Contingenze – racconto

paranoid_fusion_by_demonflame_FotorOn Wattpad – LINK

Il vuoto le premeva addosso. I pensieri rimbalzavano da una parete all’altra del suo cranio generando strane eco. Era completamente sola, nella sua macchina. Al sicuro. Nessuno poteva farle del male. Nessuno poteva vederla perché non c’era nessuno. Ma era vero?

Era lì che si rifugiava quando aveva un crisi. Se ne stava rannicchiata nel sedile di guida cercando di scomparire sotto il volante. Tutto quello che vedeva erano gli enormi piloni di cemento armato che reggevano l’autostrada. Davanti a lei una boscaglia marcia di gas di scarico che sembrava estendersi fino all’orizzonte e la spianata di cemento su cui era parcheggiata l’auto. Sentiva le macchine sfrecciare e nient’altro. Sembrava proprio che fosse sola. Ma come poteva esserne certa? Nel buio, poi, si poteva nascondere qualunque cosa.

Quando aveva paura, per una frazione di secondo ragionava chiaramente. Per un attimo le era chiaro che tutte le cose date per scontate, le certezze, la fiducia che normalmente accordava al mondo incondizionatamente non avevano motivo di esistere. Poteva essere uccisa da un momento all’altro. Il mondo era un’alterità totale, inconoscibile e ostile.

Rimase in assoluto silenzio ancora un minuto, per accertarsi che fosse tutto a posto, poi si sollevò un poco, abbassò il finestrino e accese una sigaretta. Spinta da una sensazione di inquietudine spense i fari. Se c’era qualcosa nascosto fuori dal cono di luce non l’avrebbe visto. Aspettò qualche secondo che la vista si adattasse all’oscurità e scrutò fuori dall’abitacolo. Non vedeva niente, a parte la boscaglia che emanava una tenue fluorescenza. Si rilassò contro lo schienale e aspirò una boccata di fumo. Ora l’unica fonte luminosa era la sigaretta accesa. La fissò con sguardo indagatore. Quel puntino arancione l’avrebbe tradita rivelando la sua posizione? Scrollò le spalle e tirò un’altra boccata.

Il suo sguardo si spostò sullo specchietto retrovisore. Vedeva il suo volto emergere dal buio, illuminato dalla sigaretta. Era il suo solito viso, ma gli occhi risplendevano di un bagliore rossastro. Era solo un riflesso, si disse. Era il suo viso, poteva riconoscerlo e quelli erano i suoi occhi, non c’era nulla di cui avere paura! Eppure un brivido le arricciò la schiena e la sigaretta le cadde di mano. Emise un grido strozzato e cercò la chiave per riaccendere i fari.

La cicca ancora accesa era caduta nell’interstizio tra il sedile e la portiera. Avrebbe dovuto aprirla per recuperare il mozzicone, ma non voleva. Non trovava la chiave. Doveva essere alla destra del volante, perché non la trovava? Annaspò muovendo freneticamente le mani e infine l’afferrò. Fece due tentativi per riaccendere ma tremava troppo. Fece un respiro e riprovò. Il motore si accese. Doveva accendere i fari, subito!

Fece scattare la leva e la boscaglia venne investita dalla luce. Non c’era niente, ma fuori dal fascio diretto? Non aveva modo di saperlo. Mandò al diavolo la sigaretta e ingranò la prima, sgommando fuori dal parcheggio.

Quando ebbe fatto un paio di chilometri sulla strada verso casa decise che quello non era più un posto sicuro, avrebbe dovuto trovarne un altro. Ma come? Come? E come diavolo era potuto succedere che il suo posto sicuro venisse contaminato?

– Tesoro, sono a casa!

– Tis! Amore, dove sei stata?

Perché lo voleva sapere? Perché non come stai? Perché voleva sapere proprio dove era andata? Di suo marito si doveva fidare, l’aveva deciso molti anni prima. Qualunque cosa fosse accaduta, di qualunque cosa avesse dubitato, doveva avere fiducia in lui. In genere con Claudio si sentiva al sicuro, le era successo solo una volta di temere che la uccidesse. Probabilmente doveva interpretare la sua curiosità come una normale interazione marito-moglie.

