Fate

Racconti Amorali

Alla donna che sa di desideri proibiti.

 

fairies

Se ne stavano così, sedute a gambe incrociate sul lungo fiume a osservare la notte, la bottiglia di gin tonic passava di mano in mano per poi essere abbandonata lì accanto, sul marciapiede.
Non si preoccupavano del tempo.
La città intorno scorreva senza curarsi di loro, e loro facevano altrettanto.
Stavano in silenzio a osservare la marea scura e le luci sull’altra riva senza emettere un solo suono.
L’aria sapeva di buono.
Non si spiegavano quella strana alchimia che teneva in perfetto equilibrio ogni cosa.
Sunne e Freya erano due esatti opposti, in tutto.
Dalla prima volta che si erano trovate a condividere un luogo, una stanza, un tavolo non si erano sopportate.
Sunne era alta, mascolina, dai lineamenti decisi; corti capelli neri e grandi occhi scuri, la pelle diafana, le labbra sottili.
Solare, decisa, coraggiosa.
Freya invece era piccola, minuta, dai tratti aguzzi come un folletto scandinavo; gli occhi azzurri, chiarissimi, i capelli ondulati di un biondo serico che le arrivavano alle cosce, le piccole labbra carnose sempre imbronciate in una perenne espressione di domanda, il colorito roseo di una ragazzina.
Timida, silenziosa, paurosa.
Freya ricordava l’occhiata di disprezzo che Sunne le aveva lanciato, quella prima sera; dal canto suo lei l’aveva guardata con compassione, pensando a quanto tristemente sgraziata le sembrasse quella creatura.
Raramente si erano rivolte la parola, e solo per necessità.
E poi, qualcosa era mutato nel sole di un pomeriggio di marzo.
Sunne l’aveva avvicinata sorridendo, mentre se ne stava seduta sul prato; le aveva parlato gaiamente, rivolgendole un milione di domande con tono curioso.
Freya l’aveva guardata diffidente, rispondendo a monosillabi, se avesse potuto sarebbe strisciata via inarcando la schiena come un gatto.
All’ennesima domanda Sunne aveva avvicinato il viso al suo, sorridendo, gli occhi nei suoi occhi, aspettando una risposta; Freya la guardò stupita, colta di sorpresa.
Aveva balbettato una risposta, una qualsiasi.
Sunne non appariva affatto soddisfatta, avvicinò ulteriormente il viso e le afferrò una ciocca di capelli facendoseli scorrere tra le dita.
– Morbidi come la seta!- aveva esclamato, senza smettere di sorriderle.
Freya si era alzata in fretta, senza dire nulla, il bel visino imbronciato si era girato più volte a guardare l’altra, rimasta a sedere e a chiacchierare con gli altri.
Si sedette in disparte, in un angolo soleggiato, a giocherellare con i primi fiori di campo.
Non riusciva a togliersi dalla testa l’espressione di Sunne che la guardava: avida, bramosa, affamata come una lupa.
E il suo profumo, che le era prepotentemente entrato nelle narici: sapone, e spezie, e qualcos’altro che non avrebbe saputo dire…rimase un attimo a riflettere.
Si, decise Freya: indiscutibilmente, Sunne sapeva di desiderio.
Però, quello strano sentore, non era poi così male…
Aveva appena finito di ammettere questo duro segreto con se stessa che un’ombra oscurò i suoi fiori di campo.
Alzò il viso e si ritrovò davanti Sunne, piantata sui piedi in tutta la sua terrena essenza; la ragazza si accovacciò sui talloni, di nuovo ravvicinò il viso al suo e le sorrise:
– Ciao! – esclamò
– C-ciao? – le rispose Freya impaurita
– Che fai? –
Alzò le spalle – Niente di che, riflettevo – le disse fissandosi i piedini e riprendendo a giocherellare con i fili d’erba.
– Su cosa? –
Freya piegò la testa di lato, i suoi piccoli occhi azzurri si ridussero a due spilli e senza mutare tono di voce disse
