Ritratti famosi di comuni animali

Dopo qualche post dedicato alle oscurità tragiche della relazione preda-predatore, desideravo inserire nell’ambito del mio Progetto Fauno qualcosa di allegro e soprattutto di figurativo, tanto per riposare un po’ la mente e far gioire gli occhi. Il caso mi è venuto subito in soccorso: passeggiando per Bologna cercando Palazzo Peppoli sono capitata di fronte alla galleria d’Arte Forni, che esponeva proprio all’entrata una curiosa riproduzione di Madame Récamier di Jacques-Louis David.

Madame Récamier by Jacques-Louis David junakovic

C’è da dire che io ho una vera e propria fissa per quest’opera (che ho tentato più volte di copiare, ridisegnare, scarabocchiare, imbrattare e chi più ne ha più ne metta…) Potete indovinare quindi il guizzo di gioia che mi ha colto incontrando in modo del tutto inatteso questa simpaticissima versione, che porta la firma di JUNAKOVIC SVJETLAN.

La mia indagine sul pittore mi ha portata a questo libello illustrato dal titolo: RITRATTI FAMOSI DI COMUNI ANIMALI.

ritratti famosi comuni animaliLa raccolta ha questa presentazione: “Ci capita spesso, visitando un museo, una galleria d’arte o una mostra, oppure sfogliando le pagine di un libro, di incontrare re, regine, cavalieri, conti, vedove, avari, mercanti, artisti, scrittori o persone comuni. Dall’interno dei loro ritratti, dipinti da artisti più o meno celebri, queste persone ci osservano, a volte ci sorridono, desiderose di imprimersi per sempre nella nostra memoria. Per quanto riguarda gli animali, si pensa che non siano mai stati eseguiti loro ritratti. Una credenza che non corrisponde affatto a verità: il libro qui presentato è stato concepito proprio per dissipare queste false convinzioni, fugare ogni dubbio in merito e dimostrare, attraverso un’attenta selezione, quanto gli animali siano stati oggetto di diffuso interesse in epoche e circostanze diverse. La somiglianza che si può notare con alcuni dei più famosi ritratti del genere umano è puramente casuale. Quello di selezionare i dipinti a cui attingere si è rivelato un lavoro faticoso e, soprattutto, molto lungo; ci auguriamo però che riuscirà a cambiare la sensibilità corrente e a far apprezzare nella giusta misura la storia dell’arte degli animali. (Svjetlan Junakovic)”

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Rembrandt: “La lezione di anatomia del dottor Tulp”- diventa “le rane”. Una trasformazione che mi sembra quasi un contrappasso, mentre mi viene in mente che quasi un secolo dopo la lezione di anatomia di Tulp, a Bologna teneva le medesime lezioni Luigi Galvani, mentre faceva esperimenti sull’elettricità condotta attraverso i muscoli utilizzando per cavie le rane morte.

Un’operazione divertente e colta, che permette di apprezzare contemporaneamente l’ironia e la maestria dell’illustratore e l’eterno valore delle opere a cui fa riferimento.

Svjetlan Junakovic: Diplomato all’Accademia di belle arti di Brera a Milano nel 1985, è illustratore di fama internazionale, oltre che apprezzato pittore e scultore. Nel suo studio di Zagabria, nascono le sue illustrazioni, ironiche e spiritose, piene di vita e allegria, realizzate con sensibilità tutta materica e segno impareggiabile. Con i suoi libri ha ottenuto numerosi riconoscimenti; i più recenti nel 2008: la menzione d’onore al Bologna Ragazzi Award e il premio Andersen per il libro Ritratti famosi di comuni animali. Segnalato tra i cinque migliori illustratori a livello mondiale.  Dotato di grandi doti comunicative, Junakovic è docente al reparto grafico all’Accademia di Belle Arti di Zagabria e tiene regolarmente corsi, seminari e workshop in Italia e all’estero. (http://www.wuz.it/)

Ritratti-famosi-pollo

http://www.galleriaforni.com/

http://www.mastermirror.com/canalgrande18/galleria/Mostre/Mostre.htm http://5cense.com/12/Roman_roundup.htm

http://www.libri.it/ritratti-famosi-di-comuni-animali

Fare a pezzi la preda [.2]

Rubrica Scarabocchi- Progetto Fauno

Lo Sparagmos, ovvero fare a pezzi il dio.

