Quando vedi Desdemona forse è tardi

Othello. Dramma della gelosia al quadrato: prima Iago poi Otello. Avere un sospetto è già averne la certezza.

Desdemona è la parte più infelice. Lei è quello che di lei si dice e in soldoni tutto quello che deve fare in questo dramma è farlo iniziare e farlo finire.Ancor prima di cominciare, deve tradire il padre, poi sopportare tre ore d’amore prima di morire.

Poche caratteristiche: deve essere bella e innocente. Fuggire con un innamorato proibito; perdere un fazzoletto; supplicare per l’amico fidato, il confidente della loro tresca amorosa; resistere e scalciare per un po’ mentre la strozzano.

Tutto il resto sono solo chiacchiere su di lei, di quanto sia cara bella buona, sporca sudicia infame.

Si può fare un Otello senza Desdemona? Certo, lo vediamo spesso nei giornali. Basta un cronista che racconti la sua storia quando è già avvenuta: il grande amore, la vita insieme, l’infelicità, la dedizione fino a subire ogni cosa, anche la morte. Chi è desdemona? una donna qualsiasi, che si innamora di un uomo che non dovrebbe amare, gli dedica la vita finché può, lo segue e ne subisce il folle cambiamento fino alla violenza. Ne sono piene le cronache di Desdemone, che non si vedono mai. Una foto sul loro epitaffio.

http://jenzee.deviantart.com/art/Desdemona-193862531

P.S. Vi consiglio la visione dell’Otello di Carmelo BeneOtello o della deficienza della donna” ripreso dalla Rai nel 1979. La decostruzione del testo e la ricomposizione con ibridazioni e ripetizioni restituisce vita e pathos a una tragedia (quella shakespeariana) alla quale siamo stati (io almeno) sovraesposti fino a rischiare l’insensibilità.  (Desdemona muore svariate volte, quasi ininterrottamente, dalla prima all’ultima scena…)

Un posto nella mia testa

tower_of_subconsiousness- j yerka

C’è un posto nella mia testa, in mezzo a una fitta boscaglia. Una casa sperduta, imponente ma sventrata, come un grande mostro abbattuto con le fauci spalancate. È nascosta tra alti alberi, una vegetazione fitta e incolta. Pare una foresta, ma vi si accede dal fianco di una strada sulla quale sale un terrazzamento cosparso di erbetta verde e ben tosata… forse un tempo era un giardino. Doveva essere un luogo regale allora, sterminato e magnificente.
Mi ci inoltro in gran fretta, con la voglia di nascondermi, presto il senso di inquietudine si perde nella boscaglia. Davanti al rudere assaporo il sentore acre di una grande pace che mi attende, di una solida sicurezza. Ci vado a incontrare qualcuno che ho amato un tempo. Qualcuno che ancora si ricorda di me, che quando mi vede mette il suo braccio sulla mia spalla e mi attira a se come una chioccia col pulcino. Lui suona una musica forte, inebriante e un po’ feroce, come se volesse espellere dall’anima le paure a calci.

Sono appena all’ingresso, devo arrivare fino in cima. Sono molti piani, e sono alti. Si salgono scale tortili annerite e umide, l’edera cresce dappertutto. Ad ogni piano il ventre della casa si apre su un enorme precipizio. Quando la rampa s’interrompe sul pavimento rotto, divaricato sul niente, vedi solo le fronde degli alberi, non ti accorgi che hai solo pochi passi e, sotto molti metri d’aria, il freddo e duro richiamo del terreno. Però non provo paura né vertigine, soltanto un grande senso di liberazione; così salgo e salgo, salto sui gradini, mi arresto a sentire il vento schiaffeggiarmi la faccia.

L’ultima rampa si apre sul cielo. Il piede sull’ultimo gradino, sotto un mare di fronde scure, scosso dal vento: un tuffo dalla quale non torneresti più indietro. Respiro quanto più posso… vertigine, meraviglia, euforia e un profumo pungente di pioggia. Dietro di me sta un’imponente porta bianca che riesco ad aprire solo il poco necessario a strisciarci dentro… dentro è bianco, piccolo, ben illuminato e rimbombante di musica. Poche persone che non conosco mi distanziano dal suo viso. Sorride, un sorriso dolce e sincero, ma vorrebbe rimproverarmi. Si è mai visto qualcuno sorridere così per rimproverarti?

