Avevo…

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I’ve been many places
I’ve traveled ‘round the world
Always on the search for something new
But what does it matter
When all the roads I’ve crossed
Always seem to return to you… (…)

When you play with fire
Sometimes you get burned
It happens when you take a chance or two
But time is never wasted
When you’ve lived and learned
And in time it all comes back to you..

(Home again – Blackmore’s night)

Avevo dodic’anni quando scoprii che mi piaceva camminare,
sentire la terra che mi scorreva sotto i piedi,
alla scoperta di un posto nuovo.
Avevo quattordic’anni quando scoprii che piacevo agli uomini,
mi dicevano estasiati
che avevo il corpo di ragazzina e il cervello di una trentenne.
Avevo quindic’anni quando iniziai a viaggiare,
attraversavo l’Italia da nord a sud e ritorno
mai sazia delle storie che ascoltavo
dalla gente che incontravo per strada.
Avevo sedic’anni quando scoprii che volevo solo una vita normale,
che il cuore m’era invecchiato in fretta,
perchè avevo bevuto alla coppa della vita così veloce
da ubriacarmi subito.
Avevo vent’anni quando riposi i sogni nel cassetto,
intrecciavo i capelli e mi vestivo di sale
perchè la gente mi confondesse con una moglie
e non restasse incantata a guardare la regina che ero stata.
Avevo venticinque anni quando sono morta,
uccisa da un bastardo in una mattina di primavera
morii con il cielo negli occhi e il sapore di sangue nella bocca
senza capire quale fosse stato il mio peccato,
volevo solo una vita normale.
Avevo ventisei anni quando la bufera mi trascinò di nuovo sulla strada
avevo paura della gente e mi nascondevo dagli sguardi,
ma mi videro lo stesso.
Un uomo venne a cercarmi, i suoi occhi di specchio mi trapassavano l’anima come uno spillo,
gli dissi che volevo solo una vita normale
mi rispose: “cazzate.”
Avevo ventisette anni quando scoprii di non avere più cuore,
solo cenere m’era rimasta nel petto
e camminavo nei boschi, da sola, di notte
perchè mi sentivo affine alle creature del buio,
che predano solitarie, lontano dalla luce del sole.
Mi sentivo affine alle ombre,
che distorcono le cose del giorno e ne fanno mostri erranti e spaventosi.
Avevo paura della gente e di me stessa,
mi trovavo terrificante.
Solo tra le tenebre trovavo un po’ di pace,
che un mostro può certo trovare pace tra altri mostri.
Avevo ventisette anni e camminavo nel buio
quando incontrai una strana creatura.
Era figlia dei boschi quanto me,
ma la sua pelle era diafana e il sorriso ferino
era quello di una donnola
o di una fata.
Chiesi cosa ci facesse tra i mostri,
perchè a me quella creatura pareva bella,
degna di stare alla luce del sole.
Mi disse che mi cercava, che mi stava osservando,
che m’aveva guardata molto tempo prima,
quando l’uomo con gli occhi di specchio era venuto a cercarmi.
Io avevo paura a toccarla,
che quella strana bestiola era rara e perfetta,
e come possono, i mostri, toccare le cose perfette?
Mi chiese perchè camminassi nel buio.
Risposi che io stavo bene qui,
che il mio posto era coi ratti e coi gufi,
che la luna è il sole dei mostri.
Sorrise di un sorriso strano,
che scintillava nella notte come argento.
Quella creatura m’incuriosiva,
aveva occhi di brace e non sembrava una creatura buona,
ma a me non faceva paura.
Mi portò sul fondo del pozzo, dove si specchiava la luna,
dove io non avevo mai avuto il coraggio d’andare.
Ogni notte tornavo nel bosco e ogni notte la creatura tornava da me.
Mi insegnava sentieri misteriosi che solo lei conosceva,
e lingue morte e a parlare con gli alberi.
Ogni notte mi rivolgeva quello strano sorriso,
selvaggio e ammaliante.
L’ascoltavo reverente,
