Nitroglicerina.

I Monologhi di Sana – Rubrica

riot girl

Se ogni tanto scappo all’improvviso

è perchè a cattivo gioco non faccio mai buon viso

(A Gatta Morta)

 

Era iniziato diverso.
No, dico, il post, era iniziato diverso.
Lagne romantiche e lacrime e disperazioni varie.
Fanculo.
Basta.
Spulciando la rete mi imbatto in un post sul blog delle Frangette Estreme, amatissimo (da me) gruppo queer bolognese.
Insomma com’è come non è mi imbatto in questo.
E inizio a farmi tutte domande.
Eh, domande molto vicine e molto sensate.
Tipo che m’è appena successa na cosa molto fastidiosa: una persona a me molto molto molto cara mi ha trattata demmerda, e l’ha fatto in un modo veramente insopportabile, tentando di pretendere da me quell’aria da bambolina kawaii stile manga jappo.
Che, rifletto tristemente, alla fin fine è quello che vogliono tutti gli uomini da me.
Che cazzo di amarezza.
La scoperta piacevole è stata invece la solidarietà femminile, che, scopro per la prima volta nella vita, esiste davvero e non è solo un mito delle favole e del mondo dei minipony.
Da paura! Perchè non so voi, ma io tutte le volte che c’ho provato ho preso dei calci nel culo, perché finivo a esse l’unica imbecille che ce credeva.
E invece stavolta no.
Quindi, grazie!
Comunque, dicevo, domande.
Tante.
Tipo ma dove finisce il mio senso estetico (ed estatico) e dove inizia l’addomesticamento femminile della società in cui vivo?
Perchè mi sento in colpa se manifesto malcontento?
E perché la faccenda mi viene fatta pesare?
Ma sai che c’è?
C’è che me so rotta il cazzo.
De tutto, de tutti.
De sti omini che le vogliono tutte vinte.
Tutte come cazzo je pare a loro.
Ma anche no.
Si, mi girano le palle. E ALLORA?
N’do sta scritto che devo sempre abbozzà?
N’do sta scritto che devo esse caruccia pure se m’ha fatto venì la luna storta?
N’do sta scritto che me devo fa sempre dumila paranoie perché non so perfetta, puccettosa e accomodante?
Non lo sono, no.
E ALLORA?
E soprattutto mi sono strarotta de sti maniaci del controllo.
Che tutto deve sempre andare come se lo sono prefigurato nella loro testa.
Che devono decide tutto loro.
Scusa se esisto, eh. Scusa.
Scusa se alla veneranda età di quasi trent’anni penso ancora che i rapporti si facciano in due.
Ecco, io questa cosa poi sto iniziando a non sopportarla proprio più, e pure un bel po’ di amichett* con cui mi capita di chiacchierà: quell* che non s’accollano niente.
Ce l* avete presenti?
Quell* che quando qualcosa va male (e nel 97% dei casi va male perché hai osato far notare che magari, ogni tanto, esistono pure i bisogni, i desideri e le paranoie tue) te guardano allucinat* come se fossi matta e te dicono: “ma che cazzo de film te sei fatta?”
Ora, parliamone.
Perchè io non dubito di vincere diverse medaglie in paranoia e rincoglionitismo, ma gli gnomi ancora non li vedo.
Senza nemmeno drogarmi, poi.
Va beh, ho bevuto du bicchieri de vino, ma non contano, avevo magnato.
Cioè, io a quest* je farei notà le cose semplici, tipo proprio le cose di base, chessò: ma allora io che cazzo ci faccio a litigare con te alle 5 di mattina? Per esempio.
No perché non è mio costume litigare con i miei amici immaginari, né con gli sconosciuti.
Se sto qua ce sarà un perché, no?
Oppure è tutta na mia fisima?
No ecco perché quell* che così, a na certa, se ne escono con cose che te fanno sentì n’imbecille e pure un filo stalker io l* odio.
Proprio che je menerei.
