La disintegrazione della persistenza della memoria - S. Dalì, 1931

Esseri…solo a un soffio dall’ignoto.

I Monologhi di Sana – Rubrica

La disintegrazione della persistenza della memoria - S. Dalì, 1931
La disintegrazione della persistenza della memoria – S. Dalì, 1931

È come se tu mi avessi chiusa dentro uno dei tuoi mondi. Lo so che tu volevi farmi felice, ma per dare felicità bisogna prima stare bene con se stessi. Non posso più aspettare, Jimi. Mi sto spegnendo, e volevo dirti che vado a Marrakech da Joystick. L’ultima volta che gli ho parlato viveva all’Hotel El-Rashid. Lo so che è dura da quelle parti, ma forse è di quello che ho bisogno. Di essere costretta a tenere gli occhi aperti. Perciò ti prego, non cercarmi. Non sto scappando. Lasciami andare.

(Lisa – Nirvana, regia di G. Salvatores 1997)

Hide the petals underneath that bedroom floorboard
and they will wither without fail or success.
Put the people in the hollow box they crafted,
bolt the doors and watch them perish.
Its a cautious descent, so polite and pensive at first.
But the only truth is change, have patience
(every hundredth year, a single breath and then its over…)
Even if only for a minute for a minute its over.
Even if only for a minute.
So brave in the face of all those roots that ruin,
to stand so tall when in fact in ruins.
To face that corner of the box and dive in,
just the sound alone of its humble breath.
A murmur from the ruins echoes softly as the roots undo, and the branch becomes…

(Interview at the ruins – Circle takes the square)

Alcune cose le realizzi sempre troppo tardi, come fossero dei particolari fuori fuoco. Non era rabbia, e nemmeno scazzo. Quella sensazione terribilmente urticante che mi faceva venire voglia di correre il più lontano possibile era paura. Pura e semplice paura, perchè uno sguardo così l’avevo già visto, molto tempo fa, su un altro viso. E allora lontano da me, il più possibile. Scordati il mio nome, subito, adesso. Scordati come rido, come parlo, come sogno. Scordati tutto. Io non sono più io, non sono esistita, non sono mai esistita e tu non mi hai conosciuta. E quella persona che ora ho davanti a me io non l’ho mai vista, non c’ho mai parlato, non l’ho mai conosciuta. Questa persona troppo simile, dagli occhi troppo mutevoli; mi fa paura, mi atterrisce, mi spaventa. Questa persona cattiva, meschina, noiosa, che manca di qualsiasi delicatezza, di ogni arguzia. Che non sa cosa sia l’ironia, che non sa sognare, ed è piccola, di polvere. Mi fa sentire così nauseata, mentre parla il mio ricordo crolla a pezzi e ciò che ne esce è un ritratto che conosco fin troppo bene.

Dov’è allora quella dal sorriso che sa farmi sognare? Che regalava giornate di sole così splendide, che sapeva scalare le stelle ed essere, tra tutte, la più brillante?

L’ho soltanto immaginata?

Che stupido addio formale, che tristezza.

E mentre mi si spegne il sorriso non riesce nemmeno a fare male, è un’amarezza che non lascia scampo.

Una disillusione che sommerge e soffoca le mie risate, inghiottite dalle tenebre.

E ora nella testa non mi resta che un ricordo, un soffio, un momento dilatato all’infinito.

Un secondo in un loop perenne che si ripete senza fine.

Ho fatto un passo, alzato lo sguardo, per un momento, solo uno, i miei occhi hanno incrociato i tuoi e qualcosa si è rotto.

Non brillavano, erano grigi, spenti e affilati.

Malessere, non provo altro.

L’unico istinto è quello di abbassare la testa e tirare avanti dritto, più in fretta, sempre più veloce, più lontano.

Se potessi lavarmi via l’odore lo farei, se potessi strapparmi quella pelle che hai sfiorato.

Se.

C’è qualcosa, un istinto remoto che mi spinge a fuggirti, ad allontanarmi, che mi spezza il fiato in gola.

Solo ora lo distinguo nettamente: paura, sopravvivenza.

E ora comprendo perchè è stato così facile, e non ha fatto male. In un secondo si è distrutto tutto e io l’ho lasciato andare così facilemente che me ne stupisco.

Avevo paura.

Tanta, troppa, soffocante paura di quegli occhi.

La stessa angolazione, lo stesso colore spento, lo stesso taglio indifferente, beffardo, crudele.

Dov’è finita tutta l’empatia che regalavano al mondo?

Era di quella che m’ero innamorata, dicevo sempre che erano gli occhi più belli che io avessi mai visto, scrutavano curiosi il mondo che li circondava pieni di meraviglia.

Come se fosse tutto semplice, tutto bello, tutto splendente, anche le cose fino a un attimo prima assurde e impossibili.

Sembravano gli occhi di qualcuno che non era mai stato triste.

E ora danno i brividi, mettono a disagio.

Solo ora che sono lontani, e so che lo resteranno, riesco a fare il confronto; erano gli stessi di qualcuno che io conosco molto bene, di qualcuno che non voglio più rivedere.

Qualcuno che non mi toccherà mai più.

E un milione di domande inespresse mi si affollano nella testa.

Paura di te, paura di me stessa.

Paura di qualcuno che scivola lentamente verso una strada dalla quale non c’è ritorno.

E io mi chiedo se non fosse proprio questo, a piacermi di te.

Il tuo essere in bilico, solo a un soffio dall’ignoto.

Lo sapevo, l’avevo sempre saputo.

Resta un’amarezza inesprimbile, e il mio istinto

che sopra ogni cosa mi intima di andarmene, adesso.

Più lontano, più veloce.

Di chiudere tutte le crepe dalle quali potrebbe ancora entrare qualcosa.

La testa fa un sottile lavoro di certosino oblio, cerca tutte le battute di spirito, le ironie che adoravo, i sorrisi, le belle parole

inesorabile me le cancella dalla memoria,

e io non riesco a oppormi,

non voglio oppormi.

Fa piazza pulita,

cancella ogni traccia di te.

E mi chiedo se arriverà il giorno in cui non ricorderò il tuo nome, o com’era il tuo viso quando sorridevi e ti illuminavi.

E mi illuminavi,

di sogni, di desideri e di libertà.

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