che un mostro ha certo da imparare, da una creatura tanto rara e perfetta.
Ma non mi facevo toccare mai, mai
perchè sapevo che non sta bene,
se le cose perfette sfiorano un mostro.
Mi raccontò storie al di fuori del tempo,
di eroi coraggiosi, che s’erano incamminati nella foresta
perdendo la strada e la mente,
perchè le creature del bosco sanno essere beffarde e crudeli.
Mi portò a trovare il ratto e il gufo e il pipistrello,
facendomene scoprire la bellezza.
E mi chiese di nuovo perchè camminassi nel buio,
di nuovo risposi che la luna è il sole dei mostri.
Allora mi portò alla radura,
c’era uno specchio nel mezzo del verde,
mi disse di mettermici davanti e guardare.
Dissi che vedevo noi, così come eravamo:
una creatura perfetta e un mostro.
Mi passò una mano sugli occhi e disse
“guarda con gli occhi di un altro”.
Guardai di nuovo, e vidi due mostri,
due mostri bruttissimi e terrificanti.
Mi passò di nuovo la mano sugli occhi
sussurrando: “ora guarda coi miei occhi”.
E vidi due creature bellissime e selvagge.
“Quella non sono io!” esclamai;
mi sorrise di quel sorriso strano e ferino,
che a volte mi faceva paura.
Mi bisbigliò nell’orecchio: “Sei sicura? Va’ al pozzo e guardati bene”.
Mi voltai per rispondere, ma era svanita.
Corsi al pozzo e mi ci specchiai,
quella che mi fissava dal fondo era una fata,
una fata vera e propria.
Mentre guardavo stupita e senza fiato una voce mi fece sussultare:
la creatura era appollaiata su un ramo alle mie spalle,
e mi guardava con occhi beffardi.
“Intrecciare i capelli e vestirti di sale? Che idea stupida!” disse con voce adirata.
Saltò giù dal ramo e mi corse incontro terribile,
i piedi caprini divorarono il terreno in un istante
mentre gli occhi si accendevano di un rosso brillante.
Mi appiattii contro la parete del pozzo, terrorizzata.
La creatura mi sovrastava, più alta di me di tre spanne,
ma più mi fissava con quegli occhi di fuoco,
più diventava gigantesca, e io minuscola.
Ricordai che a volte gli uomini vengono condotti alla follia,
perchè le creature del bosco sanno essere malvagie.
Iniziai a piangere e dissi che mi dispiaceva,
che volevo solo una vita normale.
Lo strano sorriso scintillò di nuovo sul viso ormai enorme,
e credetti che mi avrebbe uccisa.
Ma si chinò, e mi soffiò via le ceneri dal petto.
Volarono tutto intorno, come tanti fiocchi di neve.
Lo sguardo della creatura era di nuovo gentile, e non era che poco più alta di me;
“Moglie, tu? Credevi davvero che avrebbe funzionato?” mi chiese.
Io scossi la testa piangendo, senza voce per rispondere.
Mi guardai nel petto con paura, troppa paura di trovarlo vuoto
ma non lo era,
un piccolo, piccolo tizzone ardeva appena di luce rossastra.
“Le ceneri appartenevano a chi è morto, questo è qualcosa che non morirà mai” mi sussurrò
“E ora dimmi, perchè cammini nel buio?”
Fissai la creatura negli occhi, avevo paura a dire certe cose,
perchè temevo che fosse tutto uno scherzo, che si stesse beffando di un mostro facendogli credere di essere una fata.
“Perchè sono…” e mi mancò la voce.
“Perchè sei…?”
“Perchè sono…”
“Avanti, dillo.”
“Perchè sono sempre stata una fata?” chiesi in un sussurro.
La creatura annuì, e sorrise.
“Perchè sei sempre stata una creatura selvaggia, e mai una moglie.”
Non tornai più al bosco.
Il giorno dopo, con le prime luci dell’alba, partii per Ognidove, e per molti, molti secoli a venire, non feci ritorno.

 

P.S.

non credo affatto che la formula “dodic'”, “quattordic'” etc. esista in italiano, riflette, però, un modo comunissimo di pronunciare, che era esattamente ciò che volevo rendere nello scritto…prendetelo come una licenza poetica :D

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