Concorso letterario e fotografico Muri di Storie

muri di storie

L’Associazione Magnolia Italia, insieme alla propria rivista letteraria Inkroci, 

in collaborazione con New Free Photo Brescia, con Cascina Parco Gallo
e con il Patrocinio del Consiglio di Quartiere Don Bosco
e di Leonessa Viaggi

organizza

il concorso letterario e fotografico

Prima edizione –Anno 2015

dedicata alla città di Brescia

“MURI DI STORIE”

“Attorno a Roma c’è quella cosa immensa e spappolata che è Roma”
(Pier Paolo Pasolini)

La celebre frase di Pasolini sulla periferia romana di 40 anni fa calza oggi a pennello sulla maggioranza delle città italiane, trasformate da anni di urbanizzazioni al servizio del dominio economico. È sempre Pasolini, infatti, che con lungimiranza diceva: “Ormai, del resto, la distruzione del mondo antico, ossia del mondo reale, è in atto dappertutto. L’irrealtà dilaga attraverso la speculazione edilizia del neocapitalismo”.
Anche Brescia ha mutato più volte criniera: ce lo raccontano intere aree industriali dismesse (la Caffaro, la Breda, ecc.), le colline dei rifiuti diventati parchi di svago e benessere, i quartieri dormitorio di S. Polo, gli ex Magazzini Generali del quartiere Don Bosco un tempo luoghi di scambio e di incontro.
Ce lo raccontano i nuovi centri commerciali che, come mura, costruiscono le nuove gabbie del mondo moderno.
Vecchi e nuovi muri: muri di storie. Storie che intessono e generano un patrimonio di “vite”, che non riguardano soltanto l’esperienza del singolo, ma bensì diventano il tessuto e la storia dell’esistenza umana e sociale anche attraverso i luoghi che abitano e hanno abitato questa esistenza.
Muri di storie che raccontano Brescia e la sua comunità, la sua memoria e la sua identità.

La traccia potrà essere liberamente interpretata, purché nell’opera proposta – sia essa immagine o racconto – siano riconoscibili elementi sociali, storici, ambientali della città di Brescia.

TERMINE DI PRESENTAZIONE: 28 agosto 2015
PREMIAZIONE: 12 settembre 2015

Qui il regolamento completo del concorso:
http://www.inkroci.it/cultura_cinema/

Jacques il fatalista

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Nel caos delle cose che sto studiando ora (che è davvero davvero un caos) avanzo poco più di una mezzoretta a sera per leggiucchiare qualcosa prima di dormire. Il “qualcosa” prescelto è Jacques il fatalista e il suo padrone, romanzo di Denis Diderot del 1773-1775.

Qui il link di una scheda un po’ più seria della mia, se vi volete fare un’idea del valore storico e filosofico del testo. Cose interessanti e noiosette che è sempre bene sapere quando si legge un autore di quel calibro, ma che il testo non ti nasconde dietro a chissà quali castelli metaforici… per dirla in breve: anche se salti l’introduzione e la nota del critico, te lo spiega Diderot e ti ci fai pure una risata.

Jacques è il buon servo di un padrone qualsiasi, senza qualità e anche senza nome. Tanto non importa, continua a dirci Diderot, né come si chiami, né dove stia andando portandosi appresso il nostro Jacques, né quale sia la locanda in cui si fermano, neppure se si tratta di una locanda o di una bettola malmessa o chissà che altro. Sono dettagli di poco conto, quindi, avuto l’elenco del possibile scegli un po’ te, caro lettore; immaginalo come ti pare. Jacques è un fatalista, qualcuno gli detto che tutto quel che deve accadere a lui e a tutto il mondo sta scritto nel Grande Libro, quindi sia che corra o che vada piano a quel che sta scritto ci arriverà di sicuro. Chi sia l’autore del Gran Libro non importa, ma c’è scritta la verità e tanto basta. Così anche tu – anche io- lettore, devi capire che chi scrive non può star lì a tirarla alla fine con particolari da romanzo, ma si deve attenere a raccontarti la verità, quel che è successo così com’è stato. Così Diderot si diverte a fare il verso all’autore del Gran Libro, e te lo fa notare per benino, sottolineando le tante cose che avrebbe potuto dire, cambiare, specificare, ma che non fa perchè così non è andata. Ecco qua un bel giro in tondo, dove si prende in giro un po’ tutto: il determinismo, il libero arbitrio, lo scrivere romanzi, il narratore omniscente e i suoi personaggi… Ci si  burla di Jacques e anche del suo padrone, del loro viaggio e della moda di viaggiare, dell’intenzione che li muove e anche di quella che li fa parlare. Quel che vorrebbero è andare da un posto ad un altro raccontandosi nel frattempo degli amori di Jacques. Il risultato invece è una serie di dialoghi che da una cosa vanno ad un’altra, brevi narrazioni di ricordi della vita del servo o del suo capitano, o quello che una volta gli raccontò qualcuno, incastrate dentro il loro percorso continuamente interrotto da eventi eccezionali, fortune o sfighe. Il risultato per te- e me- insomma noi lettori- è una narrazione sconnessa, frastagliata, con frequenti comparse dell’autore stesso che ci spiega i suoi problemi o che vuol risolvere i nostri, tutto nel segno della burla che la fatalità sta giocando a Jacques, al suo padrone, a chi lo scrive e chi lo legge.