Sei venuta. Ma lo sai, vero, che sto per sposarmi?” L’avambraccio destro stringe le mie piccole spalle e io mi sento tanto forte e bambina insieme che potrei far fiorire la primavera in questo giardino.

Si, lo so, e ne sono sinceramente felice. Te lo dissi tanto tempo fa, che sarebbe andato tutto bene, che avremmo trovato quello che non speravamo, lo ricordi?“. E’ la prima volta che provo tanta gioia e pienezza per la felicità di qualcuno.

Verrò ancora qui.“- “Verrai? Ma non possiamo…“- “Si, io posso.“- certo che posso, in questo luogo sicuro, in questo luogo che è mio. Verrò: posso sentirmi ancora così felice, per te, non ho bisogno che sia con te.  “Perché? Perché sei venuta?“- “Per portarti il caffè. Amaro, come ti piace.

La porta mi sembra leggera come una piuma, ora che me ne vado.

Immagina: Jacek Yerka, “Tower of subconsiousness”, http://www.yerkaland.com/?page_id=395

Atteone

Progetto Fauno – Rubrica Scarabocchi

Dopo la frustrante esperienza col muso di cervo, guardo il foglio bianco e la penna che non scorre. Nel tempo di una sera allo sconforto ci si aggiunge anche la rabbia. No. Cambiamo strategia.

Mi approprio del pensiero di Claudine e per un po’ terrò segreti gli schizzi del progetto Fauno. Il discrimine lo fa – scusate la volubilità- non tanto la qualità del disegno, ma il mio umore. Il motivo è semplice: non sono in grado di giudicare la qualità effettiva del disegno se non in rapporto al mio modo di disegnare, e il mio modo di disegnare sta a metà tra un’ auto terapia e una meditazione, cose che non stanno avvenendo. Quando scarabocchio un foglio mi estraneo completamente da me stessa; questo esclude non solo il contesto in cui mi trovo e il mio stato d’animo, ma anche le mie intenzioni di raffigurare qualcuno o qualcosa. Parto per un viaggio mentale che comprende solo il foglio che ho davanti, le sue impurità, le pieghe e il modo in cui la penna le percorre. Quindi, se dico che un disegno mi è “riuscito” è perché, alla fine del viaggio, quando stacco la penna dal foglio, io riesco a leggere in quelle linee le idee, le figure, le intenzioni che avevano percorso la mia mente negli ultimi tempi, così come gli umori e le passioni che vi covavano sotto e che aspettavano di essere sfogate.

Questo processo ora non avviene, anzi, mi approccio al foglio con troppa presenza di me e del mio “voglio fare”, terribilmente irritante. Voglio pensare di più, immaginare di più, fantasticare di più, portarmi dentro questo magma per un po’ nella pancia, perchè fermenti bene. Nella pancia, non nel cervello. Solo alla fine vedremo se sborda e arriva nelle mani.

Nel far questo, ho ipotizzato l’approfondimento delle prospettive teoriche secondo nodi concettuali, quattro blocchi magmatici mobili nella quale organizzare, selezionare e indagare quei riferimenti spuntati nel brainstorming.

1- la preda: [Atteone e lo sparagmos]

2- il predatore [homo homini lupus o l’uomo lupo a se stesso?]

3- la caccia/ il branco [l’inferno sulla terra, la massa, la società divoratrice…]

4- il divino [incarnazione della vita]

Per ora sono 4, vedremo in itinere se cresceranno.

Intanto vi propongo di famigliarizzare con la figura del povero Atteone, cacciatore trasformato in preda per aver guardato le nudità della dea Diana. Il mito è narrato meravigliosamente nel Libro Terzo de Le Metamosforsi di Ovidio, inserito tra le storie riguardanti Cadmo e la sua progenie.

