Atteone

Progetto Fauno – Rubrica Scarabocchi

Dopo la frustrante esperienza col muso di cervo, guardo il foglio bianco e la penna che non scorre. Nel tempo di una sera allo sconforto ci si aggiunge anche la rabbia. No. Cambiamo strategia.

Mi approprio del pensiero di Claudine e per un po’ terrò segreti gli schizzi del progetto Fauno. Il discrimine lo fa – scusate la volubilità- non tanto la qualità del disegno, ma il mio umore. Il motivo è semplice: non sono in grado di giudicare la qualità effettiva del disegno se non in rapporto al mio modo di disegnare, e il mio modo di disegnare sta a metà tra un’ auto terapia e una meditazione, cose che non stanno avvenendo. Quando scarabocchio un foglio mi estraneo completamente da me stessa; questo esclude non solo il contesto in cui mi trovo e il mio stato d’animo, ma anche le mie intenzioni di raffigurare qualcuno o qualcosa. Parto per un viaggio mentale che comprende solo il foglio che ho davanti, le sue impurità, le pieghe e il modo in cui la penna le percorre. Quindi, se dico che un disegno mi è “riuscito” è perché, alla fine del viaggio, quando stacco la penna dal foglio, io riesco a leggere in quelle linee le idee, le figure, le intenzioni che avevano percorso la mia mente negli ultimi tempi, così come gli umori e le passioni che vi covavano sotto e che aspettavano di essere sfogate.

Questo processo ora non avviene, anzi, mi approccio al foglio con troppa presenza di me e del mio “voglio fare”, terribilmente irritante. Voglio pensare di più, immaginare di più, fantasticare di più, portarmi dentro questo magma per un po’ nella pancia, perchè fermenti bene. Nella pancia, non nel cervello. Solo alla fine vedremo se sborda e arriva nelle mani.

Nel far questo, ho ipotizzato l’approfondimento delle prospettive teoriche secondo nodi concettuali, quattro blocchi magmatici mobili nella quale organizzare, selezionare e indagare quei riferimenti spuntati nel brainstorming.

1- la preda: [Atteone e lo sparagmos]

2- il predatore [homo homini lupus o l’uomo lupo a se stesso?]

3- la caccia/ il branco [l’inferno sulla terra, la massa, la società divoratrice…]

4- il divino [incarnazione della vita]

Per ora sono 4, vedremo in itinere se cresceranno.

Intanto vi propongo di famigliarizzare con la figura del povero Atteone, cacciatore trasformato in preda per aver guardato le nudità della dea Diana. Il mito è narrato meravigliosamente nel Libro Terzo de Le Metamosforsi di Ovidio, inserito tra le storie riguardanti Cadmo e la sua progenie.