Che d’improvviso te guardano e pare che hai fatto tutto da sola, o peggio, che te sei sognata tutto.
A n’amichetta mia je l’ha detto uno co cui se faceva le storie da 8 mesi.
No, dico, 8 cazzo di mesi.
Ma te a un* così che je devi risponde?
Cioè, proprio materialmente, che je devi dì?
“Si guarda, so matta, so otto mesi che in realtà esco con me stessa e per sentirmi meno sola faccio finta di interegire con te”?
Oppure quell* che “nun se deve sapè”.
Qualsiasi cosa sia quella che nun se deve sapè.
Per carità, io ribadisco al mondo che faccio parte della banda “le effusioni pubbliche mi sono gradite quanto la peste bubbonica di prima mattina” MA a tutto c’è un limite.
Anche perché, diciamocelo, che male c’è a manifestare non dico amore, diciamo simpatia, via, a un’altra persona?
Se qualcuno verrà a rompermi le palle in proposito la mia risposta sarà circa: “si chiama fanculo e si trova laggiù….je la fai da solo o te presto il Tomtom? No, così eh, tanto pe esse sicuri che arivi. E comunque fatti i cazzi tua.”.
A me me pare un controsenso sta a fa tutte ste pippe sulle ipotesi di liberazione e poi stamo ancora qua.
Ancora a tentà de liberasse dalle fobie della seconda elementare.
A Marco je piace Claudia pappapero.
Ma che davero?
Cioè, parlamo di liberazione dall’oppressione fascista dei ruoli impostici dalla società e poi siamo i primi a censurarci, a relegarci in quei ruoli?
Ma che senso ha?
Davvero, davvero…che senso ha?
E mi ci metto io per prima, che devo sempre giocà alla superlady ma poi non è vero che so così.
Mi sorella mi dice che so pure troppo buona, comprendo troppo.
Forse è qui che sbaglio?
O nella mia innata incapacità di ritenermi interessante?
O, peggio, perché una volta qualcuno m’ha portato un passo, va beh famo due, oltre l’esaurimento e m’ha costruito intorno uno gioco di specchi e marionette per farmi credere di essere davvero pazza?
Perchè mi sento in dovere di sforzarmi per meritare d’essere considerata?
Perchè non mi sento abbastanza?
Perchè mi fa incazzare tanto che si diano per scontate certe cose di me?
Ecco, forse questa è la parte peggio.
Quella che mi lascia sempre profondamente delusa, soprattutto se proveniente da qualcuno che penso mi conosca bene.
Io non sono una persona semplice, allora perché mi si attribuiscono ragionamenti e paure e desideri semplici?
Questa cosa è insopportabile.
Questa cosa ha il sapore asfittico di un cartonato da cinema.
E fa venire voglia di urlare, forte.
Perché? Perchè si confonde il senso estetico con i desideri di una vita?
Perchè non c’è mai un limite al gioco?
A sto gioco che corre su di un filo sottile, sempre in bilico tra l’affetto e il possesso.
E nell’esatto momento in cui mi sento relegata al ruolo di bambola di coccio, suppellettile elegante per la vita, io smetto di esserlo, e divento cattiva.
Cattiva come non mai.
Perché non lo sopporto.
Perchè, dannazione, non lo sono.
Sono una persona.
Con una volontà, e desideri e paura e paranoie, per niente semplici, per di più.
La fatica si confode con la fiducia.
Si fonde in un gioco senza regole e senza vincitori, solo vinti.
Che amarezza.
Che indignazione.
Cosa resta, alla fine del gioco?
Niente, domande, perplessitudini.
(quanto ci tenevo, che fosse vero e senza maschera!)
Che delusione.
Il mio sorriso finto, dipinto di rosso.
Che delusione.
Cosa trarne alla fine?
Non lo so, ancora non lo so…
…infinto, indecisione….
eterno.

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