I resoconti dei miti dionisiaci si assomigliano in modo sorprendente: cambiano i nomi degli eroi ma viene descritto lo stesso evento. Abbiamo visto nella puntata precedente il dramma di Penteo ne Le Baccanti di Euripide. Fare a pezzi la preda [.1]

Pochi altri esempi: Zeus fa allevare il neonato Dioniso dal re Adamante e la moglie Ino, sorella di Semele. Era punisce la coppia facendola impazzire: essi uccidono il figlio Learco scambiandolo per un cervo.Una fine simile tocca al re Licurgo, che in preda alla follia dionisiaca abbatte il figlio scambiandolo per arbusto; verrà poi egli stesso squartato da cavalli selvatici. Sovrapponendo queste storie ne emergono alcuni elementi comuni: la follia o frenesia divina, collegata a Dioniso; l’assassinio di un figlio maschio  facendolo a pezzi (sparagmos); il pasto con le carni della vittima. «Questo schema, nella sua nuda struttura, non è un mito, ma l’immagine di un rituale che commemora eventi accaduti all’inizio dei tempi, in illo tempore» (Mircea Eliade).

L’offerta sacrale è la ripetizione del primo sacrificio, che ci viene raccontato nell’UR-Mito, dice Jan Kott, nel mito dionisiaco originario, con il quale sono collegati altri due miti “indiretti”, forse varianti del primo. Il primo di questi è (guarda caso) la storia di Atteone.

Il secondo è la morte di Orfeo, profeta di Dioniso, iniziatore del suo culto: egli è una delle figure di Dioniso e il suo alter ego, come Giovanni Battista per Cristo. Orfeo viene fatto a pezzi dalle Menadi istigate dal dio, se ne salva solo il capo e la lira. Anche lui è un capro espiatorio: il surrogato che deve assomigliare a colui che rappresenta. anche il suo sacrificio è ripetizione del primo sacrificio, in illo tempore.
Dove trovare il mito dionisiaco fondamentale?
Karl Kerényi parte dalle tauromachie cretesi: Dioniso veniva designato come “Zagreus” (termine formato dall’intensivo za- e dal verbo agreo “prendo alla caccia”, “inseguo”) che indica in greco il cacciatore che cattura animali vivi. Kerényi si appoggia poi alla tradizione orfica, attraverso la testimonianza di Firmico Materno, De errore profanarum religionum, (la stessa fonte a cui guarda Jan Kott): il figlio neonato di Zeus, Dioniso o Zagreo, viene rapito dai Titani. Per sfuggire alla cattura prende la forma animale prima di caprone poi di un leone, di un serpente, di una tigre e di un toro. Quando si tramuta in quest’ultimo, i Titani lo fanno a pezzi e ne mangiano la nuda carne. Zeus fulmina i Titani (dalla loro cenere vengono creati gli uomini), poi Atena e Rea salvano la testa di Dioniso, raccolgono le disiecta membra che, ricongiunte, risorgono.

Nelle migrazioni da Creta il mito conosce un mutamento fondamentale nel momento in cui «nell’animale catturato vivo e divorato crudo viene riconosciuto il dio stesso» (K.Kerényi).

Dioniso si identifica nella vittima, e la tragedia attica offre testimonianza di questi rituali sia documentandoli, sia rivelandosi con essi strutturalmente coincidente.  Nelle Baccanti di Euripide Penteo, il “nemico di dioniso”, non è altri che Dioniso nella sua forma di vittima: «affinchè il dio stesso potesse essere impersonato da lui, in quanto vittima sostitutiva, il rappresentante doveva morire, e ancor prima doveva voler annientare il dio».

