.”: dice Regan.

LEAR – (A Gonerilla)
Tu saresti mia figlia?

GONERILLA – Evvia, signore,
vorrei che usaste la vostra saggezza
della quale vi so certo provvisto,
e rinunziaste a queste esibizioni
che vi stan trascinando da alcun tempo
fuori da quel che siete.

MATTO – Anche il somaro
sa quand’è il carro che tira il cavallo.
Arri, morello, ch’io ti voglio bene!”

LEAR – C’è qui qualcuno che mi riconosca?
Non è Lear, questo! Cammina così
Parla così? Sono questi i suoi occhi?
O la sua mente s’è rimbecillita,
o gli è andata in letargo la ragione!
Ah, è sveglio?… Ma no, che non è vero!
Chi di voi mi sa dire chi son io?…

MATTO – L’ombra di Lear.

Strano gioco di specchi è il “Re Lear”: il pazzo è l’unico a dire il vero, colui che vuole dire il vero deve fingersi pazzo. Chi non ha mai conosciuto il vero, poco alla volta, scoprendolo, diventa pazzo.

MATTO – Zietto, se tu fossi il mio buffone,
te n’avrei fatte dare di frustate,
per esserti invecchiato innanzi tempo.

LEAR – Che vuoi dire con questo?

MATTO – Che non avresti dovuto permetterti
d’essere vecchio prima d’esser saggio.

LEAR – Oh, no, cieli pietosi, matto no, non fatemi impazzire!
Conservatemi il seme di ragione!

Non voglio essere matto!

Vi propongo la scena VI del IV atto. Il vecchio Gloucester, ingannato dal figlio illegittimo in un crescendo di crudeltà e menzogna, ha dapprima bandito il primogenito dalle sue terre, ha ospitato la coppia regale di Danimarca ed è stato da loro torturato per aver tentato di salvare Lear dalla tempesta. Senza più gli occhi, come Edipo, si affida a quello che crede un folle, perché lo porti su un’alta rupe dove potersi gettare e porre fine alla sua vita di sbagli. La scena è quanto più tragica quanto più comica: il folle è quel figlio amato che ha bandito e che piange nelle sue ultime parole. Lo accompagna per mano senza svelarsi, accompagna suo padre a una finta morte sopra un masso qualunque, dove non potrebbe rompersi neppure un dito. Un finto matto, porta suo padre cieco a una finta morte, mentre questo piange il figlio lontano che gli tiene il braccio.

ATTO IV, SCENA VI – Campagna presso Dover

Entrano GLOUCESTER e EDGARDO, questi travestito da contadino

GLOUCESTER – Quanto c’è ancora per giungere in vetta?

EDGARDO – Stiamo appunto salendo.
Non avvertite anche voi la salita?

GLOUCESTER – A me sembra di camminare in piano.

EDGARDO – È ripidissimo, invece… Ascoltate:
il mare, lo sentite?

GLOUCESTER – Non lo sento.

EDGARDO – Vuol dire allora che anche gli altri sensi
han risentito dal dolor degli occhi.

GLOUCESTER – Sì, può esser così. Ma ho l’impressione
che tu abbia cambiato la tua voce,
e che ti esprimi meglio
e con migliore costrutto di prima.

EDGARDO – V’ingannate. Non son mutato in nulla,
salvo che nel vestito, che ho cambiato.

GLOUCESTER – Eppure sento che ti esprimi meglio.

EDGARDO – Ecco, siamo arrivati. Questo è il posto.
Restate fermo lì. Oh, che paura!
A gettar l’occhio in giù dà le vertigini.
I corvi e le cornacchie
che si vedon volare là a mezz’aria
sembrano appena degli scarafaggi.
A mezzacosta sta aggrappato un uomo,
sta raccogliendo finocchio marino…

Terribile mestiere!… La sua sagoma
vista da qui, non appare più grande
della sua testa. I pescatori in fila
sulla battigia sembran tanti topi;
e quel grosso barcone laggiù, all’ancora,
non è più grande della sua scialuppa,
e la scialuppa stessa un gavitello,
che da qui si distingue sì e no.
Da questa altezza non si percepisce
il mormorio dell’onda che spumeggia
sugli infiniti pigri sassolini
del greto… Ma non voglio più guardare,
che non m’abbia a venire il capogiro,
e la vista, offuscata,
non mi faccia piombar giù a capofitto.

GLOUCESTER – Fammi mettere là dove sei tu.

EDGARDO – Porgetemi la mano.
Ecco, ora siete ad un passo dal ciglio
dello strapiombo. Non farei un sol passo
in avanti da lì, dico un sol passo
per tutto ciò che sta sotto la luna.

