Piccola riflessione sulla sociopatia (o “Di coscienza critica e unicità”)

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[riporto qui un vecchio post scritto nel lontano inverno 2013]

Nightcrawler: Perché non resti trasformata sempre? Sai, per essere come tutti gli altri.
Mystica: Perché non sarebbe giusto.[1]

Ho fatto caso che ultimamente mi capita spesso di avvertire le persone sui miei strani modi di fare; semplificando, mi presento come “sociopatica”.
Ma cosa significa essere sociopatici, di preciso?
Colloquialmente si intende come sociopatico colui che ha problemi a intrattenere relazioni conformandosi alle regole del senso comune.
In maniera più accademica invece vengono definiti sociopatici gli affetti dal disturbo antisociale di personalità.

Il disturbo antisociale di personalità è un disturbo di personalità caratterizzato dal disprezzo patologico del soggetto per le regole e le leggi della società, da comportamento impulsivo, dall’incapacità di assumersi responsabilità e dall’indifferenza nei confronti dei sentimenti altrui. Il dato psicodinamico fondamentale è la mancanza del senso di colpa o del rimorso, con la mancanza di rispetto delle regole sociali e dei sentimenti altrui.
Viene collocato dal Manuale Statistico Diagnostico dei Disturbi Mentali all’interno dei disturbi di personalità del cluster B, che comprende oltre al disturbo antisociale di personalità anche il disturbo borderline di personalità, il disturbo istrionico di personalità e il disturbo narcisistico di personalità.
Nell’ICD-10 viene indicato come Disturbo Dissociale di Personalità. Spesso chi soffre di questo disturbo è detto sociopatico. [2]

 

Cosa hanno in comune la definizione colloquiale e quella accademica?
La parte di rifiuto per le regole e le leggi della società.
Cosa che normalmente viene ritenuta giustificabile solo da accadimenti straordinari

 

“Vada al diavolo la legge! Solo la vendetta è la mia legge, ora”[3]

 

mentre invece viene considerata una problematicità di fondo di alcune categorie “disturbate”, ne prendo in esame una, quella a me più vicina e familiare: i nerd.
Nessuna categoria è più socialmente condannata degli smanettoni; io, invece, mi trovo benissimo coi nerd. Sarà che tra simili ci si intende? Probabilmente si, credo infatti che il mio “trovarmi bene” derivi fondamentalmente da una tendenza a condividere istintivamente le regole di un contratto sociale tutto nostro.
Cosa succede, allora, quando un gruppo di persone si ritrovano a condividere una serie di regole non scritte?
Che si crea un altro tipo di socialità, parallela e collaterale, a quella comunemente intesa.
Io in questa mi ci sento a mio agio, nell’altra no.
E credo anche che in questa si conservi un’individualità maggiore poiché non esiste un modello prestabilito da rispettare per essere “normali”.

In questa sento il mio alto bisogno di privacy rispettato, ma non a discapito dei rapporti umani.
Credo infatti che il mio apprezzamento per i nerd derivi dal loro modo di porsi, generalmente considerato “freddo”, ma che ai miei occhi appare invece “delicato”, attento e rispettoso dei miei bisogni e desideri di privacy;
Apprezzo la tendenza a non considerarsi sempre al centro degli stati d’animo altrui, e a non pretendere forzosamente spiegazioni di sorta.
A cose normali sono piuttosto socievole, ma ho  anche passato intere serate in cui non ho aperto bocca, eppure a nessuno dei miei amici nerd è saltato in testa di farmi il terzo grado sul perchè ciò accadesse, al massimo si sono limitati a un “tutto bene?” che nella nostra lingua significa “ehi, tutto ok? Ci sono problemi? Se ti va di parlarne io ci sto eh, ma non vorrei farti sentire obbligata”.
Personalmente adoro questo modo di non farmi sentire sola, ma senza soffocarmi.
L’altra caratteristica veramente fuori dal comune che ho riscontrato è la capacità di adattamento e tolleranza nei confronti delle stranezze altrui.
Tutti abbiamo dei difetti, delle paranoie, delle bizzarrie.
Siamo sostanzialmente derivati delle nostre esperienze precedenti, dei nostri vissuti, a volte preda del nostro inconscio; abbiamo fobie, manie e quant’altro.
Di alcune siamo consapevoli, di altre no, ma nel caso dei nerd queste rarissimamente vengono fatte pesare, piuttosto, si considerano alla stregua di una caratteristica somatica.
E ognuno tollera le altrui senza troppi problemi, sapendo che verrà fatto altrettanto con le proprie.
Senza lasciare quel senso di inadeguatezza e anormalità.
Per noi sono tutt* (a)normali, come diceva lo Stregatto, “we’re all mad here”.
E posso non riferirmi solo strettamente alle manie vere e proprie, ma anche alla differenza di vedute su tutti gli aspetti della vita; mi sono chiesta più volte perchè sia più facile riscontrare questa elasticità mentale negli smanettoni, la risposta (che non è detto che sia giusta) che mi sono data è che credo derivi da un modo di pensare: l’aver interiorizzato che per dare soluzione a un problema esistono un numero n di modi, e per capire quale sia il migliore devo prenderli in considerazione, capirli e analizzarli tutti; ecco, secondo me finisce col riflettersi nel modo di concepire la vita e le persone.
Ognuno di noi è una problematica con un diverso algoritmo per soluzione.
Queste riflessioni scaturiscono da dei commenti che mi sono stati fatti, da persone diverse, sul mio definirmi sociopatica.
Molti hanno detto che mi credevano semplicemente una donna molto aggressiva e con pochi sentimenti per il prossimo.
Un mio amico smanettone mi ha risposto “Dipende a quale contesto sociale fai riferimento”, sottointendendo che per lui le mie non erano stranezze, ma semplici caratteristiche che mi rendevano me stessa.
E da lì ho iniziato a pensare che in effetti la maggior parte dei miei amici esula da ciò che si definisce “normale”, ma la cosa a me non interessa affatto, non è quella la parte importante, in loro apprezzo altro.
Apprezzo, per esempio, la scelta di seguire un proprio codice di comportamento e non uno imposto da un agente esterno.
La capacità di mettersi nei panni altrui e lasciare tempi, spazi e modi di arrivare alle cose.
Di saper guardare oltre la copertina del libro e scoprire cosa ci riservano gli altri individui, se li lasciamo fare secondo i loro bisogni.
Vale, in questo senso, un criterio di unicità.
Forse con impegno potremmo essere più espansiv*, apert*, materiali nelle nostre manifestazioni, ma non saremmo più noi stess*, e nemmeno gli altri a cui ci rapportiamo.
Il silenzio, per esempio, va letto nella maggior parte dei casi come un’attenzione a non forzare gli eventi, non come disinteresse; è una sensibilità in più, non in meno.
Quindi prima di definire una persona “sociopatica” chiedetevi a quale socialità state facendo riferimento; perchè noi non è che non l’abbiamo, è che ne abbiamo una più elegante.

 Image: Mirror by Skia

[1]: X-Men 2 2003, regia di B. Singer.

[2]: Da Wikipedia

[3] Romeo, dopo l’assassinio di Mercuzio – Romeo and Juliet di W. Shakespeare

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