atteone- parmigianino

Fra tanta felicità il primo dolore ti fu causato,
Cadmo, da tuo nipote, da quelle strane corna cresciutegli
in fronte, e da voi, cani, che vi abbeveraste al sangue del padrone.
Ma, a ben guardare, in lui vedrai torto di malasorte,
non malvagità: e quale malvagità è in un errore?
C’era un monte intriso del sangue di diversa selvaggina,
e già il mezzogiorno aveva contratto le ombre delle cose,
perché il sole si trovava a ugual distanza dai suoi confini,
quando il giovane Ianteo si rivolse con voce pacata
ai compagni di caccia che si aggiravano per forre isolate:
“Amici, armi e reti sono madide del sangue di animali;
giornata fortunata questa: può bastare. Quando, trascinata
dal suo cocchio d’oro, domani l’Aurora riporterà la luce,
ci rimetteremo all’opera. Ora Febo è a metà
del suo cammino e spacca la terra con la sua vampa.
Sospendete l’opera in corso e togliete l’intrico delle reti”.
Gli uomini eseguono e interrompono il loro lavoro.
C’era una valle coperta di pini e sottili cipressi,
chiamata Gargafia, sacra a Diana dalle vesti succinte,
nei cui recessi in fondo al bosco si trovava un antro
incontaminato dall’uomo: la natura col suo estro
l’aveva reso simile a un’opera d’arte: con pomice viva
e tufo leggero aveva innalzato un arco naturale.
Sulla destra in mille riflessi frusciava una fonte d’acque limpide,
col taglio della sua fessura incorniciato di margini erbosi.
Qui veniva, quand’era stanca di cacciare, la dea delle selve
per rinfrescare il suo corpo di vergine in acque sorgive.
E qui giunta, alla ninfa che le fa da scudiera consegna
il giavellotto, la faretra e il suo arco allentato;
si sfila la veste che un’altra prende sulle braccia;
due le tolgono i sandali dai piedi, e la figlia di Ismeno,
Cròcale, più esperta di queste, in un nodo le raccoglie i capelli
sparsi sul collo, che lei al solito portava sciolti.
Nèfele, Iale, Ranis, Psecas e Fiale attingono acqua
con anfore capaci e gliela versano sul corpo.
Mentre Diana si bagnava così alla sua solita fonte,
ecco che il nipote di Cadmo, prima di riprendere la caccia,
vagando a caso per quel bosco che non conosceva,
arrivò in quel sacro recesso: qui lo condusse il destino.
Appena entrò nella grotta irrorata dalla fonte,
le ninfe, nude com’erano, alla vista di un uomo
si percossero il petto e riempirono il bosco intero
di urla incontrollate, poi corsero a disporsi intorno a Diana
per coprirla con i loro corpi; ma, per la sua statura,
la dea tutte le sovrastava di una testa.
Quel colore purpureo che assumono le nubi se contro
si riflette il sole, o che possiede l’aurora,
quello apparve sul volto di Diana sorpresa senza veste.
Benché attorniata dalla ressa delle sue compagne,
pure si pose di traverso e volse il volto indietro.
Non avendo a presa di mano le frecce, come avrebbe voluto,
attinse l’acqua che aveva ai piedi e la gettò in faccia all’uomo,
inzuppandogli i capelli con quel diluvio di vendetta,
e a predire l’imminente sventura, aggiunse:
“Ed ora racconta d’avermi vista senza veli,
se sei in grado di farlo!”. Senza altre minacce,
sul suo capo gocciolante impose corna di cervo adulto,
gli allungò il collo, gli appuntì in cima le orecchie,
gli mutò le mani in piedi, le braccia in lunghe zampe,
e gli ammantò il corpo di un vello a chiazze.
Gli infuse in più la timidezza. Via fuggì l’eroe, figlio di Autònoe,
e mentre fuggiva si stupì d’essere così veloce. Quando
poi vide in uno specchio d’acqua il proprio aspetto con le corna,
“Povero me!” stava per dire: nemmeno un fil di voce gli uscì.
Emise un gemito: quella fu la sua voce, e lacrime gli scorsero
su quel volto non suo; solo lo spirito di un tempo gli rimase.
Che fare? Tornare a casa, nella reggia, o nascondersi
nei boschi? Quello glielo impediva la vergogna, questo il timore.
Mentre si arrovellava, lo avvistarono i cani. Melampo e Icnòbate,
quel gran segugio, per primi con un latrato diedero il segnale
(Icnòbate di ceppo cretese, Melampo di razza spartana).
Poi di corsa, più veloci di un turbine, si avventarono gli altri:
Pànfago, Dorceo e Orìbaso, tutti dell’Arcadia,
e il forte Nebròfono, il truce Terone con Lèlape,
Ptèrela e Agre, eccellenti l’una in velocità, l’altra nel fiuto,
e il battagliero Ileo ferito di recente da un cinghiale,
Nape concepita da un lupo, Pemènide già guardiana
di mandrie e Arpia accompagnata dai due figli,
Ladone di Sicione coi suoi fianchi scarni,
e Dròmade, Cànace, Sticte, Tigri ed Alce,
Lèucon e Asbolo, col pelo niveo il primo, di pece il secondo,
il fortissimo Làcon e Aello insuperabile nella corsa,
e Too, la veloce Licisca col fratello Ciprio,
Arpalo con una stella bianca in mezzo alla fronte nera,
e Melàneo e Lacne col suo mantello irsuto,
Labro e Agrìodo nati da padre cretese,
ma da madre di Laconia, e Ilàctore con la sua voce acuta,
e altri, troppi da elencare. Tutta questa muta, avida di preda,
per rupi, anfratti e rocce inaccessibili, dove la via
è impervia o dove via non esiste, l’insegue.
Lui fugge, per quei luoghi dove un tempo li aveva seguiti,
ahimè lui fugge i suoi stessi fedeli. Vorrebbe gridare:
“Sono Attèone! Non riconoscete più il vostro padrone?”.
Vorrebbe, ma gli manca la parola. E il cielo è pieno di latrati.
Le prime ferite gliele infligge sul dorso Melanchete,
poi Teròdamas; Oresìtrofo gli si avvinghia a una spalla:
erano partiti in ritardo, ma tagliando per i monti
avevano abbreviata la via. Mentre essi trattengono il padrone,
il resto della muta si raduna e in corpo gli conficca i denti.
Ormai non c’è più luogo per altre ferite. E geme,
ma con voce che, se non è umana, neanche un cervo
emetterebbe, e riempie quei gioghi di lugubri lamenti:
in ginocchio, supplicando come chi prega,
volge intorno muti sguardi quasi fossero braccia.
I suoi compagni intanto con gli sproni di sempre aizzano ignari
il branco infuriato e cercano Attèone con gli occhi,
poi, come se fosse lontano, ‘Attèone’ gridano a gara
(al suo nome lui gira il capo) e si lamentano che non ci sia,
che per pigrizia si perda lo spettacolo offerto dalla preda.
Certo lui vorrebbe non esserci, ma c’è; vorrebbe assistere
senza dover subire la ferocia dei suoi cani. Ma quei cani
da ogni parte l’attorniano e, affondando le zanne nel corpo,
sbranano il loro padrone sotto il simulacro di un cervo:
e si dice che l’ira della bellicosa Diana non fu sazia,
finché per le innumerevoli ferite non finì la sua vita.
I pareri sono incerti: per alcuni troppo crudele
fu la dea; altri la lodano, considerandola degna
della sua verginità austera; ognuno con buone ragioni.