atteone- parmigianino

Fra tanta felicità il primo dolore ti fu causato,
Cadmo, da tuo nipote, da quelle strane corna cresciutegli
in fronte, e da voi, cani, che vi abbeveraste al sangue del padrone.
Ma, a ben guardare, in lui vedrai torto di malasorte,
non malvagità: e quale malvagità è in un errore?
C’era un monte intriso del sangue di diversa selvaggina,
e già il mezzogiorno aveva contratto le ombre delle cose,
perché il sole si trovava a ugual distanza dai suoi confini,
quando il giovane Ianteo si rivolse con voce pacata
ai compagni di caccia che si aggiravano per forre isolate:
“Amici, armi e reti sono madide del sangue di animali;
giornata fortunata questa: può bastare. Quando, trascinata
dal suo cocchio d’oro, domani l’Aurora riporterà la luce,
ci rimetteremo all’opera. Ora Febo è a metà
del suo cammino e spacca la terra con la sua vampa.
Sospendete l’opera in corso e togliete l’intrico delle reti”.
Gli uomini eseguono e interrompono il loro lavoro.
C’era una valle coperta di pini e sottili cipressi,
chiamata Gargafia, sacra a Diana dalle vesti succinte,
nei cui recessi in fondo al bosco si trovava un antro
incontaminato dall’uomo: la natura col suo estro
l’aveva reso simile a un’opera d’arte: con pomice viva
e tufo leggero aveva innalzato un arco naturale.
Sulla destra in mille riflessi frusciava una fonte d’acque limpide,
col taglio della sua fessura incorniciato di margini erbosi.
Qui veniva, quand’era stanca di cacciare, la dea delle selve
per rinfrescare il suo corpo di vergine in acque sorgive.
E qui giunta, alla ninfa che le fa da scudiera consegna
il giavellotto, la faretra e il suo arco allentato;
si sfila la veste che un’altra prende sulle braccia;
due le tolgono i sandali dai piedi, e la figlia di Ismeno,
Cròcale, più esperta di queste, in un nodo le raccoglie i capelli
sparsi sul collo, che lei al solito portava sciolti.
Nèfele, Iale, Ranis, Psecas e Fiale attingono acqua
con anfore capaci e gliela versano sul corpo.
Mentre Diana si bagnava così alla sua solita fonte,
ecco che il nipote di Cadmo, prima di riprendere la caccia,
vagando a caso per quel bosco che non conosceva,
arrivò in quel sacro recesso: qui lo condusse il destino.
Appena entrò nella grotta irrorata dalla fonte,
le ninfe, nude com’erano, alla vista di un uomo
si percossero il petto e riempirono il bosco intero
di urla incontrollate, poi corsero a disporsi intorno a Diana
per coprirla con i loro corpi; ma, per la sua statura,
la dea tutte le sovrastava di una testa.
Quel colore purpureo che assumono le nubi se contro
si riflette il sole, o che possiede l’aurora,
quello apparve sul volto di Diana sorpresa senza veste.
Benché attorniata dalla ressa delle sue compagne,
pure si pose di traverso e volse il volto indietro.
Non avendo a presa di mano le frecce, come avrebbe voluto,
attinse l’acqua che aveva ai piedi e la gettò in faccia all’uomo,
inzuppandogli i capelli con quel diluvio di vendetta,
e a predire l’imminente sventura, aggiunse:
“Ed ora racconta d’avermi vista senza veli,
se sei in grado di farlo!”. Senza altre minacce,
sul suo capo gocciolante impose corna di cervo adulto,
gli allungò il collo, gli appuntì in cima le orecchie,
gli mutò le mani in piedi, le braccia in lunghe zampe,
e gli ammantò il corpo di un vello a chiazze.
Gli infuse in più la timidezza. Via fuggì l’eroe, figlio di Autònoe,
e mentre fuggiva si stupì d’essere così veloce. Quando
poi vide in uno specchio d’acqua il proprio aspetto con le corna,
“Povero me!” stava per dire: nemmeno un fil di voce gli uscì.
Emise un gemito: quella fu la sua voce, e lacrime gli scorsero
su quel volto non suo; solo lo spirito di un tempo gli rimase.
Che fare? Tornare a casa, nella reggia, o nascondersi
nei boschi? Quello glielo impediva la vergogna, questo il timore.
Mentre si arrovellava, lo avvistarono i cani. Melampo e Icnòbate,
quel gran segugio, per primi con un latrato diedero il segnale
(Icnòbate di ceppo cretese, Melampo di razza spartana).
Poi di corsa, più veloci di un turbine, si avventarono gli altri:
Pànfago, Dorceo e Orìbaso, tutti dell’Arcadia,
e il forte Nebròfono, il truce Terone con Lèlape,
Ptèrela e Agre, eccellenti l’una in velocità, l’altra nel fiuto,
e il battagliero Ileo ferito di recente da un cinghiale,
Nape concepita da un lupo, Pemènide già guardiana
di mandrie e Arpia accompagnata dai due figli,
Ladone di Sicione coi suoi fianchi scarni,
e Dròmade, Cànace, Sticte, Tigri ed Alce,
Lèucon e Asbolo, col pelo niveo il primo, di pece il secondo,
il fortissimo Làcon e Aello insuperabile nella corsa,
e Too, la veloce Licisca col fratello Ciprio,
Arpalo con una stella bianca in mezzo alla fronte nera,
e Melàneo e Lacne col suo mantello irsuto,
Labro e Agrìodo nati da padre cretese,
ma da madre di Laconia, e Ilàctore con la sua voce acuta,
e altri, troppi da elencare. Tutta questa muta, avida di preda,
per rupi, anfratti e rocce inaccessibili, dove la via
è impervia o dove via non esiste, l’insegue.
Lui fugge, per quei luoghi dove un tempo li aveva seguiti,
ahimè lui fugge i suoi stessi fedeli. Vorrebbe gridare:
“Sono Attèone! Non riconoscete più il vostro padrone?”.
Vorrebbe, ma gli manca la parola. E il cielo è pieno di latrati.
Le prime ferite gliele infligge sul dorso Melanchete,
poi Teròdamas; Oresìtrofo gli si avvinghia a una spalla:
erano partiti in ritardo, ma tagliando per i monti
avevano abbreviata la via. Mentre essi trattengono il padrone,
il resto della muta si raduna e in corpo gli conficca i denti.
Ormai non c’è più luogo per altre ferite. E geme,
ma con voce che, se non è umana, neanche un cervo
emetterebbe, e riempie quei gioghi di lugubri lamenti:
in ginocchio, supplicando come chi prega,
volge intorno muti sguardi quasi fossero braccia.
I suoi compagni intanto con gli sproni di sempre aizzano ignari
il branco infuriato e cercano Attèone con gli occhi,
poi, come se fosse lontano, ‘Attèone’ gridano a gara
(al suo nome lui gira il capo) e si lamentano che non ci sia,
che per pigrizia si perda lo spettacolo offerto dalla preda.
Certo lui vorrebbe non esserci, ma c’è; vorrebbe assistere
senza dover subire la ferocia dei suoi cani. Ma quei cani
da ogni parte l’attorniano e, affondando le zanne nel corpo,
sbranano il loro padrone sotto il simulacro di un cervo:
e si dice che l’ira della bellicosa Diana non fu sazia,
finché per le innumerevoli ferite non finì la sua vita.
I pareri sono incerti: per alcuni troppo crudele
fu la dea; altri la lodano, considerandola degna
della sua verginità austera; ognuno con buone ragioni.

