Di solidarieta’ e violenza

Mi ritrovo, di nuovo, sull’orlo di un baratro, guardo giu’, ma stranamente non provo vertigine, ne’ paura.

Utrecht 2018, la vergogna si fa avanti nerovestita, ha il viso incarognito di chi non ha mai conosciuto la vita.

Le parole sono scandite nella mia testa da voci che fino a ieri si fingevano amiche, e in quelle frasi, quelle parole, riconosco meccanismi che ben conosco.

Cari i miei assalitori, ci ha provato qualcuno ben prima di voi, mi ha investito con la violenza della sua pochezza, mi ha bastonata e uccisa, ha infranto la mia volonta’ sui pavimenti, assieme alle membra.

Voi vi riempite la bocca di belle parole, ma io, non tremo piu’, perche’, al contrario di voi, conosco davvero il significato di quelle parole.

Tentate di farmi dubitare di me stessa, ma io so chi sono, l’ho imparato in uno squat di Roma tanti anni fa.

L’ho imparato negli aromi di una cucina clandestina, nelle due stanzette polverose della mia salvezza, nelle notti insonni e nelle giornate di pioggia.

Ripercorro nella memoria i miei tunnel, e potrei raccontarvi passo per passo l’inclinazione di ogni pietra.

Quello e’ il luogo dal quale provengo, difficile e conflittuale, mai uguale a se stesso, eppure cosi’ pieno d’amore, ribelle e meticcio, che mi ha amata e mi ama, e che io amo, perche’ riflette cosi’ bene il mio essere inquieto, mutevole, ribelle e meticcio.

E forse, in fondo in fondo, di voi ho un po’ pieta’, che chiamate collettivo un sentimento di odio che e’ solo vostro, e di solidarieta’ non sapete proprio niente.

A voi donne, sempre pronte a pugnalare alle spalle una sorella per una fantomatica gara, vorrei poter raccontare di un gruppo di donne straordinarie, conosciute nel mio momento di niente, ognuna diversa dall’altra, ma di una bellezza mozzafiato, che mi hanno insegnato che la parola sorellanza ha un significato, e puo’ essere esperita nell’ogni giorno.

E a voi, cari uomini, vorrei dire di un gruppo di signori che un bel giorno, in quelle due stanzette, misero da parte ogni machismo, ogni brama di potere, ogni supremazia, e mi fecero donna, ribelle e regina, quando io mi sentivo meno di niente.

E no, non era per scoparmi.

Da li’ si e’ costruito molto, e molto ancora ho creato.

Ma la me stessa che tremava al confronto, che cedeva alle minacce, che si annichiliva alla violenza, ecco, quella me, non esiste piu’ da tanto.

Quella me si e’ dissolta nella solidarieta’ di quelle donne fantastiche, di quegli uomini straordinari, nelle pietre dei tunnel, nella polvere delle piazze d’armi.

E’ scivolata via assieme alla pioggia, dispersa per sempre nelle segrete del mondo sotterraneo.

Quella me giace sepolta da qualche parte, sotto le chiome degli alberi.

E questa qui, questa me davanti a voi, non teme il confronto, e nemmeno il conflitto, questa me non teme i vostri trucchi da burattinai falliti, in cui una mano attacca e l’altra finge carezze.

Tenetevi la vostra cieca violenza, tenetevi il vostro finto miele.

Ma non vi permetto di rubare le nostre parole: sorellanza, ribellione, solidarieta’, collettivita’, comunita’…queste sono parole nostre, e nella vostra bocca sanno solo di amaro, di potere corrotto, di violenza e veleno.

Lasciatele a chi le merita davvero.

E nonostante i vostri urli, le vostre minacce, le vostre guerre, i vostri “sei solo una donna”, io non dubito, non temo e non tremo.

Io sono io.

E sono donna, ribelle e senzalegge.

Non riconosco potere ai burattinai, non lascio che mi usino.

E piu’ vi guardo, piu’ vedo in fondo ai vostro occhi, che quelli che hanno paura davvero, siete voi.

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