Fonti: Atteone trasformato in cervo – particolare de La favola di Diana e Atteone, affresco di Francesco Mazzola detto Il Parmigianino, 1524, Castello di Fontanellato, Parma.

Ovidio, Metamosforsi, libro terzo. Testo leggibile interamente sul sito http://www.miti3000.it/mito/biblio/ovidio/metamorfosi

Fauno- prime prove e problemi

Bene.

Di solito quando una donna comincia con “Bene.” stanno per cominciare i guai.

Ho avviato i lavori preparativi per il mio progetto di disegnare animali-uomo e se volessi prendere per vero il detto “chi ben comincia è a metà dell’opera” dovrei dire che mi conviene ricominciare da capo. La situazione è questa: per prima cosa ho fatto un po’ di brainstorming. L’accostamento del corpo umano al volto animale mi fa saltare alla mente alcune questioni che vi avevo già anticipato, come le teorie della fisiognomica, le maschere (carnevalesche, circensi o “modaiole” che siano), la polarità predatore-preda. Aggiungiamo tutta una serie di personaggi fantastici e mitologici ibridi, come il Minotauro, Medusa, le sirene, le arpie; personaggi che spesso vanno a incarnare in figure semibestiali quelle tipologie di negatività, di male che appartengono propriamente all’uomo: potere, avidità, vanità, vendetta ecc… Oppure satiri e fauni, personaggi semi divini la cui animalità ci ricorda la profondità e la sacralità della vita della Natura: riguardo queste figure non è in questione la loro parte animale, ma piuttosto quella umana. Dovendo decidere un titolo per questo progetto, ho scelto questo riferimento preferenziale, ma non sono certa che imboccherò dirittamente questa via.