– Sono andata in un posto tranquillo, di solito mi aiuta a riflettere ma oggi è andata male. Ero un po’ nervosa.

Panico, panico, ma lui non immaginava cosa c’era nella sua testa? Come faceva a non vederlo?

– Mi dispiace. Beh, che cosa vuoi fare ora che sei tornata tra le mie grinfie? – chiese lui sorridendo.

C’era uno scintillio demoniaco nei suoi occhi? No, non sembrava. Ma perché si ostinava a usare delle espressioni così infelici? Ecco, stava succedendo di nuovo. Non voleva stare sola con lui. Dannazione, aveva bisogno di rilassarsi in un posto sicuro almeno una volta ogni quattro giorni, e ora non avrebbe più potuto farlo per chissà quanto tempo.

Iniziò a sentirsi soffocare. Voleva uscire, ma per andare dove? Ormai Claudio non le avrebbe più permesso di stare da sola, quella notte. L’unica alternativa poteva essere un drink in un locale pubblico. La domanda era: preferiva una serata a casa temendo che il marito la uccidesse o un locale dove sarebbe stata circondata da volti estranei e potenzialmente ostili?

– Amore, stai bene?

Ecco, se n’era accorto, era la fine.

– Sì, sono solo un po’ stanca. Che ne dici di andare al cinema? È uscito quel nuovo film tratto dal teatro giapponese, sai, Catastrofe?

Claudio la guardò un po’ perplesso. Tisbe non amava il cinema.

– Per me va bene, te ne intendi di teatro giapponese?

– No – sorrise lei, – ho solo letto un libro, qualche anno fa.

Quando ero ingenua come tutti gli altri.

Sala buia. Troppa oscurità, troppe persone. I film le piacevano, ma il cinema no. Era pericoloso concentrarsi così profondamente sullo schermo. Non voleva che l’assorbisse. Sin da piccola non riusciva a focalizzare l’attenzione. Forse per questo non era andata tanto avanti con gli studi. Aveva sempre paura di essere troppo assorta, di non accorgersi delle cose che accadevano nel mondo. Quando leggeva un libro aveva paura che ci fosse qualcuno alle sue spalle pronto a pugnalarla. Certo, si trattava di un’esagerazione, ma viste le statistiche qualche ragione per non leggere ce l’aveva. Il 18% degli omicidi domestici avveniva mentre la vittima leggeva un libro. Il giornale era diverso, non si impiegavano più di cinque minuti a leggere una notizia. In cinque minuti i sensi non arrivavano a sopirsi del tutto. Tisbe leggeva solo quotidiani. Infatti era ancora viva.

I trailer si conclusero e il film iniziò a scorrere. Era una storia d’amore che evolveva in tragedia e si concludeva con una catastrofe. Tipico del teatro giapponese.

Uscirono abbracciati e si sentì più tranquilla. Quella notte non faticò troppo a prendere sonno, ma puntò la sveglia alle cinque e trenta del mattino.

Uscì presto, decisa a fare colazione in un bar. Quando arrivò di fronte al Bottiglia Blu però cambiò idea. Il proprietario aveva un’aria inquietante, con quegli occhi piccoli e la fronte sudata. Decise di temporeggiare fumando una sigaretta.

Un’altra donna si avvicinò all’entrata e accese a sua volta una sigaretta. Cercando di non farsi vedere Tisbe prese a fissarla. Era una donna piccola e graziosa con degli occhiali dorati. Sembrava ansiosa e dopo la prima boccata si appoggiò al muro. Dopo la terza si scostò dalla parete e diede un’occhiata oltre l’angolo della strada. Dopo la quinta iniziò a ruotare molto lentamente su se stessa.

Quella stava peggio di lei. Ma che ne sapeva, in fondo, probabilmente aveva dei buoni motivi per comportarsi a quel modo. Però se iniziavi a prillare come una trottola ti rinchiudevano. Forse era una sopravvissuta. O una divorziata.

Di solito le piaceva il lunedì mattina, era tutto tranquillo. Quello che doveva essere fatto in genere si concludeva nel fine settimana e il lunedì tutti pensavano al lavoro.