Atteone, Penteo, Dioniso; il mito, il rito, la tragedia. Il cacciatore si identifica con la preda, affinchè nel sacrificio del capro espiatorio si ricomponga la scissione che si è prodotta nella stessa figura divina, al punto che lo sparagmos, centro del rito offerto a Dioniso, figura originariamente l’immolazione del dio stesso, il dio che si fa capro, toro, leone. Il dio che si fa uomo, capro, toro, leone.

Dioniso bambino sopra una tigre, La casa del Fauno, Pompei

Fonti:

K.Kerényi, Dioniso. Archetipo della vita indistruttibile,(1935) Milano Adelphi, 1992

Jan Kott, Divorare gli Dei, Milano SE 1990

C.Gentili, G. Garelli, iI tragico, Il mulino 2010

Fare a pezzi la preda [.1]

Rubrica Scarabocchi- Progetto Fauno

Lo Sparagmos, ovvero fare a pezzi la preda.

L’argomento è complesso e per fissarne alcuni punti in modo chiaro, soprattutto per me, vi dedicherò due interventi distinti. Iniziamo mettendo nuova carne al fuoco: andiamo a Le Baccanti di Euripide.

Siamo alla porta di Tebe, davanti alla quale giunge dall’Asia uno splendido giovane dai lineamenti femminei e lunghi riccioli biondi, seguito da un corteo di donne che cantano e danzano agitando sacri tirsi. È il dio Dioniso che ha «assunto una forma mortale» e viene a Tebe perché sia riconosciuta la sua divinità e ristabilita la verità sulla discendenza da Zeus, che i tebani negano. Per punirli ha pervaso di follia divina tutte le donne tebane, anche la madre del re e le di lei sorelle. Lasciate le case e la città, fuggono sulle montagne per celebrare il rito dionisiaco. Il re Penteo vuole la cattura dello straniero, causa di questi immondi riti, e le guardie glielo conducono con le mani legate, lieti di poter dire al loro re che «la preda è vinta», «la fiera è mansueta», «la nostra caccia non è stata vana».

I personaggi principali si fronteggiano: Dioniso e Penteo, il dio e l’uomo, il re e lo straniero. Penteo non lo riconosce e si rifiuta di considerare sacri i suoi riti. Lo offende e commette sacrilegio. Il coro grida vendetta al cielo. Dioniso, rinchiuso nelle stalle, si libera dando sfogo alla sua potenza e torna dalle baccanti, ma non muta la cocciutaggine di Penteo. Quello che lo seduce è il racconto del messaggero che descrive le sfrenate imprese delle donne sul Citerone:

“O mie veloci cagne,
ci danno la caccia questi uomini! Ma voi seguitemi,
seguitemi, armatevi coi tirsi!”.
Noi si riuscì a fuggire e si evitò così
d’essere fatti a brani dalle Baccanti, ma loro, s’avventarono
sui vitelli al pascolo, a mani nude, senza armi di ferro.
E una la vedevi tenere tra le mani una giovenca squartata
con le mammelle gonfie, che ancora muggiva,
altre fare vitelle a brani.
Vedevi fianchi e zampe
volare qua e là e i brandelli penzolare
dagli abeti e gocciolare sangue.
I tori, prima violenti, e pronti a dare sfogo alle loro corna
crollavano a terra con tutto il peso del corpo
schiantati da migliaia di mani di giovani donne.
E quelle ne spolpavano le carni
più rapide di un battito delle tue palpebre di re.  (730-750)

È il culmine del rito dionisiaco: lo sparagmos e l’omofagia, il fare a pezzi gli animali selvatici e il consumare cruda la loro carne. Penteo è sgomento e infuriato, eppure non riesce a resistere alla desiderio di vederle. Eccolo lì, mansueto come un agnellino, che si fa vestire da donna, abbellire e condurre verso la morte, mentre il dio che lo guida si trasfigura in toro.