Un’ altra serie di idee mi viene dalla filosofia e da quell’adagio ormai proverbiale che è “homo homini lupus”. Dall’Asinaria di Plauto arriva a Hobbes e ci tuffa nella teoria politica in particolare nella biopolitica (altra moda attuale). Mi viene in mente Elias Canetti e il suo Massa e potere e la sua “muta di caccia”: la più remota unità dinamica conosciuta fra gli uomini, che sta all’origine della massa. Mi vengono in mente le raffigurazioni medievali della “caccia infernale”, un tema mitologico, fortemente simbolico, nella quale si descrive una furiosa battuta di caccia le cui prede sono anime dannate. Una delle prime versioni di questo tema è intravisto nel mito di Atteone, uomo mutato in cervo da Diana per aver violato con lo sguardo le sue nudità, inseguito e sbranato dai suoi stessi cani. 

“Si, ma”, direte voi,”non tergiversare in chiacchiere. Vuoi fare una rubrica di scarabocchi o di voli pindarici?”. Ecco arrivati al mio “Bene.” Ho provato anche a buttar giù un mezzo schizzo su una testa di cervo, tanto per vedere come potrebbe essere montata su una figura maschile.

del corpo maschile002

Devo dire che non va proprio bene bene… E’ chiarissimo che non sono a mio agio: il tratto è scomposto, insicuro, infelice…

Preso atto di questo, penso che la cosa davvero più urgente non sia tanto scremare e sviluppare le tematiche teoriche, ma acquisire una certa spontaneità nel disegno delle figure animali; fare in modo che i tratti di un muso possano rientrare in quell’insieme magmatico di linee che compare quando richiamo alla mente figure più vicine alla mia abitudine. Rendere il tratto morbido, spontaneo e fluente, come in quest’ultimo lavoro sul corpo maschile (corpo che, come sempre, è senza testa).

del corpo maschile001Rubrica Scarabocchi

Coming soon per la rubrica scarabocchi: progetto

Coming soon – per la rubrica Scarabocchi

La Rubrica Scarabocchi riapre con un nuovo progetto, ancora in fase preparatoria a dire la verità, che mi riempie di entusiasmo.

Sarà il mio primo tentativo di fare disegni in serie, variazioni su un nucleo tematico.
Sono stata a visitare una mostra collettiva di artisti contemporanei locali sul tema del volto: il ritratto come specchio dell’emotività dell’individuo e del disagio di un’epoca. L’ironia della sorte ha voluto che le opere più interessanti fossero delle piccole fotografie di inizio secolo di figure femminili il cui volto era stato sostituito da una testa animale, ritagliato da riviste e incollato magistralmente sopra. Niente visi, bensì musi, fauci, proboscidi…
La cosa mi ha instillato una rinnovata voglia di lavorare sul corpo umano. Sempre alla mia maniera: quella che mi è spontanea, che risponde a un’urgenza e diventa meditazione, quella che posso sfogare in qualsiasi momento con una carta qualsiasi e una penna qualsiasi. Per il mio modo di scarabocchiare il corpo umano è un insieme strutturato di linee morbide o spezzate, che si raggruppano creando figure geometriche in ripetizione. La dominanza delle figure circolari, con curve morbide, o delle figure poligonali con linee spezzate, scopre il genere del corpo che sta sulla carta, il femminile o il maschile.
Fin’ora nei miei schizzi sul corpo, è sempre mancata la testa. L’idea di sperimentare il volto animale, al posto di quello umano, e di associarlo a una figura mi fa pensare alle descrizioni dei personaggi che alcuni romanzieri dell’800, legati ancora alle teorie della fisiognomica, presentavano all’immaginazione del lettore affinché si dipingesse nella mente non solo un aspetto esterno, bensì un intero quadro delle sue qualità, attitudini, vizi e virtù.