Arrivò in ufficio un po’ in anticipo e iniziò a controllare le scartoffie. Tutto lasciava presagire che sarebbe stata una giornata fiacca. Si era goduta la colazione, la sua postazione era perfettamente in ordine e non si prevedevano molti reclami. In fondo era lunedì mattina, chi aveva voglia di fare reclami il lunedì mattina? Solo gli studenti e i disoccupati, ma gli esposti di quelle due particolari categorie venivano cestinati senza passare dal via.

L’ufficio iniziò a riempirsi e Tisbe sbrigò qualche pratica con estrema calma. Persino il capo non dava noia a nessuno.

La mattinata trascorse lentamente e senza pensieri. Quando arrivò l’ora di pranzo Armida le si avvicinò per andare a mangiare insieme, come faceva tutti i giorni. Non le piaceva camminare da sola, diceva, soprattutto da quando aveva iniziato a nutrire dei sospetti sul capo ufficio.

– Che c’è tesoro, ti ha rifatto l’occhiolino?- chiese Tisbe divertita.

– No, grazie a Dio! Mio marito mi ucciderebbe se lo scoprisse.

– Ma dai, esageri sempre.

– Dico davvero, sbrighiamoci.

– Non essere così apprensiva, è lunedì.

Armida sbuffò e prendendola sottobraccio si avviò in mensa a passo di marcia.

Così le avrebbero notate, ma che doveva fare? Era la sua unica amica, anche se non faceva altro che fomentare le sue paure. Ma forse del resto faceva bene.

– Tu hai mai avuto un posto sicuro? – chiese Tisbe accingendosi a masticare un grosso boccone di spezzatino.

Armida sollevò un sopracciglio. – Un cosa?

– È una cosa che mi ha insegnato mia madre. Un posto sicuro, che conosci solo tu. Serve per sfuggire alle preoccupazioni, sai, quando hai una crisi di panico.

– No, non l’ho mai avuto. E comunque non credo che Ivan sarebbe felice se me ne andassi in giro da sola.

– Io ne avevo uno, ma credo che non sia più sicuro. Ti andrebbe di cercarne un altro insieme?

Un secondo dopo aver pronunciato quelle parole se ne pentì.

– Sai che sei strana? Che tipo di posto cerchi, comunque?

– Isolato, e si deve poter scappare in fretta.

Armida fece un sospiro riflessivo ed espirò: – Non conosco nessun posto simile, mi dispiace. Ma

potremmo cercarne uno insieme dopo il lavoro.

Si trovavano in un capannone in disuso nell’estrema periferia nord della città. Il sole stava tramontando e Tisbe vedeva dove metteva i piedi solo grazie ai fari della macchina accesi alle sue spalle.

Armida le camminava a fianco con una strana espressione sul viso. Sconsolata? Preoccupata?

– Questo posto va bene?

Tisbe la guardò chiedendosi che persona fosse Armida in realtà.

– Va abbastanza bene, sì. Bisognerebbe solo trovare qualcosa su cui sedersi.

– Ma poi cosa fai in questi posti segreti?

– Non lo so. Penso, mi schiarisco le idee, leggo.

– Ma non puoi farlo a casa?

Non avrebbe dovuto dirglielo, eppure le sfuggì prima di poter inghiottire le parole: – Ho paura di rilassarmi a casa. Non lo dire a nessuno, ma a volte ho paura di Claudio.

Armida sgranò gli occhi e la fissò a bocca aperta per un secondo.

– Tisbe, tienilo per te ma… – un singhiozzo le impedì di continuare la frase.

Tisbe non aveva neanche avuto il tempo di capire cosa stesse succedendo che Armida aveva iniziato a piangere a dirotto accasciandosi a terra come un animale ferito.

– Che c’è? Va tutto bene, non ti preoccupare, possiamo tornare in centro, questo posto è un po’ lugubre. Ora ti porto via, vedrai, andrà tutto bene – cercava di consolarla, abbracciandola inutilmente.

Passarono i minuti e lentamente Armida smise di piangere. Si asciugò le lacrime con una manica e fissò Tisbe negli occhi. – Non so perché mi sono messa a piangere così, non è neanche una cosa tanto grave.

– Che cosa non è grave?

Armida inspirò profondamente e disse con voce rotta: – Ivan mi ha confessato di essersi iscritto.