– Su di te. –
L’altra sembrò stupita, poi lusingata;si passò velocemente la lingua rossa sulle labbra sottili.
– Su di me? E che pensavi? –
– Che hai un odore strano. –
– Ah ecco…quindi puzzo, secondo te? – chiese Sunne un po’ risentita.
– Non ho detto che puzzi, ho detto che hai un odore strano. – puntualizzò con candore infantile Freya.
– E che odore ho? – ora Sunne appariva divertita.
Il visino di Freya si fece pensieroso
– Mmmmhhh…vediamo…sai di sapone di marsiglia, di spezie…e più di tutto sai di desideri nascosti!- annuì con espressione soddisfatta.
A quelle parole le pupille di Sunne si dilatarono e il sorriso si allargò, senza dare alcun preavviso di sorta si lanciò in avanti e le baciò le labbra rosa con voluttà.
Freya rimase impietrita, ma in men che non si dica ricambiò il bacio.
Quando si staccarono Sunne la guardò con espressione decisa, e di nuovo a Freya sembrò di intravedere gli occhi di una lupa.
L’altra affondò le dita nei suoi capelli, facendole scorrere si portò una ciocca al viso, annusandola.
– I tuoi capelli sanno di gelsomino e miele… –
Freya sorrise a quel complimento, e abbassò lo sguardo mentre le guance le diventavano color porpora.
Sunne la mise una mano sotto il mento e le gentilmente le fece rialzare il viso, la ammirò con soddisfazione e di nuovo le divorò la bocca di baci.
Freya tremava, e sospirò quando le labbra di Sunne scesero a baciarle il collo.
– Sei così delicata…e le tue ossa, così piccole!- le sussurrava Sunne.
Timidamente anche Freya scese a baciarle il collo con delicatezza, posò appena le labbra sulla pelle serica dell’altra ma quel centimetro di pelle parve a Sunne di fuoco.
Scese sul petto fino alla scollatura della canottiera dalla quale spuntava il piccolo seno, senza rifletterci troppo Freya lo addentò.
Sunne sobbalzò e si ritrasse indietro
– Ah! Mi hai morso! –
Freya sorrise maliziosa
– Cosa credi che facciano le fate? –
Sunne le sorrise.
– Piccola peste! – la rimproverò, ridendo, e una mano salì sotto il vestitino bianco ad accarezzarle una coscia.
Non parlarono oltre, quel pomeriggio.
Al tramonto vennero a cercarle: se ne stavano sul prato, distese, docilmente addormentate una a fianco all’altra, stremate dall’amore.
Per i giorni che seguirono tutto sembrò tornare alla normalità: non si cercarono, né si parlarono.
Una sera Freya entrò nel solito pub, intravide Sunne seduta a un tavolo; accanto a lei stava un ragazzo, una delle tante prede che si divertiva a portare in parata, facendosi offrire da bere.
Con una smorfia di disprezzo si diresse a un altro tavolo, ma poco dopo finì seduta su uno dei divanetti accanto a Sunne, che teneva discorsi impegnati sul ruolo della donna a inizio ‘900.
Freya tremò per l’irritazione, non sopportava quel modo che aveva di travestire la lode di se stessa, quel suo cominciare le tutte le frasi con “Io”, non avrebbe fatto prima a dire: “Le donne erano delle sfigate, poi sono arrivata io, che sono bella, intelligente e indipendente…ed è inutile che mi guardiate con quella facce da triglie, non sarò ma vostra”?
Si alzò, al limite della sopportazione, e uscì all’aria aperta, iniziando a camminare per il giardino.
Poco dopo qualcuno l’afferrò per le spalle:
– Che fai qui da sola?- le chiese una voce allegra.
Era Sunne.
– Passeggio in attesa che tu finisca il tuo pezzo – rispose Freya con fastidio
– Il mio pezzo? –
– Non far finta di non capire…Dio, sei così, così…irritante! –
Sunne la guardò furiosa