(Sembra che l’idea dei un “animale-uomo” sia anche particolarmente di moda… basta dare un occhio alla collezione Autunno-Inverno 14/15 di Thom Browne. Curioso: i suoi uomini-animali pare siano solo “vittime”, allineate a fine sfilata davanti a un clownesco schieramento di cacciatori in mimetica… ma questa, infondo, è solo una mia interpretazione…)

https://philomela997.wordpress.com/2015/02/17/fauno-prime-prove-e-problemi/

La Memoria dell’”umano” che è nel nostro essere

Oggi, 27 gennaio, ci troviamo a 70 anni dalla liberazione del campo di Auschwitz. Come ogni Giornata della Memoria, si ricorderanno le vittime del genocidio nazista, si parlerà del numero dei morti, del modo in cui sono morti, si ascolteranno le testimonianze dei sopravvissuti o dei loro figli, si rispolvereranno le fotografie, i documenti e le registrazioni che le truppe alleate (ma a volte gli stesse truppe del campo) hanno ripreso di quel luogo dell’orrore.

Sono stata alquanto combattuta sul parlarne anche io oppure no. Cercherò di farlo con rapidità e schiettezza, per sottolineare alcune cose che mi fanno storzare il naso.

La prima cosa: la memoria della Shoah non può fermarsi ad essere solo compianto per le vittime. Se così fosse questa giornata non sarebbe tanto diversa dal Giorno dei Morti, ovvero un momento in cui i singoli si dedicano al pianto dei loro famigliari o cari perduti. Con il progressivo decesso dei sopravvisuti, il ricambio generazionale e il perdurare del revisionismo storico dei negazionisti ci ritroverremo a lasciare in deposito il senso di questa giornata alla memoria dei racconti di famiglia. Ma anche se questo non avvenisse, l’atteggiamento di fondo che si propaga non mi piace. Durante una lezione in una classe di seconda media una ragazza rassicura un suo compagno: “Non ti preoccupare. Te ne parleranno ancora, fino allo sfinimento.” Alcuni adulti hanno reagito all’argomento con esclamazioni del tipo: “Ma che cosa orribile! Ma sono cose che i ragazzi non possono capire, perché traumatizzarli. Ne parleranno tanto quanto saranno grandi, lasciate stare.

Poche frasi che condensano una serie di piccoli errori che si depositano sul nostro atteggiamento di fondo verso un passato tanto scomodo. Intanto: per far capire la Shoah è davvero necessario sfoderare tutte le immagini più scioccanti dell’inferno delle torture, soffermersi sugli episodi più crudeli subiti dalle vittime? Non è proprio necessario. È una parte della verità che non va nascosta per pudore, ma di per sé non tocca il centro della questione. Rischia di aggiungere solo una nuova vetta alla graduatoria delle umane crudeltà. Certo, è un’aggiunta che tiene attaccanti gli spettatori allo schermo, che scatena la loro indignazione, il loro sconvolgimento morale… e poi? Al termine delle forti emozioni ci portiamo per un po’ il pensiero che magari “quelli non erano uomini, erano bestie!”, e noi, che invece siamo uomini, ce ne ricordiamo per rispetto verso il passato.

Beh, a dire il vero, non erano bestie. Erano uomini, né più né meno di quanto lo siamo noi.

Forse  noi ci sentiamo immuni dal male dell’antisemitismo (ridotto a pochi casi sporadici in Europa) e magari anche dal razzismo (l’uso della parola “razza” per la discriminazione di gruppi umani è stata bandita da molto tempo). Auguriamoci che così sia davvero, e che questo basti a permetterci di pensare che casi di sterminio industrializzato di massa non possano avvenire di nuovo in Europa.