Tisbe sgranò gli occhi. – Iscritto? Al culto? – chiese con un nodo alla gola.

– Sì – rispose Armida. – Mi ha giurato che non mi farebbe mai del male, però sai, è logorante e non ne avevo parlato con nessuno. Non succederà niente, ne sono sicura.

Tisbe, invece, era molto preoccupata.

– Ho letto che tutti all’inizio dicono così, tutti gli omicidi domestici vengono commessi da persone che dicevano che non avrebbero fatto del male ai familiari.

Armida la guardava un po’ spaventata e un po’ seccata.

– E dove l’hai letto?

– Su Donna informata.

– Tu leggi Donna informata?

– Ho l’abbonamento.

– E Claudio non dice niente?

– Non lo sa, intercetto sempre la posta prima che arrivi lui.

– Ma come fai a esserne sicura?

Tisbe abbassò gli occhi. – Non lo sono.

Aveva iniziato a soffiare un vento insistente che faceva scricchiolare le sterpaglie secche. Le due donne si alzarono e iniziarono a tornare lentamente indietro. Quando fu comodamente seduta al posto di guida, Tisbe si accese una sigaretta e ne offrì una ad Armida.

– Tu sei la mia unica amica, lo sai?

– Beh, anche tu sei la mia sola amica, forse perché non abbiamo molto tempo per socializzare, può essere?

– In ogni caso volevo dirti che mi fido di te.

Tisbe ignorò la voce nella sua testa che cercava di dissuaderla e si fece coraggio. – Ho bisogno di dirlo a qualcuno e non vedo a chi, se non a te.

– Dirmi cosa? – chiese Armida improvvisamente molto curiosa.

Tisbe deglutì, fece un respiro profondo e confessò: – Me ne voglio andare da qui, odio il culto e ho paura tutto il tempo.

Un attimo di silenzio. – Ah.

Tisbe chiese con un filo di voce: – Non mi denuncerai?

– Certo che no – rispose Armida, pensierosa. – Anch’io devo dirti una cosa.

– Cosa?

– In mensa ti ho detto di non avere un posto segreto, ma non è così, ce l’avevo fino a pochi mesi fa.

– Con Armida, davvero?

– Sì, abbiamo fatto un giro dopo il lavoro.

– E dove siete state? – chiese Claudio sorridendo.

Di nuovo, perché voleva sapere dove? Era fissato? La stava spiando? Che cosa aveva intenzione di fare? Dannazione, aveva davvero bisogno di un posto sicuro in cui rilassarsi un po’.

– Non lo so, abbiamo fatto un giro in macchina. Perché? – rispose.

– Mah, niente, ho parlato con Ivan. È preoccupato per lei. Hai notato niente di strano?

– Strano come?

– Mi ha detto che fa un sacco di ricerche su internet, vai a capire.

La piccola Armida le aveva tenuto segrete parecchie cose, a quanto pareva. Ma non poteva biasimarla, anche lei le aveva tenuto segrete molte cose. Fino a quel pomeriggio. Aveva deciso di fidarsi e non si sarebbe tirata indietro, se provava quella sensazione fastidiosa di sospetto era solo perché…

– Amore? A che pensi?

Sussultò.

– Pensavo ad Armida. Non mi ha parlato di nessuna ricerca su internet. In compenso ha sproloquiato un’ora della sua nuova borsa.

– Tipico.

– Già.

Andò a sedersi sul divano cercando di assumere una posa disinvolta. Possibile che dovesse essere così intimorita da suo marito? Era così per tutte?

Claudio era sparito in camera da letto senza dire una parola. Aveva avuto uno strano atteggiamento per tuta la sera. Che avesse scoperto qualcosa? Ecco che ritornava con un pacchetto in mano. Maledizione.

– Ti ho preso un regalo.

Tisbe tese le labbra in un sorriso. Un regalo?

– Qual è l’occasione?

– Nessuna occasione, ti ho vista un po’ tesa e ho pensato che ti avrebbe aiutata a rilassarti – disse porgendole l’involto di carta rosa con fiocco giallo.

– Dai, aprilo.

Tisbe se lo rigirò in mano per un momento, soppesandolo e cercando di intuire le vere ragioni di Claudio. Fece un respiro e si decise a scartocciarlo.