– Sempre meglio che starsene in disparte, in silenzio, passando per un esserino scialbo e senza volontà! –
– Solo perchè non sono così volgare non significa che io sia senza volontà! – squittì risentita Freya.
Si fissarono in silenzio, furiose, di nuovo gli occhi negli occhi, di nuovo quegli odori inaspettati si mischiarono: sapone, e spezie, e miele, e gelsomino…e desideri nascosti, sopra ogni altra cosa.
Si lanciarono una verso l’altra, baciandosi con rabbia e passione.
Poco dopo uno dei ragazzi fece capolino dalla sala
– Freya? Sunne? Siete qui? – chiamò
Le ragazze si staccarono istantaneamente, allontanandosi l’una dall’altra mentre il giovane veniva avanti.
– Ma dove diavolo eravate finite? Sono tre ore che vi cerchiamo! –
Freya, con le guance arrossate, guardò Sunne con sguardo complice, che le rispose con un sorrisetto silenzioso.
Rientrarono, e non si dissero altro che “buonanotte” quando fu l’ora di andare.
Il giorno dopo Freya leggeva pigramente seduta in salotto, la figurina aggraziata accoccolata sul divano; non riusciva a concentrarsi sulla pagina, la sua mente vagava, irresistibilmente attratta dal pensiero di Sunne, delle sue mani, delle sue labbra.
Tormentata dal ricordo di quel profumo che le accendeva i sensi come l’esca di un fuoco.
Il cellulare squillò.
Lo prese tra le mani, incerta.
– Pronto? –
– Ehi Freya, buongiorno! Allora, vieni?-
– Dove? –
– Al pratone, stiamo andando tutti là…-
Freya soppesò nella propria mente la possibilità, detestava quando troppe persone si univano alla solita compagnia, gli estranei la mettevano a disagio.
– Chi c’è? – chiese; la voce familiare del ragazzo parlò all’altro capo:
– I soliti, poi viene Angela con delle amiche sue, forse Mario con la ragazza, Simone…ah si, e Sunne ha detto che arriva per l’ora di pranzo –
Una campana le trillò dentro.
– Si, vengo – si sentì dire con sicurezza, chiedendosi se non fosse impazzita.
Standosene seduta sul prato, tre ore dopo, non faceva altro che osservare i passanti nella speranza di intravedere Sunne arrivare.
Finalmente la figura familiare venne verso di loro; le rivolse uno sguardo di fuoco ma parlò con allegria agli altri, sedendosi sulla coperta a poca distanza da lei.
Freya sentiva le zaffate del profumo di Sunne, più forte che mai, arrivarle alle narici.
Sospirò.
– Chi ha una sigaretta? – chiese l’altra.
E si alzò per prendere quella che le veniva offerta, risedendosi poi alle spalle di Freya e iniziando a giocherellare con i suoi capelli: glieli divideva in ciocche, intrecciandoli, poi sfacendo le trecce e ricominciando di nuovo; il tutto senza dirle nulla, continuando a parlare allegramente con il resto della compagnia.
Lentamente, mentre le lisciava le ciocche, coperta dalla gran massa di capelli, le sfiorò la schiena, facendola rabbrividire; il tocco si trasformò in lievi carezze.
Freya si voltò a guardarla sconvolta, non sapeva se per il tocco in sé o per il fatto che fossero in mezzo alla gente.
Sunne le sorrise indifferente e riprese a chiacchierare con la ragazza che le stava vicino; sembrava si divertisse a tenerla in quella condizione di celato sospeso.
Dopo un po’, sentendo che non ne poteva più, Freya si alzò:
– Io vado a fare due passi, forse torno dopo – sentenziò e si allontanò verso il bosco.
Camminava da cinque minuti quando sentì un fruscio alle proprie spalle, si voltò ma non vide nessuno, riprese a camminare incerta.
Di nuovo, questa volta sentì anche il “crack” di un ramo che si spezzava.
Si guardò attorno nervosa, tentando di mantenere la calma.