Fonti: Atteone trasformato in cervo – particolare de La favola di Diana e Atteone, affresco di Francesco Mazzola detto Il Parmigianino, 1524, Castello di Fontanellato, Parma.

Ovidio, Metamosforsi, libro terzo. Testo leggibile interamente sul sito http://www.miti3000.it/mito/biblio/ovidio/metamorfosi

Fauno- prime prove e problemi

Bene.

Di solito quando una donna comincia con “Bene.” stanno per cominciare i guai.

Ho avviato i lavori preparativi per il mio progetto di disegnare animali-uomo e se volessi prendere per vero il detto “chi ben comincia è a metà dell’opera” dovrei dire che mi conviene ricominciare da capo. La situazione è questa: per prima cosa ho fatto un po’ di brainstorming. L’accostamento del corpo umano al volto animale mi fa saltare alla mente alcune questioni che vi avevo già anticipato, come le teorie della fisiognomica, le maschere (carnevalesche, circensi o “modaiole” che siano), la polarità predatore-preda. Aggiungiamo tutta una serie di personaggi fantastici e mitologici ibridi, come il Minotauro, Medusa, le sirene, le arpie; personaggi che spesso vanno a incarnare in figure semibestiali quelle tipologie di negatività, di male che appartengono propriamente all’uomo: potere, avidità, vanità, vendetta ecc… Oppure satiri e fauni, personaggi semi divini la cui animalità ci ricorda la profondità e la sacralità della vita della Natura: riguardo queste figure non è in questione la loro parte animale, ma piuttosto quella umana. Dovendo decidere un titolo per questo progetto, ho scelto questo riferimento preferenziale, ma non sono certa che imboccherò dirittamente questa via.