– Oh, un libro.

– Ti piace?

– Come faccio a saperlo, non l’ho letto.

– È vero, che scemo. Ivan mi ha detto che ad Armida è piaciuto. È un romanzo.

Un libro? La voleva ammazzare.

– Grazie tesoro, sei molto dolce.

Claudio le sorrise amabilmente. – Così non ti sentirai troppo sola se nel fine settimana esco un po’.

Tisbe rimase ghiacciata sul divano col libro sulle ginocchia e la carta stracciata a fianco. Il fine settimana? Perché avrebbe dovuto uscire da solo nel fine settimana?

Sapeva benissimo che c’era una sola spiegazione plausibile, ma non ci voleva credere. Eppure era da tempo che si preparava per quell’evenienza, non poteva permettersi di essere ingenua, sapeva che prima o poi sarebbe successo. E continuare a fare la brava mogliettina di un uomo che partecipava alle riunioni del culto equivaleva a un suicidio.

– Dove vai di bello?

– Non lo so con esattezza, da qualche parte a fare trekking con Ivan.

Oddio, era vero. Usciva con un tesserato. Ma se… se invece Claudio fosse stato all’oscuro di tutto?

– Tesoro, Armida mi ha detto che Ivan si è iscritto. Stai attento se esci con lui, ok?

Claudio tentennò un attimo prima di rispondere. Brutto segno.

– Sì, me l’ha detto. Ma l’ha fatto solo per non essere discriminato al lavoro. Non è un praticante.

Tisbe si mordicchiò un labbro. – Ah, e tu? Non ti senti discriminato?

Aveva bisogno di deglutire ogni due secondi e cercare di trattenersi non faceva che peggiorare la situazione. Pregava che suo marito non lo notasse, ma aveva anche la pelle d’oca.

– Ti confesso che a volte è dura, ma ti ho fatto una promessa, ricordi? Non mi convertirò, perché ti amo e non voglio che tu stia sempre in ansia.

Non ci doveva credere, lo sapeva. L’occhio gli era guizzato in alto a sinistra. Stava mentendo!

– Sei dolce – disse alzandosi ad abbracciarlo.

Quella fu la notte peggiore della sua vita. Non riuscì a dormire neanche un minuto, ma non osava muoversi. Non voleva che Claudio sapesse che era inquieta. Da quel momento fino al giorno della fuga avrebbe dovuto dissimulare.

La mattina dopo entrò in ufficio all’alba, con la nausea nonostante avesse digiunato. Contava di essere la prima, ma trovò Armida già sistemata nella sua postazione.

– Come mai così presto? – le chiese, ma leggeva la risposta nel tremito delle mani e nelle occhiaie profonde.

– Tisbe, ho scoperto una cosa – sussurrò avvicinandosi. – Anzi, due. Una buona e una cattiva, diciamo. Parto dalla cattiva, questa settimana Ivan porta Claudio a una riunione del culto.

Silenzio.

– Tisbe? Tutto bene?

Le luci al neon annullavano l’effetto dell’alba. In ufficio tutto il giorno era uguale. Bianco abbagliante.

– Sì – rispose. – Lo sapevo già. Qual è la buona notizia?

Armida respirò e deglutì. – Ho fatto delle ricerche e ho scoperto una comunità di donne che sono fuggite e sopravvissute. E sono pronte ad accoglierci.

Quella mattina sembrò non finire mai. Tisbe era sommersa dai reclami ma non riusciva a concentrarsi e tanto più i fogli si accumulavano sulla sua scrivania, tanto meno riusciva a lavorare. Quando finalmente arrivò la pausa pranzo abbrancò Armida e la trascinò in mensa.

Sapeva che in quel modo avrebbe attirato l’attenzione, ma non le importava. Quello che aveva detto Armida cambiava tutto. Una vocina nella sua mente le diceva di non seguirla, che era una trappola, che se Claudio sapeva delle ricerche allora Ivan sapeva già che tipo di ricerche fossero. Ma Tisbe sapeva di essere paranoica, e temeva di esserlo troppo, tanto da rimanere e farsi ammazzare.

Riempirono i vassoi con quello che capitava e sedettero in un angolo.