Il bosco le sembrò di colpo oscuro e pauroso, nonostante ne conoscesse ogni anfratto fin da bambina.
Ricominciò a camminare, ma stavolta il rumore alle sue spalle si fece insistente; decisa, Freya si voltò per scrutare la boscaglia alla ricerca della fonte: niente, non c’era assolutamente nulla.
Rimase a scrutare tra gli alberi per almeno un minuto, in assoluto silenzio.
Quando si voltò mandò un urlo, trovandosi una figura davanti.
Era Sunne, che le sorrideva con sguardo ironico e vorace.
Freya fece per dire qualcosa ma l’altra non gliene diede il tempo, avventandosi sulle sue labbra.
Quando si staccarono Freya la prese per mano sorridendo:
– Vieni – disse e si mise a correre nella boscaglia, seguita da Sunne che rideva.
Corsero attraverso il bosco, schivando i rami caduti e le fronde verdi.
Più correvano e più ogni remora, ogni civiltà, ogni distanza e memoria di una società “oltre” sembravano sparire.
Non erano che esseri di pura emozione, felici per il solo fatto di essere vive.
E non esisteva altro, per loro, che il sorriso e il desiderio.
Non esistevano altro che loro, nel bosco.
Giunte alla sommità della collina Freya si incamminò su un piccolo sentiero che attraversava un intrico di rami, rampicanti e rovi; oltre vi era una piccola radura, coperta di erba tenera e fiori.
Si lasciò cadere mentre Sunne le baciava le labbra togliendole il vestito, allungò le mani a sfilarle la maglia.
Un attimo dopo erano nude.
Danzarono, ridendo.
Fecero l’amore.
Sunne era appassionata ma attenta, Freya dolce ma smaliziata.
Erano un incontro perfetto.
Erano libere.
Più tardi, mentre Freya riposava all’ombra del sicomoro Sunne si alzò, avvicinandosi ai rovi, ritornò poco dopo con le mani cariche di bacche.
Le mangiarono voraci, incuranti del succo che macchiava loro le labbra; si baciarono a vicenda i corpi lasciandosi stampe violacee sulla pelle candida.
Erano vive, tremendamente vive e perfette.
Insieme, in quegli istanti di assoluto esistere, non erano più Sunne e Freya, ragazze di città, che frequentavano gli stessi amici, e si incontravano negli stessi posti; in quei momenti erano fiamma e ghiaccio, incarnazioni di una natura più antica del mondo stesso.
Non esisteva che Sunne nella mente e sulle labbra di Freya.
E Sunne non desiderava che Freya, e la sua candida, elegante essenza: l’avrebbe sparsa a piene mani in ogni angolo del mondo, se avesse potuto.
Restarono abbracciate, sfinite, mentre il cielo si colorava d’arancio; quando sorsero le prime luci di stella Sunne si alzò, osservò Freya distesa sull’erba: candida, i lunghissimi capelli biondi le velavano il corpo, gli occhi azzurri la osservavano smarriti, enormi.
Sembrava una sirena, pensò.
Freya osservava Sunne: alta, le ossa forti, i corti capelli arruffati e gli occhi penetranti.
– Sei il guizzo di una fiamma – sussurrò sorridendo.
Sunne le sorrise gentile, si inginocchiò di fianco a lei
– Sei bella – le sussurrò in un orecchio, e Freya arrossì.
Lentamente si rivestirono e per mano riattraversarono il bosco, ogni passo che le riavvicinava alla civiltà le rendeva un po’ più distanti, imbrigliandole in quei meccanismi per cui sarebbero dovute essere le migliori, in cui dovevano gridare abbastanza forte la propria libertà sovrastando la voce dell’altra, per essere considerate tali.
Al limitare degli alberi si lasciarono le mani, senza dire nulla.
Il gruppo era ormai ridotto a pochi astanti che chiacchieravano ancora sulla coperta mentre le tenebre finivano d’invadere il prato.