GLOUCESTER – Lasciami pur la mano.
Ecco, qui c’è, amico, un’altra borsa,
e dentro c’è un gioiello il cui valore
che può far molto comodo ad un povero.
Che gli dèi e gli spiriti benigni
lo faccian prosperare insieme a te!
Allontànati, adesso. Dimmi addio.
Fa’ ch’io senta il tuo passo allontanarsi.

EDGARDO – (Fingendo di andarsene)
Come volete. Addio, mio buon signore.

GLOUCESTER – Addio, con tutto il cuore.

EDGARDO – (A parte)
Se prendo così a gioco la sua angoscia,
lo faccio solamente per guarirla.

GLOUCESTER – (Inginocchiandosi)
O dèi onnipotenti,
rinuncio a questo mondo,
e sotto gli occhi vostri, rassegnato,
mi scrollo della mia grande afflizione.
Potessi ancora trascinarmi in vita
a sopportarla e non mettermi contro
ai vostri ineluttabili voleri,
lascerei consumare fino in fondo
il lucignolo odioso e maleolente
della mia esistenza. Ma non posso.
Se Edgardo vive ancora, oh, beneditelo!
Adesso, amico, addio. Vattene pure.

EDGARDO – Sto andando via, signore. Vi saluto.

(Gloucester salta, credendo di precipitare,
ma salta nella direzione sbagliata, e cade a terra)

(Tra sé, vedendolo a terra e credendolo morto)
E però temo che la fantasia
possa ugualmente rubare alla vita
il suo tesoro, s’è la vita stessa
che si concede al furto.

Fosse stato dove pensava d’essere,
adesso non avrebbe più pensieri.
Vivo o morto?…
(Forte)
Ehi, voi, signore! Amico!
Mi sentite?… Parlate!
(Tra sé)
Che sia morto davvero?… No, rinviene…
Chi siete voi, signore?

GLOUCESTER – Andate via, lasciatemi morire.

EDGARDO – Se tu non fossi stato un fil di ragno,
un piuma d’uccello, un soffio d’aria,
precipitando giù da tante tese
ti saresti schiacciato come un uovo;
invece tu respiri, tempra dura,
non butti sangue, parli, sei intero.
Dieci alberi maestri uno sull’altro
non farebbero tutta l’altitudine
da cui tu sei caduto a perpendicolo:
sei vivo, ed è un miracolo.

GLOUCESTER – Ma son caduto, o no?

EDGARDO – Sì, dalla paurosa sommità
di questo promontorio d’arenaria.
Guarda lassù. Lo vedi? A quell’altezza
non si può né vedere né sentire
l’allodola, col suo stridulo verso.
Dài, guarda su!

GOUCESTER – Ahimè, io non ho occhi…
Sarà dunque negato alla sventura
il conforto di por fine a se stessa
con la morte? Non fu sempre conforto
all’infelice poter, con la morte,
sottrarsi all’infuriata del tiranno,
frustandone la volontà boriosa?…

EDGARDO – Datemi il braccio… così. Come va?
Vi sentite le gambe? Siete in piedi.

GLOUCESTER – Bene, bene, fin troppo.

EDGARDO – Questo oltrepassa qualsiasi stranezza.
Quando eravate in cima a quella rupe,
che cos’era quella figura strana
che ho visto allontanarsi a un certo punto?

GLOUCESTER – Un povero infelice mendicante.

EDGARDO – I suoi occhi, guardando da quaggiù,
erano simili a due lune piene;
mi pareva che avesse mille nasi,
corna attorte e increspate
come l’onde del mare. Era un demonio.
È il segno questo, padre fortunato,

che i più immacolati fra gli dèi,

quelli che traggono la loro gloria
facendo quel ch’è impossibile agli uomini,
t’hanno salvato.

GLOUCESTER – Adesso mi ricordo.
E d’ora innanzi voglio sopportare
la mia miseria finché non sia essa
a gridar: “Basta, basta!”; e poi morire.
Quella forma che dici d’aver vista
io l’avevo scambiata per un uomo;
e ripeteva: “Il demonio, il demonio”,
e fu lui stesso a condurmi lassù.

EDGARDO – Adesso sta’ sereno e rassegnato. […]

 

Tratto da : “ Re Lear” di William Shakespeare, tradotto da Goffredo Raponi , curato da Peter Alexander.

http://www.liberliber.it/mediateca/libri/s/shakespeare/re_lear/pdf/re_lea_p.pdf

 

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