Però, se andassimo a rileggere qualche testo di Hannah Arendt, dovrebbe venirci in mente che «il totalitarismo non è comparso così all’improvviso, dalla luna, ma ha le sue radici in un mondo non totalitario che lo precede». Una volta sconfitto il totalitarismo non sono debellati tutti gli elementi pretotalitari che ne hanno permesso l’impianto. Come riconoscere gli elementi “tendenzialmente totalitari”, quei mali sopravvisuti al «male assoluto» che si sviluppano nelle nostre moderne democrazie?

Il razzismo attuale, anche se ha radici socio-economiche e non pseudo scientiche o biologiche, sempre razzismo resta. L’incitamento alla violenza al fine di instaurare un rinnovamento radicale nella società, nella politica, nella distribuzione dei beni economici, sempre incitamento alla violenza è. La ghettizzazione più o meno spontanea delle nostre città non va a braccetto con l’integrazione.

Altra cosa che non ci dobbiamo dimenticare: così come i totalitarismi, i campi di sterminio non sono comparsi dalla luna, pensati da uomini-mostro matti, fanatici con idee da malati mentali. I campi sono l’istituzione centrale, il motore che tiene in piedi il regime totalitario. Di questo dobbiamo parlare: di regime totalitario, ovvero di una forma politica che sta in piedi alimentandosi dei morti che fabbrica nei campi. Senza i campi il terrore, che è il mezzo utilizzato da questi regimi per gestire l’ordine, non funziona adeguatamente. Quando parliamo della Shoah dobbiamo ricordaci che questo sterminio è stato voluto e preparato in una zona del pianeta che si considerava civile, elevata sul piano culturale e scientifico e votata al progresso. Esso è stato dichiarato GIUSTO per questioni ideologiche, ed è stato necessario per il mantenimento del regime stesso.

Necessario a che? Necessario a realizzare la finalità ultima dei totalitarismi: trasformare il genere umano.

Quello a cui i totalitarismi aspirano è la creazione di una nuova Umanità, a perfetta immagine e somiglianza della loro ideologia (razziale o sociale che sia). Per far sorgere questa umanità perfetta occorre eliminare gli scarti. Il regime totalitario struttura ideologicamente la società secondo l’organizzazione perfetta, i campi eliminano gli scarti.

Torniamo allora alla nostra Giornata della Memoria. Quello che c’è da capire e da ricordare non sono solo il numero dei morti e il modo orrendo in cui sono morti, ma il fatto che essi sono il stati il prodotto fabbricato da una immensa macchina di disumanizzazione. Una macchina che ha iniziato a lavorare molto prima di arrivare ai campi.

I campi sono solo l’ultimo ciclo di questa industrializzazione del disumano. La produzione del disumano è iniziata molti anni prima, in quegli elementi pre-totalitari che si riscontravano diffusamente nella gente comune, come atteggiamenti, idee, considerazioni più o meno coscienti che tendevano a “misurare” l’umanità l’uno dell’altro.

Quell’aggettivo “umano” che accompagano alla parola “essere” quando vogliamo indicare l’uomo come rappresentante della sua specie, è tutt’altro che una cosa scontata. Hanno tentato di rimpicciolirla, deriderla, calpestarla, negarla e infine fabbricarne una nuova, fatta meglio. Questo non si può fare, non solo a livello estremo, con la segregazione e la tortura, ma nemmeno al microlivello della nostra vita attuale, quotidiana e costante. Appartenere alla medesima umanità, in quanto esseri “umani”, implica che da essa non è possibile eliminare, togliere “qualche cosa”, perché equivale a togliere “qualcuno” e questo qualcuno, per quanto scomodo, diverso, persino orrendo o pericoloso ci possa apparire, è un altro individuo, un altro essere umano. Non è un’appartenenza numerica, come quella dei puntini agli insiemi, ma la definizione di una qualità: non esiste alcun aggettivo “umano” che preceda l’esistenza degli uomini. Quindi dove viene derisa, distrutta, negata e massacrata l’umanità di un individuo, è parimenti offesa anche la mia, anche la nostra.