La cosa funziona, almeno per me; è anche divertente per un po’… carino questo saltare qua e là… un po’ irritante dopo le 80 pagine, ma io non ho mai le forze di leggere oltre la terza interruzione dalla sera prima. Chissà se Jacques riuscirà a raccontare i suoi amori… e se è scritto nel Gran Libro che io sarò ancora sveglia…

Guarire

Rubrica scarabocchi

Forse dovrei cambiare nome al post, o alla rubrica stessa. Forse dovrei chiamarla “forme di automedicazione con penne colorate”.

Questa volta avevo anche un pennarello viola, e un professore che  alle 22 inoltrate parlava a macchinetta della possibilità o impossibilità di educare degli adulti, degli stadi evolutivi della persona e delle condizioni per  attivare un processo di formazione e perfezionamento.

Avevo ottime intenzioni, ve lo assicuro. Fondamentalmente concordavo con quel che ascoltavo; non avrei comunque avuto abbastanza basi conoscitive per contraddire, quindi me lo facevo andare bene… Eppure, con tutta la buona volontà di prendere il meglio di tanta psicologia a secchiate, ero finita nel patetico conteggio dei compiti evolutivi non assolti durante gli stadi evolutivi che anagraficamente ho trapassato.  NO! C’è da correre ai ripari subito. Tenere il buono, tenere il meglio perchè metta radici e possa fruttare oppure qui, in un colpo solo, mando al macero la fatica fatta per seguire questo corso assieme a tutte le fatiche della mia esistenza.

Attacco la prima cosa di carta bianca che trovo, ci scrivo le cose che davvero mi colpiscono in positivo, le cose sulla quel voglio riflettere, che voglio integrare nella mia persona. Le scrivo là in mezzo, sparpagliate, nude, abbandonate a se stesse, senza un intreccio o una direzione che le leghi… quel che vien fuori va bene, basta che io non le perda.

“Il tempo diventa l’esplicitazione di ciò che sei in realtà”

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“conoscere,

amare quello che conosci,

volere quello che ami,

fare quello che vuoi.”

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“esiste nell’esistenza umana una morte per la vita”

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Spesso, quando termino uno scarabocchio, cerco un angolo per mettere un titolo e due consonanti del mio nome. Questa volta il posto l’avevo già occupato prima di iniziare, con una parolina scritta stretta in corsivo: “guarire”.

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Pro memoria per scrivere

Inizierò col dichiarare apertamente lo scopo di questo post, che è esprimere a voi una mia riflessione, forse anche un piccolo sfogo. Non la considero una riflessione “definitiva”, cioè approdata a delle conclusioni che posso considerare tali, semmai una serie di appunti ancora in via di problematizzazione. Quindi il valore di questo post è alquanto limitato, non c’è alcun approccio “scientifico”e non so quanti comandamenti sulla buona scrittura sto violando. Molto probabilmente sarebbe più utile a tutti noi andarci a rileggere le Lezioni Americane di Italo Calvino, però nel frattempo non mi dispiacerebbe avviare una piccola discussione.

