Discorso dell’anarchico Clement Duval al suo processo del 1887

Clément_Duval

Clément Duval nacque nel 1850, a circa 20 anni partecipò alla guerra franco-prussiana, ottenne un congedo nel 1871 per motivi di salute ma dopo poche settimane fu reintegrato nell’esercito fino al 1873.
Quando fece ritorno in città trovò i genitori in condizioni di indicibile miseria e fu costretto a passare più di sei mesi in ospedale per via dei reumatismi contratti durante il conflitto; non potendo lavorare per sfamare la famiglia rubò alla cassa della stazione ferroviaria del Bois de Boulogne, venne catturato e condannato a un anno di reclusione, questo gli costò l’abbandono da parte della compagna (che portò via anche il figlio di pochi anni).
Verso il 1880, si avvicinò alle idee anarchiche e dopo un periodo da operaio nelle officine Choubersky si ritrovò di nuovo costretto a più di anno di pellegrinaggi in vari ospedali francesi.
Si accostò al gruppo “La Panthère des Batignolles”, e in seguito alla manifstazione operaia del 1º marzo 1883 scrisse e affisse alle fabbriche della banlie 12 manifesti in cui minacciava la borghesia e ineggiava alla rivoluzione sociale.
Bruciò una fabbrica di pianoforti, poi i depositi della Compagnia degli Omnibus Bastille-St. Ouen, poi un’officina di ebanisteria dei Rotschild, e numerosi altri furono gli incendi che seguirono.
Partecipò a diverse azioni fino a che non venne tratto in arresto nel 1887 in casa sua, dove pare che al brigadiere Rossignol che gli disse: “In nome della legge ti arresto” Duval rispose “In nome della libertà io ti sopprimo” subito prima di accoltellarlo.
Al processo svoltosi nel Febbraio 1887 fu difeso dall’avvocato Labori (che successivamente avrebbe partecipato come difensore al processo Dreyfus) e fu accusato di incendio doloso, furto qualificato e mancato assassinio.
La sentenza è alla fine di condanna a morte per incendio doloso, furto qualificato, percosse e ferite in danno di Rossignol. Il 29 febbraio 1887 il Presidente della Repubblica commutava la pena di morte in quella di deportazione a perpetuità e il 25 marzo seguente Clement Duval partì da Tolone per la Guyana, dalla quale fece decine di tentativi di evasione prima di riconquistare la libertà definitivamente con una fuga nel 1901. (Fonte Wikipedia)

Non sono un ladro ne’ un assassino: sono semplicemente un ribelle. Non vi riconosco il diritto di interrogarmi, perche’ qui, sono io l’accusatore.

Accuso questa societa’ matrigna e corrotta, in cui l’orgia, l’ozio e la rapina trionfano impuniti e anzi venerati, sulla miseria e sul dolore degli sfruttati. Voi cianciate di furti, voi mi chiamate ladro come se un lavoratore che ha dato alla societa’ trent’anni della sua avvilente fatica per poi non avere neppure il pane per sfamarsi, un cencio per coprirsi, un canile in cui rifugiarsi, potesse mai essere un ladro. Voi sapete bene che mentite, voi sapete meglio di me che e’ furto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, che se al mondo vi sono dei ladri, questi vanno cercati tra coloro che oziando gozzovigliano a spese dei miserabili, i quali producono tutto, con le proprie mani martoriate.

Voi stessi sareste capaci di condividere cio’ che sto per dirvi: che scopo dell’essere umano e’ la liberta’ e il benessere. Ma la prima non puo’ trionfare se non grazie alla rivolta contro chi devasta la civile convivenza perseguendo soltanto il proprio profitto, e il secondo si realizzera’ soltanto con la violenta distruzione degli intollerabili privilegi di un’oligarchia razziatrice.

E’ per questo che sono anarchico. Perche’ ho il diritto di essere libero riconoscendo come limite alla mia liberta’ la liberta’ altrui. E ho consacrato ogni mio pensiero, ogni mia parola e ogni mio sforzo, tutta la vita, a debellare i vostri insani principi di autorita’ e proprieta’, aspirando a distruggere il vecchio ordine sociale, perche’ non ritengo assurdo ne’ utopico che dalle nostre menti, dai nostri cuori e dalle nostre braccia possa scaturire un mondo migliore, dove liberta’ e benessere siano il frutto dell’eguaglianza e dell’armonia, in una societa’ che bandisca lo sfruttamento e persegua le regole della solidarieta’ e della reciprocita’, in nome del rispetto della vita umana che voi, difendendo i piu’ sordidi interessi delle classi privilegiate, soffocate con leggi che insegnano e propagano il disprezzo e la sopraffazione.

Sareste cosi’ temerari da negare tutto cio’?

