Di moralismi, antimoralismi e vite sessuali

Allora, prendendo spunto da un articolo (di cui purtroppo ho perso l’indirizzo) a proposito del “caso Olsen” mi è venuta in mente una riflessione che mi piacerebbe condividere; questa, però, richiede una premessa, giusto perché il mio punto di vista non venga frainteso (mi si possono dire tante cose, ma bacchettona proprio no :P ): io ritengo che ognun* sia liber* di fare sesso con chi vuole, quando vuole, come vuole e relazionarsi alla faccenda come preferisce, l’importante è essere tutt* consenzienti.
Ok, chiarito ciò, la faccenda del “eh ma se l’è cercata!”….no. No. NO.
È un concetto che non esiste, che non sta in piedi, che è sbagliato alla radice.
Però…
però.
Però c’è una frase che mi sovviene alla mente, frase spesso ripetuta e dibattuta nelle mie lunghe discussioni con amich*: “Sarebbe fico se vivessimo nel mondo perfetto, in cui le donne vengono rispettate, MA non è così. Il che non significa smettere di fare educazione, significa che mentre ti impegni su quel fronte devi sempre e comunque ricordarti che non vivi nel mondo perfetto”.
Questo è a grandi linee il mio pensiero, ed è ciò che vorrei passare alle giovani donne, a quelle ragazze che si affacciano oggi a una vita piena di divertimenti; perché quando avevo 16 anni (e pure dopo) io mi sono divertita, tanto; il moralismo non ha mai fatto parte del mio orizzonte (a questo proposito: grazie mamma per frasi come “divertiti mo che sei giovane, basta che non mi porti nipoti prima del tempo”) ma ho sempre tenuto conto che ogni persona è un’incognita e non sapevo come sarebbe potuta finire.
Per darvi un’ulteriore idea di come la penso racconterò due aneddoti accaduti nella mia vita.

Quando ero al liceo da un paio d’anni mi capitò di risentire la mia amichetta del cuore delle medie; lei era cresciuta in maniera totalmente diversa da me: accompagnata e ripresa da scuola, mai uscita da sola fino a 15 anni (eccettuate sporadiche fughe clandestine organizzate dalla sottoscritta, cosa che mi fece guadagnare l’imperituro odio della madre), figuriamoci aver avuto un ragazzo o aver mai parlato di tutto ciò che fosse legato al sesso.
Anyway, mi chiama e mi racconta che un pomeriggio era andata a fare shopping con un’altra amica, a una certa stanche di camminare hanno deciso di chiedere  un passaggio a un tipo che lei mi descrisse come “un ragazzo poco più grande di noi, 18-19 anni, con una smart…sembrava un tipo normale!” che le carica e ovviamente 20 minuti dopo tenta di spogliarle.
Ora, non che nella mia vita io non abbia mai fatto l’autostop….ma diciamo che ho messo in conto il rischio, ecco,  e mi sono sempre e comunque tenuta pronta all’azione ( diciamo pure che è una cosa che ho evitato di fare se non in caso di emergenza)
Lei no, lei, ingenua e giovane pulzella, credeva ancora che i maniaci andassero in giro con la faccia da farabutto e la scritta “ciao sono un maniaco e vorrei stuprarti!” appesa al collo.
Morale di questa favola: ignorare il problema e tenere la gioventù fuori dal mondo non servirà a niente, anzi, peggiorerà le cose.

La seconda storiella risale al 2012, ma forse per capirla a pieno dovrei contestualizzare la cosa.
Io sono cresciuta nell’ambiente antagonista, che sebbene non sia 100% esente dalle teste di minchia, diciamo che lo è quasi del tutto.
E anche negli altri “circoli” della mia gioventù il gruppo di persone, per quanto esteso, era sempre una minima parte rispetto al “mondo” e bene o male ci si conosceva, almeno di vista, tutt*.
Soprattutto questo significa che nelle vicinanze c’era sempre più o meno qualcun* di conosciuto a cui rivolgersi in caso di bisogno.
Questo, comunque, non mi ha impedito di sviluppare un sistema di reciproco aiuto con il mio gruppo di amiche (nel mio caso si era principalmente donne, ma poi è successo pure co amici maschi, eh); in generale era una semplice assicurazione: se vedo la mia amica andare via, o se io sto andando via con qualcun*, chiarifico che si, la faccenda è tranquilla e che comunque stiamo andando “lì” (“tenda di”, “nome del locale”, “casa sua…segue indirizzo”) e che c’ho il telefono.
Ma ora veniamo alla storiella.
Estate 2012: io e Sorella andiamo a un evento, gli avventori sono principalmente amici, conoscenti e amici di amici, tutt* più o meno provenienti dall’ambiente antagonista, e quindi tranquilli.
Io conosco Tizio, il quale decide di offrirmi una birra che accetto più che volentieri; passato un po’ di tempo io e Tizio decidiamo di spostare la conversazione in un luogo appartato; dopo un tempo X prendendo in mano il telefono trovo 3 chiamate da Sorella.
Nel frattempo io e Tizio decidiamo che vorremmo un’altra birra e torniamo nel mondo civilizzato, io vado a fare pipì e in bagno incontro Sorella, segue il diaologo:
– Ao, ma ho visto le chiamate…tutto ok? Che è successo? –
– No, niente….è solo che non t’ho vista più e volevo sapere n’do stavi –
– Ma se sto bevendo una birra col tipo che me piace, poi non ci vedi più…secondo te n’do posso sta?! –
– Eh si, ma infatti avevo capito…è solo che chi cazzo lo conosce questo, cioè, magari ti aveva tagliata a pezzi e messa in una valigia
Per la cronaca: la frase è rimasta storica, e tutt’ora ci ridiamo, soprattutto perché credo che i miei anfibi pesino più di Tizio. Io e Tizio da allora siamo diventati amici, e alla fine era tutto tranquillo.