Sto leggendo un testo di storia delle religioni acquistato alla cieca in un mercatino. Il testo è di 10 anni fa e non è proprio aggiornatissimo su alcuni aspetti, inoltre il taglio didattico fa guadagnare in chiarezza ma perdere in complessità, quindi di alcune tematiche si è perso il senso della policromia in favore della semplificazione. Anni di studi umanistici mi hanno abituato a verificare personalmente le fonti e ad approfondire i passaggi troppo schematici, ma questo non è alla portata di tutti. Inoltre, per quanto si tratti di un testo divulgativo, per un pubblico di curiosi non specialisti, questo non giustifica la totale mancanza di riferimenti: non ci sono note che riportino alle fonti, testi di confronto, non sono nominati autori con interpretazioni differenti, discordanti o concordanti, non sono consigliate letture per approfondire.

Il curatore del testo è uno storico italiano con un curriculum di tutto rispetto, che sa quello che dice. Però questa “approssimazione” (diciamo pure “fisiologica”, dato che per un libro pensato per i lettori abituali di un quotidiano nazionale non si può stare lì a limare troppo fine) mi mette in bocca un senso di sgradevolezza, quasi di diniego.

Tutto ciò mi ha fatto fare un viaggetto mentale ripercorrendo una serie di letture con problematiche più o meno simili che mi causano lo stesso arretramento emotivo. Per tirar le somme, mi sono scritta sul retro del frontespizio, a mo’ di appunti in sequenza, 5 punti (anche un po’ banali, nel senso dell’aver quasi riscoperto l’acqua calda…) che si imparano prestissimo a scuola e prestissimo si dimenticano quando stai lì davanti al foglio e le idee non si organizzano per la loro struttura in sè ma si agglomerano coi tuoi pensieri, vissuti, emozioni, problemi, preoccupazioni del momento.

Ve lo riporto pari pari:

  • avere rispetto per quello che si scrive/ fa/ crea/ produce/ insegna/ impara / studia/ racconta… Avere rispetto per l’oggetto che si sta trattando, per la materia, l’argomento, per quello che è in se stesso, per quello che è in quanto tale.
  • dichiarare l’obiettivo: conoscere è diverso da informare; diverso è polemizzare; diverso è ironizzare; diverso è persuadere; diverso è dialogare, diverso è comprendere.
  • tener conto del pubblico, non solo nei riguardi del lessico che esso può comprendere o che deve apprendere o dei problemi che lo possono prevalentemente interessare, ma anche tenendo condo di agevolare in ogni modo la possibilità che lui stesso colmi i vuoti che chi scrive, operando delle scelte, necessariamente non può riempire. Non sottovalutarlo ma agevolarlo.
  • tener conto dell’emotività- propria e altrui- che può giustamente entrare nello scritto (in relazione all’obiettivo che ha) o che deve restare fuori. (tenere sotto controllo l’emotività, propria e altrui, versata nel messaggio e riversata sul lettore).
  • porre una gerarchia tra questi punti, ovvero mantenere fisso il fatto che il centro non è la mia volontà ma l’oggetto di cui parlo; l’obiettivo che mi propongo non deve mai inficiare, camuffare o imbellettare, essere “infedele” all’oggetto di cui parlo, altrimenti, qualunque cosa io stia facendo, è disonesta.

Che ne dite?

Curriculum e possibilità… secondo Wislawa Szymborska

Tra tutte le poesie di Wislawa Szymborska potevo scegliere certamente un tema intellettualmente più appagante. Potevo scegliere quelle di impegno politico; quelle sul Novecento, le sue promesse e suoi disastri, quelle sull’indifferenza degli oggetti che noi rivestiamo di significato e di memoria… mille temi potevo scegliere per appagare la fame di impegno culturale. Ma. La nuda, cruda quotidianità con le sue richieste, gli intoppi e gli obblighi ben poco intellettuali e culturalmente appaganti pretende il massimo della mia attenzione in questi ultimi tempi, quindi sorrido e applaudo a chi racconta con la poesia questa “superficie” delle cose da fare, della quale ci occupiamo ogni giorno, nella quale ci arrabattiamo ogni giorno (forse non tanto superficiale).

Scrivere un curriculum

Cos’è necessario?
E necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.
È d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e ricordi incerti in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.
È la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

Possibilità
Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente
a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare
che l’intelletto ha la colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlar d’altro coi medici.
Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie
al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi,
da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti, che non mi promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori che fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari, perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa
che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccar ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco considerare persino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione.

Wisława Szymborska, 25 poesie, Traduzione di Pietro Marchesani, I Miti Poesia Mondadori n. 57

Biografia dell’autrice: http://it.wikipedia.org/wiki/Wis%C5%82awa_Szymborska