Non è possibile escludere qualcuno dall’umanità. È ovvio per noi ora l’affermazione che ebrei, zingari, omosessuali, ecc. sono ed erano uomini. Ne siamo consapevoli nei confronti delle vittime, che hanno subito la morte come punto estremo della loro disumanizzazione. Dobbiamo però ricordarci che era tutt’altro che ovvio allora; che molti hanno davvero pensato che non fossero uomini al pari di se stessi, che molti li hanno trattati così anche senza pensarlo, che molti semplicemente pur pensando il contrario hanno valutato che non fosse il caso di dirlo troppo ad alta voce. Non è possibile escludere qualcuno dall’aggettivo “umano”, e questo ce lo dobbiamo ricordare, per quanto scomodo, anche quando parliamo dei carnefici.

Questo è, per me, il senso del fare Memoria in questo Giorno: memoria dell’umano calpestato, distrutto e ucciso nel corpo e nell’essere delle vittime, memoria dell’umano calpestato, distrutto e infangato nell’essere dei carnefici.

Manifesto 2.1. Proprietà, pubblicazione e “riuso creativo”

Nuove osservazione e correzioni al Manifesto. Il passaggio più controverso, sul piano lessicale, è quello che riguarda l’utilizzo del materiale pubblicato in rete e i diritti di proprietà riguardanti l’autore _(le autrici, nel nostro caso).

Ci piace pensare che chi ci legge possa non solo fruire del nostro blog ed esprimere sul suo contenuto l’apprezzamento o il dispregio, ma anche ricavarne un punto di avvio, una sorta di “materia prima” che incentivi un proprio processo di produzione artistica (come facciamo noi con gli scritti, le poesie e le opere di moltissimi autori e artisti che amiamo profondamente). Non ci piace che, chi se ne “appropria” in questa maniera, faccia poi passare il tutto per farina del suo sacco.  Speriamo di aver trovato l’equilibrio giusto tra il sogno di una comune ispirazione artistica (tanto simile ad un contagio!) e il necessario riconoscimento dell’autore (nel bene e nel male).

MANIFESTO 2.1

manifesto

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Crediamo che l’arte e la rete siano spazi di libertà, di condivisione e interazione, da difendere e sviluppare attraverso la partecipazione attiva.
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Crediamo in una rete libera da censura; per questo riteniamo fondamentale l’educazione alla tutela di se stessi, l’acquisizione della consapevolezza dei propri diritti e delle proprie responsabilità per proteggere il proprio spazio privato, sul piano sia personale sia legale, seguendo l`approccio “do it yourself”.

Ci proponiamo di reinterpretare la società delle ICT (Information Communication Technologies) proponendo un utilizzo attivo delle tecnologie che muova la dimensione del significato, ispirandoci ai percorsi avviati dalla Scuola di Francoforte, Hannah Arendt e Philip Dick.

Vogliamo analizzare l‘interazione uomo-macchina indagando le modalità con cui i computer hanno cambiato la nostra vita e il modo di concepire noi stessi e gli altri.
Ci interessano gli esseri umani, come persone e come personaggi. Sentiamo che in un mondo dove tutto è materia spesso non esiste quel senso di responsabilità e rispetto che può semplicemente chiamarsi attenzione alla “qualità umana” dei singoli individui, degli uomini.

Ci appassionano l’arte contemporanea e i suoi linguaggi, che sono molteplici e spesso non chiaramente delimitati. La simbiosi è programmatica per molti artisti e la confusione è una cosa a cui, come sperimentatrici, siamo affezionate.

Crediamo che la curiosità e la ricerca di metodologie comunicative sempre nuove (riferendoci al nuovo non in termini assoluti, quanto piuttosto a una scoperta dell’inesplorato sul piano individuale) sia parte integrante di un processo di arricchimento personale e collettivo.

P.S.: siamo antirazziste, antisessiste e antifasciste, ma alcoliste q.b.