– Dove eravate finite? – chiese uno dei ragazzi
– Abbiamo fatto una lunga passeggiata, oltre il bosco – rispose Sunne indifferente, sedendogli di fianco e accendendosi una sigaretta.
Freya tornò nel suo angolo, ricominciando a maltollerare il tono nella voce dell’altra.
Non si salutarono, quando il gruppo si divise per tornare a casa.
Nei giorni successivi Freya se ne stette rintanata in casa, il libro sulle ginocchia, a leggere; tormentata dall’amore-odio che provava per Sunne.
Un pomeriggio il telefonò squillò e lei rispose controvoglia al numero sconosciuto
– Pronto? –
– Freya? – la voce di solito squillante di Sunne era poco più di un fruscio
– Sunne! –
– C’è un concerto, sul fiume…tu…tu ci verresti con me? –
– Con te e chi? – rispose prontamente Freya, non nascondendo il proprio disappunto.
– Da sole, solo io e te. – seguì un attimo di silenzio – ok, e un paio di amici –
– Va bene – rispose Freya frettolosa – Alle dieci e un quarto alle scale. – riattaccò senza dare il tempo all’altra di ribattere.
Quando si incontrarono in cima alle scale Sunne ebbe un tuffo al cuore: Freya splendeva nel suo abito nero, i capelli sciolti adornati da nastri, gli occhi truccati avevano più che mai un aspetto ferino; il bracciale di campanelli che portava al polso tintinnava a ogni aggraziato gesto della mano, lo sentì trillare quando la salutò muovendo le dita, con un sorriso acido.
Si inoltrarono nella calca del concerto, Sunne a braccetto con lo spasimante di turno, e Freya che raccoglieva più sguardi di quanti non ne avesse mai ricevuti in vita sua.
Molti uomini si avvicinarono a Freya, che mentre ballava con loro fissava Sunne divertita, con sguardo cattivo.
Sunne la fissava a sua volta, furente, dal bancone dove continuava a bere.
Un ragazzo baciò Freya, e lei ricambiò il bacio; poco dopo Sunne si fece largo tra la folla, l’afferrò furiosa per il polso, trascinandola su per la scale, all’aperto.
– Smettila! – le gridò quando si furono allontanate abbastanza da non essere sentite.
– Di fare cosa? – rispose Freya con tono indifferente
– Lo sai –
La guardò con occhi furenti.
– E perchè dovrei? Perchè a te è concesso e a me no? Cosa credi che sia, una tua proprietà? – le urlò con voce piena di disprezzo.
Lo sguardo di Sunne si svuotò di ogni rancore, di ogni gelosia.
– Hai ragione. Scusami. -piegò il viso amara
Freya si avvicinò, carezzandole una guancia.
– Metti da parte il rancore e la sfida, per una volta…che ci importa? Non ci siamo che noi, qui –
Sorrise.
Anche Sunne sorrise.
– Quando la tua maschera va in pezzi, ti trovo bellissima – sussurrò Freya.
– Quando smetti di disprezzarmi e mi sorridi, allora, vedo la tua grazia e ti voglio… – rispose l’altra.
Si sedettero sul bordo del muretto, in silenzio, a contemplare il fiume.
Sunne tirò fuori dalla borsa una bottiglia di gin tonic, ne prese una luga sorsata e l’offrì all’altra, che la imitò; poi Freya appoggiò la testa sulla sua spalla e inspirò.
– Sai di desideri proibiti e nascosti…- sussurrò più maliziosa che mai.
Sunne le prese la mano, attirandola vicina.
Restarono a fissare il fiume, in silenzio.
Non c’era alcun bisogno di parole.

 

Image by Uglybug

4 pensieri su “Fate

      1. Io sono Daniel e scrivo pure i racconti , non cosi lunghi come hai fatto tu . Ma sono belli . Allora se vuoi che molte persone seguono il tuo blog devi fare tu la prima mossa . Cioè andare negli altri blog e dire del tuo blog . Forse cosi le persone leggono questo tuo racconto sulle fate .

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