76df073e64c0c37fe1727d4659edd493_big

Marcuse, L’uomo a una dimensione. La società a una dimensione 3: La conquista della coscienza infelice

Philo – Sophia

Sto studiando questo libro per un articolo che voglio scrivere a proposito di una serie televisiva e ne approfitto per condividere alcune citazioni dal capitolo che riguarda la cultura, quello che finora mi ha maggiormente colpito. Enjoy ;)

Robert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Giulio Einaudi editore, Torino, 1999

[Robert Marcuse, One-Dimensional Man, Beacon Press, Boston, 1964]

La società a una dimensione 

3. La conquista della coscienza infelice: la desublimazione repressiva

In questo capitolo certe nozioni e immagini chiave della letteratura, ed il loro destino, serviranno ad illustrare come il progredire della razionalità tecnologica stia liquidando gli elementi d’opposizione e di trascendenza insiti nella ‘alta cultura’. Essi soccombono di fatto al processo di desublimazione che prevale nei settori avanzati della società contemporanea. [p. 69]

Quel che si verifica ora non è tanto il degenerare dell’alta cultura in cultura di massa, quanto la confutazione della prima da parte della realtà. [p. 69]

L’alta cultura, certo, è sempre stata in contraddizione con la realtà sociale […]. Ai giorni nostri l’aspetto nuovo è l’appiattirsi dell’antagonismo tra cultura e realtà sociale, tramite la distruzione dei nuclei d’opposizione, di trascendenza, di estraneità contenuti nell’alta cultura, in virtù dei quali essa costituiva un’altra dimensione della realtà. Codesta liquidazione della cultura a due dimensioni non ha luogo mediante la negazione ed il rigetto dei ‘valori culturali’, bensì mediante il loro inserimento in massa nell’ordine stabilito, mediante la loro riproduzione ed esposizione su scala massiccia. [pp. 69-70]

Mescolando armoniosamente, e spesso in modo inavvertibile, arte, politica, religione e filosofia con annunci pubblicitari, le comunicazioni di massa riducono questi regni della cultura al loro denominatore comune – la forma di merce. [p. 70]

Questa assimilazione dell’ideale alla realtà fa fede della misura in cui l’ideale è stato superato. [p. 71]

L’alta cultura diventa parte della cultura materiale, e perde, nel corso della trasformazione, la maggior parte della sua verità. [p. 71]

In contrasto al concetto marxiano, che rimanda al rapporto dell’uomo con se stesso e con il proprio lavoro nella società capitalistica, la alienazione artistica consiste nella trascendenza consapevole dell’esistenza alienata; si si tratta di una alienazione mediata, di ‘ordine superiore’. [p. 73]

Le immagini tradizionali dell’alienazione artistica sono in effetti romantiche nella misura in cui sono esteticamente incompatibili con la società che si va sviluppando. L’essere incompatibili con questa è il segno della loro verità. [p. 73]

La verità della letteratura e dell’arte è sempre stata accettata (posto sia mai stata accettata) come una verità di ordine ‘superiore’, che non doveva turbare e invero non turbava l’ordine economico. Quel che è mutato nel periodo contemporaneo è la differenza che prima esisteva tra i due ordini e le loro verità. Il potere assimilante della società svuota la dimensione artistica, assorbendone i contenuti antagonistici. Nel regno della cultura il nuovo totalitarismo si manifesta precisamente in un pluralismo armonioso, dove le opere e le verità più contraddittorie coesistono pacificamente in un mare di indifferenza.

Prima che questa riconciliazione culturale fosse in atto la letteratura e l’arte erano essenzialmente alienazione; esse alimentavano e proteggevano la contraddizione, la coscienza infelice del mondo diviso, le possibilità frustrate, le speranze non realizzate, e le promesse tradite. Erano una forza razionale, cognitiva, volta a rivelare una dimensione dell’uomo e della natura che era repressa e respinta nella realtà. La loro verità stava nell’illusione evocata, nel loro insistere a creare un mondo in cui il terrore della vita era richiamato e sospeso, dominato da un atto di ricognizione. È questo il miracolo del capolavoro; è la tragedia, sostenuta sino all’ultimo, e la fine della tragedia, la sua soluzione impossibile. Vivere il proprio amore e il proprio odio, vivere ciò che si è, significa sconfitta, rassegnazione e morte. I crimini della società, l’inferno che l’uomo ha costruito per l’uomo, diventano indomabili forze cosmiche. [pp. 74-75]

Nella forma dell’opera la situazione esistente è collocata in un’altra dimensione, dove la realtà data si mostra per quel che è. In tal modo essa dice la verità intorno a se stessa; il suo linguaggio cessa di essere il linguaggio dell’inganno, dell’ignoranza e della sottomissione. La finzione narrativa chiama i fatti per nome (evil corp) ed il regno di questi va a rotoli: la narrativa rovescia l’esperienza quotidiana e mostra come questa sia falsa e mutilata. Ma l’arte possiede questo magico potere soltanto come il potere della negazione. Essa può parlare il proprio linguaggio solo finché sono vive le immagini che rifiutano e confutano l’ordine costituito. [p. 75]

La realtà tecnologica in sviluppo scalza non soltanto le forme tradizionali ma le basi stesse dell’alienazione artistica, ovvero tende ad invalidare non solamente certi ‘stili’ ma pure la sostanza stessa dell’arte. [p. 75]

Il posto dell’opera d’arte in una cultura pretecnologica a due dimensioni è ben diverso da quello che essa possiede in una civiltà ad una dimensione, ma l’alienazione caratterizza tanto l’arte che afferma quanto l’arte che nega.