A smentirvi basterebbero le brutali statistiche delle quali cito qualche esempio: nelle fabbriche di vernici o di specchi, i lavoratori sono avvelenati dai sali di piombo e di mercurio, falciati a migliaia nel vigore degli anni, quando sappiamo che la scienza ha dimostrato che questi micidiali sistemi di produzione potrebbero, con poca spesa e minimo sacrificio, essere sostituiti da metodi e prodotti inoffensivi. Le fabbriche di giocattoli intossicano con eguale disinvoltura gli operai che li confezionano e i bambini a cui sono destinati, per non parlare delle miniere, bolge orrende dove migliaia di disgraziati, estranei al mondo, al sole, a un barlume di affetto, sono destinati all’abbrutimento per fare la fortuna di un ignobile pugno di parassiti. Tutto il vostro sistema di produzione e’ un insulto alla vita, e un crimine contro l’umanita’.

E lo sfruttamento dell’uomo non e’ ancora il piu’ feroce e cinico: che dire dello sfruttamento della donna, verso la quale la vostra societa’ e’ addirittura piu’ spietata?

Oh, io le ho viste, e tante, gagliarde, nel fiore della giovinezza, piene di salute, arrivare dalle campagne avare alla citta’ piovra. Rideva nei loro occhi la speranza, con sana freschezza nutrivano la fiducia di giungere finalmente nella terra promessa del lavoro, della prosperita’, del benessere. Le ho riviste qualche tempo dopo, uscire dai vostri ergastoli senz’aria e senza luce che chiamate fabbriche, lavorando dieci, dodici o quattordici ore per il pane, sognando un’agiatezza che l’onesta fatica non concedera’ mai, le ho riviste anemiche, stanche, esauste, nauseate da un lavoro schiavista e dal vostro cinismo. Le ho riviste a tarda notte nelle taverne dei sobborghi, sul lastricato, tra le pozzanghere, guadagnarsi il pane e un rifugio ricorrendo al piu’ umiliante mercimonio. Le ho riviste nelle celle delle gendarmerie, schedate, bollate dal marchio dell’infamia, queste poverette che la vostra societa’ ipocrita relega al margine. Le ho viste intristirsi, inasprirsi sotto la sferza della fatica e della miseria, non credere piu’ nella vita, non credere piu’ nell’avvenire, non credere piu’ nell’amore, proprio loro che all’amore si erano concesse sorridendo e avevano salutato la nuova culla con lacrime di gioia. E sotto quell’accidia ho visto germinare le delusioni che si trasformano in disperazione, scatenando violenze e l’abbandono della famiglia, questo istituto a vostro dire sacro di cui vi autoproclamate sacerdoti, custodi e paladini.

E in cuor mio, non vi ho piu’ perdonato.

Sono un operaio che non ha sopportato a capo chino, e prima, ero carne da cannone, tornato dalla bassa macelleria del 1870 straziato dalle ferite e spezzato dai reumatismi. Nei tristi androni dell’ospedale ho avuto tempo, molto tempo, per riflettere su quanto la patria aveva voluto da me e quanto la patria mi aveva dato. Prima mi avete annebbiato il cervello di menzogne, odio e furore selvaggio, per poi farmi avventare in nome dell’onore e della gloria della Francia, tra rulli di tamburi e squilli di fanfare, contro il nemico.

Il nemico? Li ho visti faccia a faccia, i nemici: erano poveracci come noi, che avanzavano verso la carneficina mesti, docili, inconsapevoli quanto noi di essere strumento di calcoli che di la’ come di qua dalla frontiera rinsaldavano i diritti feudali di vita e di morte sui sudditi.

Il nemico e’ qui. Dentro le frontiere segnate dal capriccio e dalla bramosia di profitto dei governi. L’umanita’ che soffre e lavora, quella e’ la nostra patria. Il nemico, e’ l’oligarchia ladra che si ingozza sul nostro sudore. Non ci ingannate piu’.

Voi ci avete spediti al di la’ del mare contro popoli che chiedevano soltanto di mantenere inviolato il proprio focolare. In nome della vostra civilta’ ci avete incitato allo stupro, al saccheggio, alla strage, per sete di conquista. E dopo tanto orrore e ferocia, avete la sfrontatezza di giudicare i disgraziati che vedendosi negato il diritto a una dignitosa esistenza, hanno avuto almeno il coraggio di andarsi a prendere il necessario la’ dove abbonda il superfluo?

Ecco perche’ mi trovo qui: per aver gridato forte e chiaro cio’ che Proudhon si e’ limitato a pronunciare a bassa voce davanti a un’accademia di benpensanti: che la proprieta’, se non nasce dal lavoro, se non germoglia dal risparmio, dall’abnegazione, dall’onesto vivere, e’ un furto. Voi avete fatto della proprieta’ un’istituzione. Egoista e una pratica selvaggia a cui tributate venerazione, mentre i miserabili devono a essa i dolori, l’odio e le maledizioni.

Io non tendo la mano a chiedere l’elemosina. Io pretendo che mi sia riconosciuto il diritto a riprendermi cio’ che mi e’ stato tolto da una congrega di accaparratori, ladri e corrotti.

Non mi ingannate piu’. E, in cuor mio, non vi perdono.

(Tratto da Nessuno Puo’ Portarti Un Fiore di Pino Cacucci)

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