– Queste donne – fece Tisbe, – dove si trovano?

– C’è una postazione d’accoglienza a qualche ora di macchina – rispose Armida rimestando le verdure nel piatto. – Ho una mappa.

– Quando andiamo?

Armida bevve nervosamente un sorso d’acqua. – Lunedì prossimo, prima dell’alba.

L’attesa fu snervante. Non poteva rischiare che suo marito la scoprisse a fare i bagagli, quindi programmava e riprogrammava esattamente quali azioni avrebbe compiuto il giorno della fuga.

Quando Ivan suonò al campanello, sabato mattina, e Claudio andò con lui, Tisbe sorrideva. Non gli avrebbe dato il tempo di ammazzarla. Le statistiche dicevano che le mogli dei convertiti non venivano uccise prima dei tre mesi, salvo alcune eccezioni, e lei sarebbe stata già molto lontana. Su un altro continente, se possibile. Forse Claudio avrebbe sposato un’altra donna, dimenticandola.

Tisbe sapeva che il culto non era diffuso dappertutto. Ma sarebbe stata proprio lei a riuscire a fuggire? Forse sì, forse ce l’avrebbe fatta davvero, con Armida e quelle altre donne. Oppure invece le avrebbero uccise entrambe. A meno che non fosse Armida a tradirla. In quel caso avrebbero ucciso solo lei. Tisbe deglutì e strinse i pugni.

Claudio tornò domenica sera, con un’espressione grave incisa sul volto.

– Tutto bene, tesoro? – chiese Tisbe. Era seduta sul divano col libro aperto in grembo. L’aveva sfogliato fino a pagina trentotto, senza leggerne una parola.

– Sì, ho solo bisogno di fare una doccia.

Per lavare via il sangue?

– Va bene, ti aspetto – commentò chinando il capo sul romanzo.

– Ti piace?

– Sì, certo.

– Bene, poi me lo racconti.

Ecco. Perché quella richiesta? La controllava? Per fortuna aveva letto una recensione su internet.

– Sì, oppure potresti leggerlo anche tu – disse. E non appena ebbe pronunciato quelle parole ne comprese la portata.

Aveva appuntamento con Armida prima dell’alba, e lui faceva la doccia.

– Perché no – rispose Claudio, e l’acqua iniziò a scorrere.

Lo sguardo di Tisbe guizzò sui coltelli da filetto, e prima di rendersene conto ne aveva afferrato uno.

Ecco, quella era forse l’unica cosa furba che avesse fatto negli ultimi giorni.

Iniziò a spogliarsi. Avevano una bella doccia in muratura, grande. A Claudio piaceva fare l’amore nella doccia e Tisbe lo assecondava spesso, per ingraziarselo.

– Ehi – disse aprendo lo sportello a vetri.

Lui sorrise.

Tisbe fece un passo in avanti, strizzando gli occhi sotto il getto d’acqua bollente, e menò un colpo alla cieca. Poi un altro e un altro. Sentì un tonfo e rischiò di cadere.

Aprì gli occhi. Claudio giaceva sul fondo di ceramica bianca. L’acqua corrente lo lavava dal sangue che gli usciva copioso dal torace e dal collo.

– Ecco – disse Tisbe tra sé e sé, asciugandosi. – Così posso partire tranquilla.

Si vestì e iniziò a preparare i bagagli. Non aveva bisogno, ormai, di seguire le istruzioni maniacali progettate con tanta cura, per risparmiare tempo. Poteva impiegare anche tutta la notte.

Quando la borsa fu pronta la portò in salotto e sedette sul divano. Accese una sigaretta. Non si sentiva così calma da anni.

Alle quattro in punto afferrò la borsa e uscì in strada. Armida la stava aspettando in macchina.

– Ehi – disse gettando la borsa sui sedili posteriori e accomodandosi su quello del passeggero.

– Ciao – fece Armida. – Sei pronta?

– Certo.

Il motore si avviò con un rumore assordante nell’aria immobile della notte. La strada era umida di pioggia e sembrava un fiume nero.

– Da che parte? – chiese.

– A nord, usciamo dalla città e andiamo a nord. Ecco – disse Armida porgendole un foglio spiegazzato, – tieni la mappa, mi farai da navigatore.