La distinzione decisiva […] è quella tra la realtà artistica e la realtà sociale. La rottura con quest’ultima, la capacità di trascendere sul piano magico o razionale, è un tratto essenziale fin dall’arte più ‘positiva’; essa è alienata anche nei confronti del pubblico al quale si rivolge. […]

Ritualizzata o no, l’arte contiene la razionalità della negazione. Nelle sue posizioni più avanzate, essa rappresenta il Grande Rifiuto, la protesta contro ciò che è. [p. 76]

L’alta cultura’ in cui questa alienazione si celebra ha i propri riti ed il proprio stile. Il salone, il concerto, l’opera, il teatro sono progettati per creare ed invocare un’altra dimensione della realtà. Per frequentarli occorre prepararsi come per una festa; essi escludono e trascendono l’esperienza quotidiana.

Ora questa lacuna essenziale tra le arti e l’ordine sociale in atto, tenuta aperta dall’alienazione artistica, viene progressivamente colmata dalla società tecnologica in espansione. Con la sua graduale scomparsa, il Grande Rifiuto viene a sua volta rifiutato; l’altra dimensione’ viene assorbita nello stato di cose prevalente. [pp. 76-77]

Ogni forma di dominio ha la sua estetica, ed il dominio democratico ha la sua estetica democratica. È bene che quasi tutti possano ora avere le belle arti a portata di mano, solo che girino una manopola, o mettano piede nel supermercato. Nel corso di tale diffusione, tuttavia, esse diventano ingranaggi d’una macchina culturale che riforma per intero il loro contenuto. [p. 78]

E poiché la contraddizione è opera del Logos, è confronto razionale di ‘ciò che non è’ con ‘ciò che è’, essa deve avere un mezzo di comunicazione. La lotta per questo mezzo, o piuttosto la lotta volta ad impedire il suo assorbimento nella singola dimensione predominante, è palese negli sforzi dell’avanguardia di creare un’estraneazione che renderebbe di nuovo comunicabile la verità artistica. [p. 79]

Avviene tuttavia che la mobilitazione totale di tutti i ‘media’ per la difesa della realtà stabilita abbia coordinato tra loro i mezzi d’espressione al punto che la comunicazione di contenuti diventa tecnicamente impossibile. Lo spettro che ha ossessionato la coscienza artistica sin dai tempi di Mallarmè – l’impossibilità di parlare un linguaggio non reificato, di comunicare il negativo – non è più uno spettro: è diventato una realtà materiale. [p. 81]

Gli sforzi per ridar vita al Gran Rifiuto nel linguaggio letterario sono condannati ad essere assorbiti da ciò che intendono confutare. […] Il fatto che siano così assorbiti è giustificato dal progresso tecnico; il rifiuto è confutato dall’alleviamento della povertà nella società industriale avanzata. La liquidazione dell’alta cultura è un sottoprodotto della conquista della natura, e della progressiva conquista della scarsità. [p. 83]

La solitudine, la condizione stessa che sosteneva l’individuo contro ed oltre la sua società, è divenuta tecnicamente impossibile. [p. 84]

E’ un universo razionale, che blocca ogni via d’uscita in forza del mero peso e capacità del suo apparato. Nel rapporto con la realtà della vita quotidiana, l’alta cultura del passato era molte cose – opposizione ed ornamento, grido e e rassegnazione. Ma era anche una prefigurazione del regno delle libertà, il rifiuto di comportarsi in un dato modo. [p. 84]

Al contrario, al perdita di coscienza dovuta alle libertà di gratificazione concesse da una società non libera dà origine ad una coscienza felice che facilita l’accettazione dei misfatti di questa società. È un indice del declino dell’autonomia e della comprensione. La sublimazione richiede un alto grado di autonomia e di comprensione, essendo una mediazione tra il conscio e l’inconscio, tra processi primari e processi secondari, tra l’intelletto e l’istinto, tra la rinuncia e la ribellione. [pp. 88-89]

Esiste certo una diffusa infelicità; e la coscienza felice è piuttosto precaria, crosta sottile che copre paura, frustrazione e disgusto. Tale infelicità si presta facilmente ad essere mobilitata per fini politici; senza spazio per uno sviluppo consapevole, essa può divenire una riserva d’energia istintuale disponibile per la rinascita di un modo di vivere di tipo fascista. [p. 89]

Questa società cambia tutto ciò che tocca in una fonte potenziale di progresso e di sfruttamento, di fatica miserabile e di soddisfazione, di libertà e di oppressione. [p. 90]

La desublimazione istituzionalizzata si presenta in tal modo come un aspetto della ‘conquista della trascendenza’ attuata dalla società unidimensionale. Così come tende a ridurre, anzi ad assorbire l’opposizione (la differenza qualitativa!) nel regno della politica e dell’alta cultura, questa società tende allo stesso scopo nella sfera degli istinti. Il risultato è l’atrofia degli organi mentali necessari per afferrare contraddizioni ed alternative, e nella sola dimensione che rimane, quella della razionalità tecnologica, la coscienza felice giunge a prevalere. [pp. 91-92]

Il mondo dei campi di concentramento… non era una società eccezionalmente mostruosa. Ciò che vedevamo in esso era l’immagine, ed in un certo senso la quintessenza della società infernale in cui siamo gettati ogni giorno. [E. Ionesco in ‘Nouvelle Revue Francaise’, luglio 1956, citato in ‘London times Literary Supplement, 4 marzo 1960]

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...