Insomma il concetto di tutta sta cosa è che non si può mai sapere, e che le tiritere che vorrebbero suonare “antimoraliste” a volte tengono dei toni che mi sembrano idioti quanto quelli dei moralisti.
Sì, la dirò tutta (e probabilmente mi tirerò addosso l’odio di N persone): credo che dire “eh ma non è certo colpa del fatto che avesse una vita sessuale!”  E BASTA, mi sembra una cagata pazzesca, soprattutto se quello che si vuole sottolineare è il fatto che chiunque dovrebbe essere liber* di avere la vita sessuale che vuole; cioè, brutalmente, è una roba che non porta acqua al mio mulino.
Perchè se il mio scopo è sottolineare che la risposta a un episodio di violenza non può essere la repressione a scapito della vittima (imposta, autoindotta o in qualsiasi sua forma) mi sembra molto più logico e produttivo parlare di come e cosa ho fatto io (o chiunque) per conciliare una vita sessuale felice, libera e allegra e la mia sicurezza, piuttosto che negare che in certe situazioni possano esistere dei rischi e limitarsi a “massì, datela via, che tanto se vi succede qualcosa non è colpa vostra”.
Ora, con tutto il rispetto, se mi succede qualcosa, di avere ragione me ne faccio cazzi.
Da un episodio del genere, secondo me, l’insegnamento unico che se può trarre è: gli stronzi abitano ancora questa terra, sebbene io mi batta perché si estinguano nel più breve tempo possibile, il che significa che uno dei miei compiti in quanto donna e persona è ANCHE (e sottolineo ANCHE, non SOLO) tenere conto di questo dato e fare del mio meglio per condividere la mia esperienza, così che le altre persone abbiano qualche dato in più per imparare a conciliare la propria liberazione e la propria sicurezza.
Questa, a mia parere, è una roba importante.
Perchè coinvolge un’innumerevole quantità di concetti su cui l’essere umano coscienza-dotato medio dovrebbe interrogarsi spesso: quello di liberazione e crescita personale, quello di amicizia, di relazione, di comunità.
Perchè penso che alcune esperienze e sperimentazioni “casuali” abbiano avuto nella mia crescita personale un peso enorme, e credo sia giusto che tutt* possano viverle, e viverle bene come è capitato a me.
Perchè ho la fortuna di vivere, e aver vissuto, in una comunità che non ha giudicato le mie scelte, ma si è trasformata in uno scudo invincibile quando ne avevo bisogno; e questa è una cosa che tutt* avrebbero diritto ad avere.
Perchè il caso è una cosa che non possiamo combattere, anche nella più perfetta delle società: quello che sbrocca, il sadico sopito che si sveglia, lo stronzo, sono dati che non possiamo annullare, ma possiamo ridurre a eccezioni, questo si.
Perchè nella mia esperienza imparare a difendermi ha fatto parte della mia crescita come donna, è stato un pezzo importante del puzzle della mia indipendenza.
E anche perché non sempre, purtroppo, l’educazione ha la meglio; esistono persone non recettive, sebbene non propriamente “disturbate”, per le quali, nel 99% dei casi, è un ottimo dissuasore il solo fatto che la comunità esista e sia coesa nel proteggere chi ne ha bisogno.

In sostanza quello che vorrei passare è un consiglio, e un avvertimento: avere una vita (sessuale e nel senso generico del termine)  può comportare un rischio, ma non viverla per stare “al sicuro” (che poi manco è certo che accada, per dire, io le mie violenze me le sono subite…da una persona con cui ho convissuto 10 anni) è una stupidaggine, non meno di “non esco di casa perché potrebbe sempre cadermi una tegola in testa”.
I violenti, gli idioti, i maschilisti esistono; e nella maggior parte dei casi sono gli stessi che si vestono di un dubbio paternalismo come “che ci faceva una ragazza da sola in quel posto/ a quell’ora?” e simili; perché nella testa di lor signori (e signore, anche) se una ragazza fa certe cose è segno della sua apertura a chiunque e qualunque cosa.
Anche no.
Siamo libere di scegliere, sempre.
Nelle relazioni interpersonali il silenzio-assenso non esiste.
Quindi non vi dirò affatto “non vivetele, state al sicuro”, ma “vivetele eccome”, ma con coscienza, così come guardate prima di attraversare, fate lo stesso nelle vostre esperienze.
Non sentitevi cretine, o esagerate, mai.
Una rassicurazione in più non fa danno a nessuno, una in meno potrebbe nuocervi.
Non lasciate che una polemica del terrore riduca i vostri orizzonti, non c’è niente di male, e si, ci si può proteggere.
Ma allo stesso tempo non lasciate che una polemica opposta vi racconti che il rischio non esiste.
Valutate con la vostra testa, e anche col cuore, quello (e quell@) che vi mette a vostro agio, il resto andasse al diavolo.
E soprattutto, sopra ogni altra cosa, cercate complicità nel mondo attorno a voi: un’amica, un fratello, una compagna…perchè questa gente capisca che una comunità che sia davvero tale, è molto più forte del loro maschilismo e della loro violenza.

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