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Divinità romane

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Una delle peculiarità della religione romana è che essa è inscindibilmente legata alla sfera civile, familiare e socio-politica. Il culto verso gli dei era un dovere morale e civico a un tempo, in quanto solamente la pietas, ovvero il rispetto per il sacro e l’adempimento dei riti, poteva assicurare la pax deorum per il bene della città, della famiglia e dell’individuo. Altre caratteristiche salienti sono il politeismo e l’estrema tolleranza verso altre realtà religiose.

La ricchezza del pantheon romano è dovuta non solo al grande numero di divinità, siano esse antropomorfe o concetti astratti, ma anche al fatto che alcune figure divine fossero moltiplicate in relazione alle funzioni loro attribuite, come nel caso di Giunone. Una costante della religione romana fu anche la capacità di assimilazione nei confronti di altre religioni. Contestualmente all’espansione dell’Impero il pantheon romano si andò arricchendo grazie all’importazione di divinità venerate dai popoli con i quali Roma entrava in contatto.

[Fonte: Wiki Religione romana]

Anzitutto occorre distinguere il concetto di religiosità antica da quella più moderna e attuale. I Greci e i Romani non pensavano di doversi conquistare un paradiso nell’aldilà, le pratiche religiose servivano solo a evitare eventi spiacevoli nel quotidiano attraverso i riti. Gli Dei non chiedevano amore e timore, ma solo offerte e riti o sacrifici di animali. Le leggi da rispettare equivalevano grosso modo a quelle civili, per cui ci si rivolgeva agli Dei per questioni sociali o personali da risolvere. A quelle sociali provvedeva lo stato, per una guerra da vincere, un’invasione da evitare, un pericolo da sventare. Quelle personali erano un do ut des, ti do una cosa e tu me ne dai un’altra, per cui un rito per una protezione, e a volte si chiedeva una grazia promettendo qualcosa alla divinità. Ma il voto si scioglieva solo se la divinità aveva compiuto il prodigio.

[Fonte: Romano Impero]

*

I Dodici Dei

Apollo (il greco Febo)

Dio della musica, della poesia, della guarigione e della profezia. Fratello di Diana, simboli di sole e luna. Spesso raffigurato con la cetra per cui era appellato il citeredo. In parte corrispondente all’etrusco Apulo e al greco Febo, ma fu anche assimilato ad Elios, il Dio sole.

Cerere (la greca Demetra)

Dea delle messi con una corona di spighe sul capo, una fiaccola in una mano e un canestro di grano e di frutta nell’altra.

Diana (la greca Artemide)

Con un diadema a semiluna sulle chiome, Dea della luna e della caccia, con l’inseparabile cane cirneco nonchè il cervo e la faretra sulle spalle.

Giove (Il greco Zeus)

Re degli Dei e dell’Olimpo, Dio dei tuoni e dei fulmini, barbuto, marito di Giunone. Ha come attributo il fulmine. Corrispondente all’etrusco Tinia e al greco Iuppiter.

Giunone (la greca Era)

Antica Dea italica, antica Giovia tra i Marsi, e Iuno, moglie e medre di Iano. Per gli Etruschi Uni. Per i Romani ebbe come figlio Marte ma senza concorso di Giove. Come attributi lo scettro, il cuculo e il pavone.

Marte (il greco Ares)

Dio della guerra, amante di Venere, nella Roma arcaica, Dio del tuono, della pioggia, della natura e della fertilità. Fu il protettore dei soldati, e in qualità di padre di Romolo e Remo fu sentito come padre di tutti i Romani, quindi molto più sentito di Ares, il Dio greco della battaglia a cui fu assimilato. Armato di spada, con scudo ed elmo. Gli era sacro il picchio.

Mercurio (il greco Hermes)

Messaggero degli Dei, Dio dei commercianti, degli avvocati e dei ladri. Ebbe come amante Venere da cui ebbe il figlio Eros, munito di ali ai piedi e del petaso, cappello a punta a larghe falde. Anche psicopompo, cioè accompagnatore delle anime dei morti. Il suo attributo era il caduceo: due serpenti attorcigliati intorno a un bastone. Trasferito dalla chiesa su San Mercurio.

Minerva (la greca Atena)

Dea vergine della guerra, ma anche degli artigiani, e della guarigione (Minerva medica) attributi: la medusa sul petto, la lancia elmo e scudo, nonchè civetta e gufo. nacque da un mal di testa di Giove, per cui Vulcano gli spaccò la testa facendo uscire la Dea già armata.

Nettuno (il greco Poseidone)

Fratello di Zeus, antico Dio latino del mare, dei cavalli e delle corse, assimilabile al greco Poseidone, ma come moglie ebbe Salacia, la Dea salmastra del mare agitato. Gli era sacro il delfino e come attributo il tridente.

Venere (la greca Afrodite)

Antica Grande Madre e pertanto lussuriosa e bella, nata dal mare nuda ma presto vestita e ingioiellata. Sposò Vulcano che tradì con Marte, Mercurio e Anchise con cui generò Enea, progenitore di Giulio Cesare. Attributi: la colomba,il passero, la lepre, la collana, lo specchio.

Vulcano (il greco Efesto)

Dio del fuoco e della forgia, è lui a costruire i fulmini per Giove, ma pure a forgiare armature per gli eroi. Figlio di Giove e Giunone era brutto e zoppo, ciononostante sposò Venere che però lo tradì con Marte. Sorpresili insieme li catturò in una rete d’oro chiedendo vendetta agli altri Dei, ma questi si limitarono a ridere, tanto sembrava assurdo che la bellissima Venere potesse essere fedele a un Dio tanto brutto.

Vesta (la greca Estia)

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Antica Dea del fuoco assimilabile a Estia greca, le sue sacerdotesse erano le vestali che custodivano il fuoco e i cimeli sacri, Nel tempio l’area più sacra, interdetta a chiunque tranne le Vestali, era il Penus Vestae, un sancta sanctorum dove erano conservati oggetti risalenti alla fondazione di Roma, tra cui il Palladio, il simulacro arcaico di Pallade Atena e che Enea aveva portato da Troia. Il Palladio era il simulacro ligneo della dea Atena, che Zeus donò a Ilo, il fondatore di Troia, facendolo cadere dal cielo davanti a lui. Era conservato in un grande tempio appositamente costruito, perché vegliasse sulla città. Per i Troiani era il simbolo del favore degli dei: “fin quando esso fosse rimasto al suo posto i Greci non sarebbero riusciti ad espugnare Troia”. Per questo motivo Ulisse e Diomede riuscirono con l’ astuzia a rapirlo. Dopo la distruzione di Troia, Diomede consegnò il Palladio ad Enea, che lo portò in Italia e lo tramandò alle generazioni della sua stirpe fino a Roma. Qui fu conservato nel tempio di Vesta e venerato anche dai Romani come simbolo della protezione degli Dei. Quando Teodosio nel 391 fece chiudere il tempio l’ultima sacerdotessa distrusse il Palladio perchè non cadesse in mani profane.

[Fonte: Romano impero]

 

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