Un’ altra serie di idee mi viene dalla filosofia e da quell’adagio ormai proverbiale che è “homo homini lupus”. Dall’Asinaria di Plauto arriva a Hobbes e ci tuffa nella teoria politica in particolare nella biopolitica (altra moda attuale). Mi viene in mente Elias Canetti e il suo Massa e potere e la sua “muta di caccia”: la più remota unità dinamica conosciuta fra gli uomini, che sta all’origine della massa. Mi vengono in mente le raffigurazioni medievali della “caccia infernale”, un tema mitologico, fortemente simbolico, nella quale si descrive una furiosa battuta di caccia le cui prede sono anime dannate. Una delle prime versioni di questo tema è intravisto nel mito di Atteone, uomo mutato in cervo da Diana per aver violato con lo sguardo le sue nudità, inseguito e sbranato dai suoi stessi cani. 

“Si, ma”, direte voi,”non tergiversare in chiacchiere. Vuoi fare una rubrica di scarabocchi o di voli pindarici?”. Ecco arrivati al mio “Bene.” Ho provato anche a buttar giù un mezzo schizzo su una testa di cervo, tanto per vedere come potrebbe essere montata su una figura maschile.

del corpo maschile002

Devo dire che non va proprio bene bene… E’ chiarissimo che non sono a mio agio: il tratto è scomposto, insicuro, infelice…

Preso atto di questo, penso che la cosa davvero più urgente non sia tanto scremare e sviluppare le tematiche teoriche, ma acquisire una certa spontaneità nel disegno delle figure animali; fare in modo che i tratti di un muso possano rientrare in quell’insieme magmatico di linee che compare quando richiamo alla mente figure più vicine alla mia abitudine. Rendere il tratto morbido, spontaneo e fluente, come in quest’ultimo lavoro sul corpo maschile (corpo che, come sempre, è senza testa).

del corpo maschile001Rubrica Scarabocchi

Coming soon per la rubrica scarabocchi: progetto

Coming soon – per la rubrica Scarabocchi

La Rubrica Scarabocchi riapre con un nuovo progetto, ancora in fase preparatoria a dire la verità, che mi riempie di entusiasmo.

Sarà il mio primo tentativo di fare disegni in serie, variazioni su un nucleo tematico.
Sono stata a visitare una mostra collettiva di artisti contemporanei locali sul tema del volto: il ritratto come specchio dell’emotività dell’individuo e del disagio di un’epoca. L’ironia della sorte ha voluto che le opere più interessanti fossero delle piccole fotografie di inizio secolo di figure femminili il cui volto era stato sostituito da una testa animale, ritagliato da riviste e incollato magistralmente sopra. Niente visi, bensì musi, fauci, proboscidi…
La cosa mi ha instillato una rinnovata voglia di lavorare sul corpo umano. Sempre alla mia maniera: quella che mi è spontanea, che risponde a un’urgenza e diventa meditazione, quella che posso sfogare in qualsiasi momento con una carta qualsiasi e una penna qualsiasi. Per il mio modo di scarabocchiare il corpo umano è un insieme strutturato di linee morbide o spezzate, che si raggruppano creando figure geometriche in ripetizione. La dominanza delle figure circolari, con curve morbide, o delle figure poligonali con linee spezzate, scopre il genere del corpo che sta sulla carta, il femminile o il maschile.
Fin’ora nei miei schizzi sul corpo, è sempre mancata la testa. L’idea di sperimentare il volto animale, al posto di quello umano, e di associarlo a una figura mi fa pensare alle descrizioni dei personaggi che alcuni romanzieri dell’800, legati ancora alle teorie della fisiognomica, presentavano all’immaginazione del lettore affinché si dipingesse nella mente non solo un aspetto esterno, bensì un intero quadro delle sue qualità, attitudini, vizi e virtù.

(Sembra che l’idea dei un “animale-uomo” sia anche particolarmente di moda… basta dare un occhio alla collezione Autunno-Inverno 14/15 di Thom Browne. Curioso: i suoi uomini-animali pare siano solo “vittime”, allineate a fine sfilata davanti a un clownesco schieramento di cacciatori in mimetica… ma questa, infondo, è solo una mia interpretazione…)

https://philomela997.wordpress.com/2015/02/17/fauno-prime-prove-e-problemi/