La Memoria dell’”umano” che è nel nostro essere

Oggi, 27 gennaio, ci troviamo a 70 anni dalla liberazione del campo di Auschwitz. Come ogni Giornata della Memoria, si ricorderanno le vittime del genocidio nazista, si parlerà del numero dei morti, del modo in cui sono morti, si ascolteranno le testimonianze dei sopravvissuti o dei loro figli, si rispolvereranno le fotografie, i documenti e le registrazioni che le truppe alleate (ma a volte gli stesse truppe del campo) hanno ripreso di quel luogo dell’orrore.

Sono stata alquanto combattuta sul parlarne anche io oppure no. Cercherò di farlo con rapidità e schiettezza, per sottolineare alcune cose che mi fanno storzare il naso.

La prima cosa: la memoria della Shoah non può fermarsi ad essere solo compianto per le vittime. Se così fosse questa giornata non sarebbe tanto diversa dal Giorno dei Morti, ovvero un momento in cui i singoli si dedicano al pianto dei loro famigliari o cari perduti. Con il progressivo decesso dei sopravvisuti, il ricambio generazionale e il perdurare del revisionismo storico dei negazionisti ci ritroverremo a lasciare in deposito il senso di questa giornata alla memoria dei racconti di famiglia. Ma anche se questo non avvenisse, l’atteggiamento di fondo che si propaga non mi piace. Durante una lezione in una classe di seconda media una ragazza rassicura un suo compagno: “Non ti preoccupare. Te ne parleranno ancora, fino allo sfinimento.” Alcuni adulti hanno reagito all’argomento con esclamazioni del tipo: “Ma che cosa orribile! Ma sono cose che i ragazzi non possono capire, perché traumatizzarli. Ne parleranno tanto quanto saranno grandi, lasciate stare.

Poche frasi che condensano una serie di piccoli errori che si depositano sul nostro atteggiamento di fondo verso un passato tanto scomodo. Intanto: per far capire la Shoah è davvero necessario sfoderare tutte le immagini più scioccanti dell’inferno delle torture, soffermersi sugli episodi più crudeli subiti dalle vittime? Non è proprio necessario. È una parte della verità che non va nascosta per pudore, ma di per sé non tocca il centro della questione. Rischia di aggiungere solo una nuova vetta alla graduatoria delle umane crudeltà. Certo, è un’aggiunta che tiene attaccanti gli spettatori allo schermo, che scatena la loro indignazione, il loro sconvolgimento morale… e poi? Al termine delle forti emozioni ci portiamo per un po’ il pensiero che magari “quelli non erano uomini, erano bestie!”, e noi, che invece siamo uomini, ce ne ricordiamo per rispetto verso il passato.

Beh, a dire il vero, non erano bestie. Erano uomini, né più né meno di quanto lo siamo noi.

Forse  noi ci sentiamo immuni dal male dell’antisemitismo (ridotto a pochi casi sporadici in Europa) e magari anche dal razzismo (l’uso della parola “razza” per la discriminazione di gruppi umani è stata bandita da molto tempo). Auguriamoci che così sia davvero, e che questo basti a permetterci di pensare che casi di sterminio industrializzato di massa non possano avvenire di nuovo in Europa.

Però, se andassimo a rileggere qualche testo di Hannah Arendt, dovrebbe venirci in mente che «il totalitarismo non è comparso così all’improvviso, dalla luna, ma ha le sue radici in un mondo non totalitario che lo precede». Una volta sconfitto il totalitarismo non sono debellati tutti gli elementi pretotalitari che ne hanno permesso l’impianto. Come riconoscere gli elementi “tendenzialmente totalitari”, quei mali sopravvisuti al «male assoluto» che si sviluppano nelle nostre moderne democrazie?

Il razzismo attuale, anche se ha radici socio-economiche e non pseudo scientiche o biologiche, sempre razzismo resta. L’incitamento alla violenza al fine di instaurare un rinnovamento radicale nella società, nella politica, nella distribuzione dei beni economici, sempre incitamento alla violenza è. La ghettizzazione più o meno spontanea delle nostre città non va a braccetto con l’integrazione.