Tisbe aprì il foglio. Era uno schizzo fatto a mano, molto approssimativo.

– Non potevi stamparla?

Armida sorrise. – Ma sei matta? Ivan controlla la cronologia della stampante.

Tisbe annuì, era ovvio.

Quando si furono lasciate alle spalle la periferia aspettarono di incrociare il primo bar e presero un caffè.

– Il nostro primo caffè da donne libere – ridacchiò Armida, a voce troppo alta. L’uomo dietro al bancone le guardò storto, ma non fece commenti.

Ripartirono seguendo le indicazioni del foglietto, smarrirono la strada un paio di volte ma infine imboccarono la svolta corretta.

– Siamo vicine, me lo sento – disse Armida.

Tisbe iniziò a sudare freddo.

E se qualcosa fosse andato storto? Se le avessero seguite? E se…

– Dovrebbe essere la prossima a sinistra, giusto?

– Giusto – rispose Tisbe controllando la mappa, le battevano i denti.

Armida girò il volante, la macchina imboccò una stradina sterrata e la testa di Tisbe iniziò a girare. Percorsero qualche chilometro a passo d’uomo e intravidero uno striscione rosa teso tra un albero e l’altro, proprio sopra la strada.

– Siamo arrivate – esclamò Armida.

– Sì, ma non possiamo restare. Volta la macchina, presto!

Avrebbe potuto andare di notte a controllare, invece no. Si era dovuta fidare a tutti costi.

– Ma che dici – trillò Armida con una scrollata di spalle, e accelerò.

Poteva saltare fuori dall’abitacolo? Forse no, meglio fingere di essersi smarrite. Ma le borse?

– Benvenute, signore, cercavate noi? – disse una ragazza con tacchi e unghie rosa.

Prima che Tisbe avesse il tempo di aprire bocca, Armida aveva già risposto di sì.

– Molto bene, siamo qui per aiutarci a vicenda. Uscite dal veicolo e seguitemi, prego.

Tisbe slacciò lentamente la cintura di sicurezza e aprì lo sportello. Si sentiva come un animale al macello. La pubblicità della carne sintetica puntava sull’empatia verso gli animali, che non volevano uscire dalle gabbie perché sapevano a quale fato sarebbero andati incontro. Nonostante lo sapesse, Tisbe aveva sempre mangiato carne vera. Soppresse un conato.

– Documenti.

Armida si accigliò. – Come, scusa?

– Mostratemi i documenti.

– È uno scherzo?

Tisbe le tirò una gomitata. – Non protestare – bisbigliò tirando fuori la carta d’identità.

– Come? Tisbe, sei stata tu? – chiese Armida sgranando gli occhi.

– Ma che dici, certo che no – rispose, ma Armida stava già correndo.

Dalle fronde boscose partì una raffica di colpi e la sua unica amica cadde a terra, morta.

– Dove pensavate di scappare, si può sapere? – chiese la poliziotta in rosa.

Tisbe scosse il capo. – Non lo so. Lontano.

La donna poliziotto scrollò le spalle. – È quello che dicono tutte – commentò, poi iniziò a trafficare con un comunicatore portatile.

– Suo marito non risponde al cellulare, né a casa.

La guardò con un sospetto stanco. – L’ha ucciso, vero?

– Non si scomodi a negare – continuò. – Avrà lasciato impronte dappertutto.

Tisbe deglutì.

– Non si preoccupi, la sua anima è salva. Aspetterà in cella la prossima grande cerimonia. Daniele?

Dalla boscaglia uscì un poliziotto in tenuta antisommossa, con un mitra in spalla.

– Riportala in città.

Tisbe aveva esaurito la saliva e rischiava di soffocare. Come una maledetta allodola, si era fatta

abbindolare da uno specchietto.

Iniziò a tossire mentre l’uomo la trascinava in un veicolo della polizia. Voleva smettere, ma non ci riusciva.

– Si calmi, signora, noi facciamo tutto secondo la procedura. Tutto per bene.

Tisbe singhiozzò. Poi sentì il respiro diventare mano a mano più regolare, e una grande calma scendere su di lei.

È finita, pensò. È finita.

Image: Paranoia by baily-elizabeth

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