Noi non lo vediamo, perché il senso dell’osceno che caratterizza il mondo greco (osceno: che sta fuori dalla scena) impedisce di rappresentarlo; così il centro della tragedia è affidato nuovamente alle parole di un secondo messaggero. Penteo, nascosto sulla cima di un albero, è scoperto dalle donne invasate dalla furia divina. Esse non vedono un uomo, ma un cucciolo di leone: si lanciano nella caccia.

Il cacciatore è la belva, il re diventa vittima, lo sparagmos culmina quel rito a Dioniso che l’empio aborriva.

Noi vediamo solo Agave, sua madre, portare davanti al palazzo la testa di Penteo impalata sul tirso, chiamando il figlio a festeggiare le sue doti di cacciatrice, mentre il nonno Cadmo cerca di ricomporne le membra.

Lo sparagmos, l’uccisione della preda facendola a pezzi, compie l’inversione dei ruoli: il persecutore diventa il perseguitato, il braccato diventa il giustiziere.

«Penteo si trasforma in capro espiatorio» scrive Jan Kott. «Il capro espiatorio è surrogato che deve assomigliare a colui che sostituisce». Penteo sostituisce il vitello, la giovenca, il toro; sostituisce il cucciolo di leone. Chi è il toro? Chi è il leone?

«Il capro espiatorio è l’immagine di colui al quale viene sacrificato. Il rituale è una ripetizione del sacrificio divino. Penteo viene fatto a pezzi perché anche l’altro è stato fatto a pezzi.»

Nella tragedia l’altro al quale si sacrifica è Dioniso. Ma Dioniso dove, quando è stato fatto a pezzi?

AGAVE :  E dove è morto[Penteo]? Qui, in casa ? O dove?

CADMO: Proprio là, dove un tempo le cagne sbranarono Atteone.   (1290 e ss.)

Atteone, Penteo, Dioniso… volete saperne di più? Nella prossima puntata.

Citazioni da:

Euripide, Baccanti, Mondadori, a cura di Giorgio Ieranò. Testo e commento on line: http://volta.valdelsa.net/thiasos/baccanti/hpsommario.htm

Jan Kott, The Eating of God (trad. ita Divorare gli dei), Editrice SE 1970.

Immagine: Kylix a figure rosse con la scena della morte di Penteo, Louvre, http://www.antika.it/005765_ceramica-greca-stile-a-figure-rosse.html

Quando vedi Desdemona forse è tardi

Othello. Dramma della gelosia al quadrato: prima Iago poi Otello. Avere un sospetto è già averne la certezza.

Desdemona è la parte più infelice. Lei è quello che di lei si dice e in soldoni tutto quello che deve fare in questo dramma è farlo iniziare e farlo finire.Ancor prima di cominciare, deve tradire il padre, poi sopportare tre ore d’amore prima di morire.

Poche caratteristiche: deve essere bella e innocente. Fuggire con un innamorato proibito; perdere un fazzoletto; supplicare per l’amico fidato, il confidente della loro tresca amorosa; resistere e scalciare per un po’ mentre la strozzano.

Tutto il resto sono solo chiacchiere su di lei, di quanto sia cara bella buona, sporca sudicia infame.

Si può fare un Otello senza Desdemona? Certo, lo vediamo spesso nei giornali. Basta un cronista che racconti la sua storia quando è già avvenuta: il grande amore, la vita insieme, l’infelicità, la dedizione fino a subire ogni cosa, anche la morte. Chi è desdemona? una donna qualsiasi, che si innamora di un uomo che non dovrebbe amare, gli dedica la vita finché può, lo segue e ne subisce il folle cambiamento fino alla violenza. Ne sono piene le cronache di Desdemone, che non si vedono mai. Una foto sul loro epitaffio.