Altra cosa che non ci dobbiamo dimenticare: così come i totalitarismi, i campi di sterminio non sono comparsi dalla luna, pensati da uomini-mostro matti, fanatici con idee da malati mentali. I campi sono l’istituzione centrale, il motore che tiene in piedi il regime totalitario. Di questo dobbiamo parlare: di regime totalitario, ovvero di una forma politica che sta in piedi alimentandosi dei morti che fabbrica nei campi. Senza i campi il terrore, che è il mezzo utilizzato da questi regimi per gestire l’ordine, non funziona adeguatamente. Quando parliamo della Shoah dobbiamo ricordaci che questo sterminio è stato voluto e preparato in una zona del pianeta che si considerava civile, elevata sul piano culturale e scientifico e votata al progresso. Esso è stato dichiarato GIUSTO per questioni ideologiche, ed è stato necessario per il mantenimento del regime stesso.

Necessario a che? Necessario a realizzare la finalità ultima dei totalitarismi: trasformare il genere umano.

Quello a cui i totalitarismi aspirano è la creazione di una nuova Umanità, a perfetta immagine e somiglianza della loro ideologia (razziale o sociale che sia). Per far sorgere questa umanità perfetta occorre eliminare gli scarti. Il regime totalitario struttura ideologicamente la società secondo l’organizzazione perfetta, i campi eliminano gli scarti.

Torniamo allora alla nostra Giornata della Memoria. Quello che c’è da capire e da ricordare non sono solo il numero dei morti e il modo orrendo in cui sono morti, ma il fatto che essi sono il stati il prodotto fabbricato da una immensa macchina di disumanizzazione. Una macchina che ha iniziato a lavorare molto prima di arrivare ai campi.

I campi sono solo l’ultimo ciclo di questa industrializzazione del disumano. La produzione del disumano è iniziata molti anni prima, in quegli elementi pre-totalitari che si riscontravano diffusamente nella gente comune, come atteggiamenti, idee, considerazioni più o meno coscienti che tendevano a “misurare” l’umanità l’uno dell’altro.

Quell’aggettivo “umano” che accompagano alla parola “essere” quando vogliamo indicare l’uomo come rappresentante della sua specie, è tutt’altro che una cosa scontata. Hanno tentato di rimpicciolirla, deriderla, calpestarla, negarla e infine fabbricarne una nuova, fatta meglio. Questo non si può fare, non solo a livello estremo, con la segregazione e la tortura, ma nemmeno al microlivello della nostra vita attuale, quotidiana e costante. Appartenere alla medesima umanità, in quanto esseri “umani”, implica che da essa non è possibile eliminare, togliere “qualche cosa”, perché equivale a togliere “qualcuno” e questo qualcuno, per quanto scomodo, diverso, persino orrendo o pericoloso ci possa apparire, è un altro individuo, un altro essere umano. Non è un’appartenenza numerica, come quella dei puntini agli insiemi, ma la definizione di una qualità: non esiste alcun aggettivo “umano” che preceda l’esistenza degli uomini. Quindi dove viene derisa, distrutta, negata e massacrata l’umanità di un individuo, è parimenti offesa anche la mia, anche la nostra.

Non è possibile escludere qualcuno dall’umanità. È ovvio per noi ora l’affermazione che ebrei, zingari, omosessuali, ecc. sono ed erano uomini. Ne siamo consapevoli nei confronti delle vittime, che hanno subito la morte come punto estremo della loro disumanizzazione. Dobbiamo però ricordarci che era tutt’altro che ovvio allora; che molti hanno davvero pensato che non fossero uomini al pari di se stessi, che molti li hanno trattati così anche senza pensarlo, che molti semplicemente pur pensando il contrario hanno valutato che non fosse il caso di dirlo troppo ad alta voce. Non è possibile escludere qualcuno dall’aggettivo “umano”, e questo ce lo dobbiamo ricordare, per quanto scomodo, anche quando parliamo dei carnefici.

Questo è, per me, il senso del fare Memoria in questo Giorno: memoria dell’umano calpestato, distrutto e ucciso nel corpo e nell’essere delle vittime, memoria dell’umano calpestato, distrutto e infangato nell’essere dei carnefici.

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