http://jenzee.deviantart.com/art/Desdemona-193862531

P.S. Vi consiglio la visione dell’Otello di Carmelo BeneOtello o della deficienza della donna” ripreso dalla Rai nel 1979. La decostruzione del testo e la ricomposizione con ibridazioni e ripetizioni restituisce vita e pathos a una tragedia (quella shakespeariana) alla quale siamo stati (io almeno) sovraesposti fino a rischiare l’insensibilità.  (Desdemona muore svariate volte, quasi ininterrottamente, dalla prima all’ultima scena…)

Un posto nella mia testa

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C’è un posto nella mia testa, in mezzo a una fitta boscaglia. Una casa sperduta, imponente ma sventrata, come un grande mostro abbattuto con le fauci spalancate. È nascosta tra alti alberi, una vegetazione fitta e incolta. Pare una foresta, ma vi si accede dal fianco di una strada sulla quale sale un terrazzamento cosparso di erbetta verde e ben tosata… forse un tempo era un giardino. Doveva essere un luogo regale allora, sterminato e magnificente.
Mi ci inoltro in gran fretta, con la voglia di nascondermi, presto il senso di inquietudine si perde nella boscaglia. Davanti al rudere assaporo il sentore acre di una grande pace che mi attende, di una solida sicurezza. Ci vado a incontrare qualcuno che ho amato un tempo. Qualcuno che ancora si ricorda di me, che quando mi vede mette il suo braccio sulla mia spalla e mi attira a se come una chioccia col pulcino. Lui suona una musica forte, inebriante e un po’ feroce, come se volesse espellere dall’anima le paure a calci.

Sono appena all’ingresso, devo arrivare fino in cima. Sono molti piani, e sono alti. Si salgono scale tortili annerite e umide, l’edera cresce dappertutto. Ad ogni piano il ventre della casa si apre su un enorme precipizio. Quando la rampa s’interrompe sul pavimento rotto, divaricato sul niente, vedi solo le fronde degli alberi, non ti accorgi che hai solo pochi passi e, sotto molti metri d’aria, il freddo e duro richiamo del terreno. Però non provo paura né vertigine, soltanto un grande senso di liberazione; così salgo e salgo, salto sui gradini, mi arresto a sentire il vento schiaffeggiarmi la faccia.

L’ultima rampa si apre sul cielo. Il piede sull’ultimo gradino, sotto un mare di fronde scure, scosso dal vento: un tuffo dalla quale non torneresti più indietro. Respiro quanto più posso… vertigine, meraviglia, euforia e un profumo pungente di pioggia. Dietro di me sta un’imponente porta bianca che riesco ad aprire solo il poco necessario a strisciarci dentro… dentro è bianco, piccolo, ben illuminato e rimbombante di musica. Poche persone che non conosco mi distanziano dal suo viso. Sorride, un sorriso dolce e sincero, ma vorrebbe rimproverarmi. Si è mai visto qualcuno sorridere così per rimproverarti?

Sei venuta. Ma lo sai, vero, che sto per sposarmi?” L’avambraccio destro stringe le mie piccole spalle e io mi sento tanto forte e bambina insieme che potrei far fiorire la primavera in questo giardino.

Si, lo so, e ne sono sinceramente felice. Te lo dissi tanto tempo fa, che sarebbe andato tutto bene, che avremmo trovato quello che non speravamo, lo ricordi?“. E’ la prima volta che provo tanta gioia e pienezza per la felicità di qualcuno.

Verrò ancora qui.“- “Verrai? Ma non possiamo…“- “Si, io posso.“- certo che posso, in questo luogo sicuro, in questo luogo che è mio. Verrò: posso sentirmi ancora così felice, per te, non ho bisogno che sia con te.  “Perché? Perché sei venuta?“- “Per portarti il caffè. Amaro, come ti piace.

La porta mi sembra leggera come una piuma, ora che me ne vado.

Immagina: Jacek Yerka, “Tower of subconsiousness”, http://www.yerkaland.com/?page_id=395